Donne d’Africa: Hajer Sharief
di Eleonora Salvatore
Libica, classe 1994, Hajer Sharief ha compiuto studi in medicina all’Università di Tripoli e successivamente ha conseguito presso il medesimo Ateneo la laurea in legge. Il suo impegno politico si è intersecato con la storia recente della Libia, dalle proteste di Bengasi nel febbraio 2011 contro il regime di Muammar Gheddafi dopo l’arresto di Fathi Terbil, avvocato e attivista per i diritti umani, all’intervento militare straniero sotto il comando NATO fino all’uccisione di Gheddafi il 20 ottobre 2011 nella città natale di Sirte ad opera delle forze ribelli, e alla prosecuzione della guerra civile nel Paese. Nel settembre 2011 è tra le co-fondatrici di Together We Build It, organizzazione intergenerazionale del terzo settore impegnata nella promozione della pace e della sicurezza in Libia da una prospettiva di genere che va nella direzione di consentire alle donne di svolgere un ruolo attivo e influente nel processo di pace, formale e informale, ancora in corso nel Paese nordafricano. Per Together We Build It tra il 2013 e il 2015 ha curato il Libyan Women Database, il primo network professionale pensato per mettere insieme le competenze delle donne libiche dentro e fuori i confini nazionali nella delicata fase di ricostruzione dopo due anni di guerra civile, e le cui istanze sono state raccolte e presentate agli organismi competenti a livello nazionale e internazionale. Negli stessi anni è stata anche project manager per l’iniziativa portata avanti da TWBI, nota come Network 1325 e nata per dare impulso, nel contesto libico, alla Risoluzione 1325 del 31 ottobre 2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tale Risoluzione ha segnato un passaggio importante nella progressiva istituzionalizzazione della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda perché per la prima volta il massimo organismo della governance globale
- ha posto il tema “donne e sicurezza” pungolando gli Stati membri, almeno sulla carta, ad assicurare un’adeguata rappresentatività delle donne a ogni livello decisionale nelle istituzioni nazionali, regionali e internazionali coinvolte nei processi di prevenzione, gestione e soluzione dei conflitti;
- ha impegnato il Segretario Generale delle Nazioni Unite a nominare un numero crescente di donne come rappresentanti ed inviate speciali, e ad ampliare il ruolo delle donne nelle attività sul campo a guida ONU specie tra gli osservatori militari e gli operatori umanitari.
In Libia l’iniziativa Network 1325 ha mirato all’implementazione della Risoluzione del CdS attraverso campagne di informazione realizzate da TWBI, corsi di formazione per le organizzazione pacifiste della società civile attive nelle città di Tripoli, Bengasi, Al Bayda, Yefren e Sabha.
Forte del ruolo di leadership maturato all’interno di TWBI in una fase estremamente concitata della storia politica libica, Hajer Sharief è stata tra il 2014 e il 2017 membro dello Youth Advocacy Team delle Nazioni Unite per la realizzazione degli obiettivi enunciati nella Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza del 9 dicembre 2015 su “Giovani, pace e sicurezza”. Ha presenziato ai fora mondiali sul consolidamento del ruolo delle nuove generazioni anche nell’azione di de-radicalizzazione di alcuni segmenti della società civile. Tra il 2016 e il 2018 ha fatto parte del team di esperti delle Nazioni Unite che ha curato un corposo report sull’impatto del coinvolgimento attivo dei giovani nei processi di costruzione e mantenimento della pace.
Attualmente Hajer Sharief è membro di Extremely Together iniziativa della Kofi Annan Foundation lanciata nel 2016 e che ha chiamato a raccolta dieci giovani leader, tra cui il nigeriano Jonah Obajeun, l’ugandese Ndugwa Hassan e la somala Ilwad Elman, che nei paesi d’origine e in campo internazionale si sono distinti come “peace-builders” impegnandosi nella lotta contro l’estremismo politico e religioso. Dal 2017, per quanto riguarda la compagine “africana”, insieme alla senegalese Bineta Diop, alla namibiana Netumbo Nandi-Ndaitwah e alla sudafricana Yasmin Sooka, è tra le 12 “Campionesse” scelte dallo United Nations Women, l’ente delle Nazioni Unite che si occupa di parità di genere e dell’empowerment femminile, i cui uffici si trovano solo in venti dei cinquantaquattro Paesi africani, guidato fino al 2021 dalla sudafricana Phumzile Mlambo-Ngcuka cui è subentrata la giordana Sima Sami Bahous. La missione delle “Campionesse” è quella di sostenere l’operato dell’Ente e il ruolo delle donne come costruttrici di pace e attiviste per i diritti umani specie nei contesti geografici segnati dalla recrudescenza dei conflitti in cui gli stupri e le violenze di genere diventano armi da guerra. A dieci anni dall’intervento della NATO – cui sono seguiti una guerra civile senza esclusioni di colpi, un avanzamento sulla scena politica delle frange più estremiste, un arretramento delle posizioni dei Paesi occidentali vista “l’intrattabilità” del conflitto, da cui hanno tratto vantaggio altre Potenze regionali e non, la Libia, per il Fragile State Index, è il Paese che nel decennio 2011-2021 ha fatto registrare la performance peggiore perché, rispetto ad altri Stati, più pesanti sono state le conseguenze della guerra sull’economia, sul mantenimento dello Stato di diritto, sulla tenuta delle strutture statali, sulla capacità delle elite di ricomporre le fratture interne. In uno scenario simile il lavoro della giovane, combattiva e preparata Hajer Sharief, oltre a squarciare il velo della brutalità della guerra, si rivela prezioso perché pone come fulcro di ogni iniziativa l’attenzione per le giovani e le donne rompendo con quella narrazione che le vede solo come vittime e mai come agenti del cambiamento, di un’azione trasformativa, in senso positivo, della società.
