di Carlo Iavazzo
LA TERRA
È il 9 Novembre 2008. Siamo a Castelvolturno, provincia di Caserta. Ormai sinonimo di discriminazione, sfruttamento dell’immigrazione, smaltimento illegale di rifiuti, prostituzione, appropriazione di corpi e non solo.
Terra colonizzata da decenni di connivenza tra politica e criminalità organizzata. Nonostante questo, la terra è sempre la terra. Non è solo tomba. È possibilità di lavoro, per la costruzione di una realtà diversa, migliore. La terra è fatica. Non è solo sottomissione, non è elemento di esclusione. La terra può essere trasformazione. La sera di quel 9 Novembre Miriam Makeba è lì per ricordarci tutto questo.
UN NOME LUNGO QUANTO UN SOGNO
La storia di cui parliamo ha inizio Il 4 marzo 1932 a Johannesburg, Sud Africa, colonia dello sciagurato imperialismo britannico. È qui che nasce Miriam.
Il suo nome originario era Zenzile Makeba Qgwashu Nguvama Yiketheli Nxgowa Bantana Balomzi Xa Ufun Ubajabulisa Ubaphekcli Mbiza Yotshwala Sithi Xa Saku Qgiba Ukutja Sithathe Izitsha Sizi Kkabe Singama Lawu Singama Qgwashu Singama Nqamla Nqgithi.
Questo nome che pare non abbia una fine è legato alla tradizione di dare ad ogni nuova persona nata tutti i primi nomi dei suoi antenati maschili, spesso accompagnati da aggettivi che descrivono la loro personalità.
IN DIFESA DEL SUO POPOLO. DECOLONIZZAZIONE E APARTHEID
“La mia vita, la mia carriera, ogni canzone che canto e ogni mia apparizione, sono legate alla difficile situazione del mio popolo. Mi è stata negata la casa. Ci è stata negata la terra”.
Miriam ha iniziato a cantare nel coro della scuola dove studiava e ha imparato nuove canzoni ascoltando registrazioni di jazzisti americani come Ella Fitzgerald, senza mai dimenticare i canti della sua terra, ha fuso il jazz con i suoni tradizionali africani.
È stata una delle prime artiste africane a dare portata globale alla sua musica. Nel 1959 artecipa al documentario “Come Back, Africa”, in condanna del regime di apartheid e canta nella sua lingua originaria lo Xhsosa. Queste due cose non piacciono al governo sudafricano. Viene esiliata dal paese. Riuscirà a tornare più di trent’anni dopo.
Il Sud Africa riesce a liberarsi formalmente dalla colonizzazione britannica nel 1961.
Però, nei fatti, è ancora sotto dominio di una minoranza bianca, gli afrikaner.
Il 15% della popolazione bianca continua controllare la maggioranza nera con il sistema di segregazione razziale. Instaurato ufficialmente nel 1948 dal National Party, il sistema di dominio dell’apartheid si basa su leggi come il Population Registration Act e il Group Areas Act che definivano la razza di ciascun individuo e stabilivano dove poteva vivere, lavorare e studiare.
Le maggioranze non bianche non avevano diritti politici e limitati diritti sociali.
L’élite bianca controllava le terre, le miniere e l’industria. I neri potevano solo offrire manodopera a basso costo. Insomma il colonialismo più spietato.
L’African National Congress, che vedeva tra i suoi protagonisti Mandela, viene bandito come organizzazione illegale, dal governo di Pretoria, fino al 1990.
I governi bianchi si presentavano come baluardo contro il comunismo africano e sovietico.
Riuscendo ad avere l’appoggio nel Consiglio di sicurezza Onu, anche pere interessi economici, degli Stati Uniti, Israele, Francia, Gran Bretagna e pochi altri stati.
Questo nonostante le continue condanne da parte dell’Assemblea Generale.
MUSICA COME LOTTA
Dopo l’esilio Miriam si stabilisce negli Stati Uniti, dove collabora con musicisti jazz come Harry Belafonte, contaminando il suo repertorio anche con sonorità jazz.
Canzoni come “The Click Song (Qongqothwane)” e “Soweto Blues” univano tradizione e protesta. Diventano in breve tempo inni contro l’apartheid e per la rivendicazione dei diritti civili.
