Per le prossime generazioni, verso una comunità plurale

Costruiamo ponti attraverso il dialogo, i saperi e la convivialità.

THE RUMBLE IN THE JUNGLE

di Carlo Iavazzo

“Alì, bomaye! Alì, bomaye!”(Alì, uccidilo! Alì, uccidilo!).

Urlavano questo i sessantamila spettatori, in stragrande maggioranza congolesi, che assistevano all’incontro per il titolo di pesi massimi tra Muhammad Alì e George Foreman.
Il primo è considerato dalla folla come un “fratello africano” e il 30 ottobre 1974 a Kinshasa, capitale di quello che in quei tempi era chiamato Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo, si scrive la storia.
Raccontiamola una parte di questa storia.

La proprietà personale del Re, colonialismo e decolonizzazione
La storia pre-coloniale del Kongo (questo il nome originario di parte del territorio dell’attuale RDC) copre millenni di evoluzione umana, culturale e politica nel cuore dell’Africa centrale.

Nel XV secolo arrivano i portoghesi. Portano con sé europeizzazione e la cristianizzazione. Altre popolazioni europee si stabiliscono sulla costa e vanno nell’entroterra per rifornire i territori controllati dagli europei, successivamente anche gli Stati Uniti, di manodopera non pagata. Inizia il sistema di appropriazione del lavoro e del corpo di milioni di persone.
Ha inizio la tratta degli schiavi. Come sappiamo le sciagure non sono mai sole.
È la fine del XIX secolo e Leopoldo II (sovrano del Belgio) ha l’ambizione di fare del Congo un suo
dominio personale. Nel 1885, alla Conferenza di Berlino, ottenne il riconoscimento internazionale
dello “Stato Libero del Congo”, che non era una colonia belga ufficiale ma proprietà personale
del Re.

Leopoldo II, sovrano spietato e senza colonie si rende protagonista di crimini efferati. L’estrazione della gomma, materia prima strategica, porta con sé milioni di morti. Chi si oppone viene mutilato, con amputazioni di mani, o anche ucciso. Le ambizioni di Leopoldo II causeranno tra i 10 e i 15 milioni di morti. Metà dell’intera popolazione del paese. Nel 1908 il sovrano viene obbligato a cedere il territorio allo Stato del Belgio e diventa così una colonia, che verrà chiamata dagli occidentali Congo Belga.
Il colonialismo finisce con l’indipendenza nel 1960.

Il paese diviene Repubblica Democratica del Congo. Protagonista di tutto è il Primo Ministro, Patrice Lumumba, leader carismatico, simbolo della decolonizzazione e del panafricanismo. Voleva costruire un Congo unitario, indipendente dalle potenze straniere. Un’ambizione fondata sulla giustizia sociale.
Nel suo discorso del 30 giugno 1960 denunciò apertamente il colonialismo belga. Questo gli concede i favori della popolazione, ma diventa inviso ai governanti di Bruxelles.

La libertà ha un caro prezzo da pagare. Il paese viene isolato e boicottato dal sistema europeo. In un contesto di lotte interne si trova ad affrontare la secessione, spinta dal Belgio, della provincia del Katanga (ricca di minerali). Lumumba chiede aiuto al Ghana ed agli Stati Uniti. Questi si nascondono dietro l’immobilità del Consiglio di Sicurezza ONU. Per cercare di risollevare il paese dalle difficoltà si rivolge all’Unione Sovietica, che concede il suo sostegno. Questo è inaccettabile per gli Stati Uniti, che applicano la dottrina Eisenhower di contenimento al comunismo. Lumumba, con la collaborazione di Cia e apparati belgi, viene catturato dai suoi oppositori e assassinato nel 1961. Questa è la fine della visione di un Congo sovrano e democratico.

Vivere e morire per la Rivoluzione ovunque
La storia di cui parliamo ha nelle sue pieghe momenti incredibili, che toccano anche il simbolo rivoluzionario per eccellenza, Ernesto Che Guevara, che vuole esportare la Rivoluzione cubana in Africa, partendo dal Congo. È convinto che i paesi più sfruttati, dove i popoli sono oppressi da colonialismo e
neocolonialismo, potevano rovesciare l’imperialismo capitalista. Arriva nel paese nel 1965, nonostante fosse ricercato dalle polizie di mezzo mondo, con altri rivoluzionari cubani. L’obiettivo è addestrare la popolazione alla guerriglia. Ben presto si rende conto che la rivoluzione africana non può essere imposta dall’esterno. Nello stesso anno lascia l’Africa e torna in Sud America, dove perderà la vita. Ma il suo spirito
rivoluzionario resterà vivo per sempre.

Sese Seko Kuku Ngbendu wa Za Banga
Sempre nel 1965, approfittando della crisi politica, il generale Mobutu compie un colpo di stato e instaura una dittatura durata 31 anni. Nel 1971 ribattezza il paese Zaire e inizia la zairizzazione. Un ritorno alle origini con al suo interno tante contraddizioni.

Mobutu si dà il nome Mobutu Sese Seko Kuku Ngbendu wa Za Banga, che tradotto vuol dire: “Colui che va di vittoria in vittoria, senza mai perdere il potere”.
Così facendo ha lo scopo di abbandonare i nomi coloniali europei e adottare nomi in lingue locali. Vuole magnificare la sua immagine e risollevare quella del paese. Nasce l’idea di portare l’incontro per il titolo dei pesi massimi della boxe mondiale a Kinshasa. Per la prima volta in Africa. Però questo ha un costo. Bisogna pagare 5 milioni di dollari a testa ai due boxeur, George Foreman e lo sfidante, Muhammad Alì. Solo Mobutu in Africa può fare una cosa del genere. E la farà.

