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  • La lingua al servizio della bellezza

    La lingua al servizio della bellezza

    La lingua al servizio della bellezza

    di Martina Cuomo

    Oggi il nostro tappeto volante ci porta ad una meravigliosa scoperta della linguistica, e scopriremo insieme parole italiane di derivazione araba. Parleremo di ciò che in linguistica si definisce “prestito”, ovvero una parola o addirittura un’intera struttura sintattica che entra a far parte del patrimonio di una determinata lingua pur provenendo da una lingua diversa.

    Un prestito nasce principalmente dall‘incontro di due culture diverse. Ciò che accade al momento del contatto tra due (o più) popoli, è, in maniera assai naturale e propria degli uomini, uno scambio. Tale scambio – che a me pare avere il modo d’essere d’una fusione, di una concordanza, voglio dire di un accordo… di un accordo, ecco- alcune volte avviene dopo aver selezionato e scelto cosa prendere in “prestito”, e dunque si assimila ciò che si è scelto di assimilare; altre volte, invece, accade che certi popoli apprendano e assimilino quasi involontariamente certi modi di dire (e di fare) del popolo con cui entrano in contatto, come se il logos s’imponesse al loro modo di comunicare e scegliesse da sé ciò che è meglio per se stesso, senza chiedere permesso all’Io che sta sperimentando questo incontro.

    Generalmente all’interno dello scambio, c’è un verso che è più influenzato dell’altro, e questo a motivo del maggiore prestigio di una delle due lingue, ma l’influenza è sempre reciproca. E la natura amichevole o meno del rapporto tra le due culture in questione, non influenza l’entità dello scambio! Il fenomeno della presa in prestito è antichissimo, e interi popoli hanno preso in prestito termini da altri popoli pur quando s’era avversari di questi in guerra, o loro schiavi, o loro nemici. Non è l’inimicizia, cioè, ci insegna il logos, ad impedire che si possa apprezzare qualcosa dell’altro, a riconoscerne una qualche qualità che ci spinge a condividerne l’uso affinché migliori le nostre capacità: il prestito è una modalità attraverso cui le diverse lingue arricchiscono il proprio repertorio.
    Alla lingua non importa il grado di parentela o meno tra i due apparati linguistici, ciò che importa alla lingua è essere la migliore versione di se stessa. Perciò, come un’elegante e prepotente formatrice di sé stessa, la lingua prende in prestito ciò che più le è utile, ciò che più le piace, scrollandosi via di dosso ogni prevenzione. Vividissima pare ai miei occhi l’immagine di un logos rigoroso quanto selvaggiamente libero, consapevole ma incurante di regole d’appartenenza che per esso semplicemente non esistono, poiché sa esattamente come coniugare per ciascun popolo un suo linguaggio. Con l’aspetto immaginifico di un leone regale, il logos si inchina al cospetto di chi è stato capace di partorire qualcosa d’utile e comprensibile per la lingua, se ne ammalia, e senza paure se ne appropria, senza dover poi nulla in cambio, perché ciascun popolo prende da un altro ciò di cui ha bisogno, ciò da cui l’orecchio e le labbra ricavano comodo e s’ammanta di ciò che ha appreso diventando più bello di prima. In altre parole, gli odiatori della diversità soccombono alla luce di una Bellezza limpida come la rugiada che non ha tempo per le intolleranze.

    Un popolo si incontra primieramente per mezzo del logos, attraverso cui conosce e si fa conoscere, comunica ed è comunicato. Esso penetra tra gli uomini e trascinando dietro di sé racconti e segni, spezza le catene dell’ignoranza. L’incontro con un tessuto di segni, voglio dire con un linguaggio, ci immette di forza in uno spazio in cui dobbiamo lasciare andare qualcosa dei nostri modi, o almeno far spazio, per accoglierne di nuovi, che non mandano all’oblio le nostre abitudini psicolinguistiche come erroneamente spesso si crede, ma, al contrario, le eleva a gradi superiori d’intelligenza, insegnandoci che l’Io va smosso e scomodato dalla sua zona di comfort, e va battuto sul capo ogni volta che crederà d’essere l’unico possibile.
    La comprensione dell’alterità per mezzo del linguaggio è l’appuntamento puntuale che il nostro Io stipula con la volontà di ergersi a un piano di visione del mondo che non ha paura dell’alterità. Incontrare la diversità e conoscerla, ci spinge (sempre e indiscutibilmente) a livelli più alti di umanità, e questo mondo ne ha davvero bisogno.
    Veniamo ora alle nostre parole italiane di derivazione araba, ne saranno qui riportate solo alcune, in minimissima parte, poiché in realtà le parole italiane che derivano dalla lingua araba sono tantissime.

    • Gazzella; dall’arabo غزال “ghazel“.
    • Giraffa; dall’arabo زرافة “zarafa“.
    • Limone; dall’arabo ليمون “leimun“.
    • Zucchero; dall’arabo سكّر “succar“.
    • Albicocca; dall’arabo البرقوق “albarqoq” anche se oggi gli arabi utilizzano la forma مشمش “mishmish“.
    • Carciofo; deriva dall’arabo خرشوف “kharchuf“.
    • Alcol; dall’arabo الكحول “alkuhul“.
    • Algebra; deriva dall’arabo الجبر “algiabr“.
    • Cifra, dalla parola araba “zero” صفر “sfr“.
    • Arancia, richiamando alcuni usi dialettali italiani si dice برتقالي “burtuqal“.
    • Persino il termine “bizzeffe” ricorda il termine arabo-maghrebino بزاف “bzzef” che vuol dire appunto “tanto”, “molto”.