Nel 1966 riceve il Grammy, con l’album An Evening with Belafonte/Makeba, che trattava la lotta per abbattere il regime di apartheid. Nel 1968 Makeba sposa, in quarte nozze, l’attivista americano Stokely Carmichael, tra i leader del movimento “Black power”.
Questo matrimonio causa un boicottaggio negli USA e i due si trasferiscono in Guinea, nell’Africa occidentale.
AMORE MATERNO
Sua madre è stata centrale della sua vita. Era una sangoma, Nella cultura tradizionale dei popoli Nguni una sangoma è una sorta di sciamano, esperto di magia, medicina tradizionale e divinazione. È una figura legata al culto degli antenati. Sulla protezione che loro possono concedere alle persona malate.
La medicina dei sangoma, olistica e simbolica, non cura solo la malattia fisica, serve anche a guarire gli attriti sociali e le difficoltà spirituali dell’individuo.
La madre non ha potuto partorire in ospedale. I dottori bianchi non potevano curare le persone nere. La classe e il colore della pelle definiscono lo status sociale.
Ma Miriam riesce a nascere. È più forte del regime di segregazione razziale.
Alla nascita era così malata che il padre sperava che morisse.
Lei ha affermato che “la gravidanza è stata difficile, per lei(la madre) e per me”.
Questo indica lo stretto legame con la madre, che morirà nel 1960 e alla cantante le sarà negato l’ingresso nel paese.
Nata in un ambiente sociale e culturale patriarcale ha dovuto sopportare il soffocante sistema di razzismo e sessismo.
Il doloroso passato che Makeba ricorda comporta il rivivere mentalmente ed emotivamente il trauma. La memoria è un’arma per la lotta. Makeba esorta le persone traumatizzate a ricordare la loro storia. Un modo di autodefinizione, di costruzione e trasformazione di se stesse. Una
riformulazione delle appartenenze collettive e individuali.
Essendo un’esiliata politica che vive all’estero. Miriam Makeba si rappresenta come una straniera in terra straniera.
Essere in esilio significa essere fuori dal proprio posto, avere bisogno di essere altrove, ma non avere quell’altrove dove si preferirebbe essere.
SCONTRI DI SOWETO. FINE DELL’APARTHEID E DELL’ESILIO
Nel 1992 Miriam recita nel film Sarafina! Il profumo della libertà, dove interpreta la madre della protagonista. L’opera è ispirata alle sommosse di Soweto del 1976.
Gli scontri di Soweto coinvolgono studenti neri che protestavano contro la politica segregazionista del National Party.
La polizia reprime le violentemente le manifestazioni. Vengono uccise centinaia di persone.
Questo evento indigna l’opinione pubblica mondiale e genera una serie di conseguenze che cambieranno il corso della storia. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impone un embargo totale sulle armi, ma il percorso verso la liberazione del popolo sud africano sarà ancora lungo.
È solo nel 1990 con la liberazione di Nelson Mandela, ha inizio la fine del regime di apartheid.
Miriam Makeba riesce finalmente a tornare in Sud Africa e può riavvicinarsi alla madre, a trent’anni dalla sua morte.
TOUR DI ADDIO, STRAGE DI CASTEL VOLTURNO E “MORTE IN AFRICA”
Nel 2005 decide di fare un tour mondiale di addio alle scene, cantando in tutti i paesi che aveva visitato nel corso della sua carriera. Quando la lontananza non cancella la memoria, i legami diventano indissolubili.
Miriam Makeba muore in Italia, la notte del 9 novembre 2008 a causa di un attacco cardiaco.
Qualche ora prima, nonostante forti dolori al petto, si era esibita in un concerto contro la camorra che, poco tempo prima, in una strage compiuta dal clan dei Casalesi, aveva assassinato brutalmente sei migranti di origine africana, per manifestare il dominio sociale, economico e razziale, nei confronti della comunità africana.
I nomi delle persone che hanno perso la vita quella sera sono: Samuel Kwaku, Kwame Karkari, Alex Adjei, Alhaja Mustapha, Allamin Kassim e Jepson Gopey.
Le parole delle sue canzoni hanno risuonato e continueranno a dare anima ad ogni lotta: ”Soweto blues, Soweto blues, the fire’s still burning”.
La fiamma arde ancora.