Black is beautiful
In quegli stessi anni, e anche da prima, negli USA prendono piede ovunque le lotte della popolazione afroamericana, vittima dalla segregazione, presente soprattutto negli stati del Sud. Da Rosa Parks a Martin Luther King, da Malcom X a Angela Davis, da Nina Simone a James Brown. Il movimento contro l’apartheid si espande in ogni direzione. Tra i protagonisti c’è anche Muhammad Alì, che dopo aver vinto i il titolo di pesi massimi nel 1964, abbandona il nome Cassius Clay. Da adesso si chiamerà Muhammad Alì.
Rivendica una nuova identità legata all’afroislamismo, indipendente dalle radici create e imposte dalla schiavitù, divenendo un simbolo di orgoglio nero, emancipazione e resistenza. Nel 1964 rifiuta di partecipare alla guerra del Vietnam con la celebre frase: “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro.”

The Rumble in the Jungle
Dopo aver rifiutato di partire per il Vietnam, riesce ad evitare la condanna a 5 anni di reclusione ma viene privato del titolo mondiale. Nel 1967 è sospeso dalle competizioni per diversi anni, nel momento migliore della carriera. La storia sembra finire qua. Ma per lui non è così.

Arriviamo al 1974.
L’incontro tra Foreman, campione in carica, e Alì avrebbe dovuto avere luogo nel mese di Settembre nello stadio di Kinshasa, messo a nuovo da Mobutu per l’occasione. Il destino però complica le cose. Foreman ha un infortunio e l’incontro viene posticipato. I due pugili decidono sorprendentemente di non andare via. Restano per 40 giorni ad allenarsi nello Zaire.

Alì, simbolo, della Black Revolution, si allena per la strada, tra la gente.
Si dice che la scena del film Rocky II, in cui Sylvester Stallone corre tra le strade di Philadelphia, sia ispirata a lui. Diventa idolo delle folle. Colui che non ha dimenticato di essere africano. In un’intervista dirà: “Lo manderò al tappeto all’ottavo round”. Si riferisce a Foreman, che è l’esempio di nero perfettamente integrato nel sistema di dominio statunitense. Il suo score è impressionante. Ha ottenuto quaranta vittorie su altrettanti incontri disputati. Ha venticinque anni, sette in meno di Alì.

“Pungo come un ape, volo come una farfalla”. Userà queste parole Alì in un’intervista per descrivere il suo stile di combattimento, che è unico. Lui lotta danzando o danza lottando, cambia poco. Quello che conta è che gli avversari molto difficilmente riescono a colpirlo.

È spesso criticato per questo. Gli incontri con lui non sono quello che la gente si aspetta di vedere sul ring. Sangue e sofferenza. Un altro modo per dire sabbia, gladiatori, catene, schiavi, divertimento dei padroni. La sera del 30 Ottobre, Alì userà una strategia differente.

Il primo round ha finalmente inizio (alle quattro di notte in Zaire, per consentire ai padroni statunitensi di godersi lo spettacolo in prima serata, considerando il fuso orario). Foreman comincia a colpire senza sosta. Ali non balla come suo solito ma si appoggia alle corde e si lascia colpire.
Tutti sono convinti che non durerà. È un massacro. Ma lui resiste. Non va giù. Porta sulle spalle il peso di centinaia di anni di schiavitù, sfruttamento, razzismo. I round passano, uno dopo l’altro. Alì è ancora in piedi. La folla urla: “Alì, bomaye! Alì, bomaye!”.

Inizia l’ottava ripresa.
Quando mancano quaranta secondi alla fine, Alì inizia una serie velocissima di colpi. Ecco il culmine della lotta. Foreman vacilla. Prova a non cadere. Quasi ci riesce, ma poi cade. L’arbitro conta dieci secondi.
La folla va in tripudio. Muhammad Alì vince e con lui un intero popolo Anni di lotte che si concentrano in una notte. E vanno oltre.

Dedicherà la vittoria al pugile afroamericano Rubin “Hurricane” Carter, ingiustamente condannato negli Stati Uniti per triplice omicidio.
La sua vicenda divenne uno dei simboli della discriminazione razziale nel sistema giudiziario statunitense.
Nel 1975 Bob Dylan dedicherà a lui la canzone “Hurricane”, dando visibilità alla vicenda.

Le lotte hanno bisogno di essere diffuse e non possono essere separate. Ognuna è legata all’altra. Nel passato come nel presente, camminano insieme su milioni di gambe, che vanno tutte nella
stessa direzione. Uguaglianza e Libertà.

Fonti

  • Colombo, Paolo (2024), Congo, una storia sbagliata [podcast], Il Sole 24 Ore, disponibile
    su Spotify: https://open.spotify.com/show/5Gl0UNycTCLWPmEgDdilx6
  • De Witte, Ludo (2001), The Assassination of Lumumba, London, Verso.
  • The Rumble in the Jungle, in Wikipedia, The Free Encyclopedia, consultato il 23 ottobre
    2025, https://en.wikipedia.org/wiki/The_Rumble_in_the_Jungle
  • Patrice Lumumba, in Wikipedia, l’enciclopedia libera, ultima modifica 23 ottobre 2025,
    https://it.wikipedia.org/wiki/Patrice_Lumumba
  • Movimento per i diritti civili degli afroamericani, in Wikipedia, l’enciclopedia libera, ultima
    modifica 23 ottobre 2025, https://it.wikipedia.org/wiki/
    Movimento_per_i_diritti_civili_degli_afroamericani#Attivisti_individuali
  • Regno del Kongo, in Wikipedia, l’enciclopedia libera, ultima modifica 23 ottobre 2025,
    https://it.wikipedia.org/wiki/Regno_del_Kongo