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Tag: diritti donne

  • Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    di Eleonora Salvatore

    Mozambicana, nata a Maputo, classe 1976, Josina Ziyaya Machel è la figlia di Samora Machel, uno dei leader più noti del FRELIMO e Presidente della Repubblica popolare di Mozambico dopo l’indipendenza dal Portogallo, e di Graça Machel, Ministro della Cultura e dell’Istruzione nel primo governo libero del Mozambico, attivista per i diritti dei minori nonché autrice, in ambito ONU, di un poderoso report sull’impatto dei conflitti sulla vita dei bambini presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1996. 

    Josina Machel è stata inserita nel 2020 nella lista della BBC delle cento donne dell’anno che hanno guidato il cambiamento per il suo indefettibile impegno nella lotta contro le violenze di genere, una lista che per la componente “africana” si è arricchita, tra i vari, dei nomi di Ilwad Elman, pacifista e co-fondatrice del primo centro in Somalia per la tutela delle sopravvissute agli abusi sessuali, di Houda Abouz, rapper e femminista marocchina, di Phyllis Omido, attivista ambientale e direttrice del Center for Justice, Governance and Environmental Action che si batte per il riconoscimento dei diritti ambientali e socio-economici delle comunità marginalizzate danneggiate dalle attività delle industrie estrattive in Kenya. 

    La scelta di Josina Machel di aderire alla “causa femminista” l’ha accompagnata sin dagli studi universitari in Sociologia e Scienza Politica, prima all’Università di Cape Town (Sudafrica) e poi alla London School of Economics dove si laurea con una tesi dal titolo “AIDS: Disease of Poverty and Patriarchy”, un lavoro a metà strada tra racconto etnografico ed analisi statistica basato su interviste realizzate con la partecipazione di quasi duecento studentesse che frequentavano due scuole superiori nella capitale mozambicana, la cui domanda di ricerca verteva sulla possibilità di capire le ragioni per cui giovani ragazze, di diversa estrazione sociale, adottassero comportamenti sessuali rischiosi, e di comprendere se la diffusione dell’HIV fosse imputabile a fattori socio-economici o alla cultura patriarcale, o ad una potente e distruttiva miscela di entrambi. Dopo gli studi ha prestato attività di consulenza presso l’IDASA, l’Institute for Democratic Alternatives in South Africa di Città del Capo svolgendo analisi e ricerche su due temi specifici: la robustezza dei programmi governativi per il contenimento della diffusione dell’HIV, e gli avanzamenti legislativi in materia di governance delle pari opportunità. Nel 2007 ha messo su la Pfukani Ltd, un’azienda di consulenza orientata al management delle politiche di cura e controllo delle infezioni da HIV in Mozambico. Attualmente è membro del Civil Society National Reference Group per il Mozambico nell’ambito della la Spotlight Initiative, la partnership strategica tra Unione Europea e Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di violenza contro donne e bambine, che si pone come obiettivo la formulazione e l’implementazione di leggi e politiche, tramite il coinvolgimento dei governi nazionali, che prevengano discriminazioni e l’impunità per i crimini di genere, attiva in otto paesi africani

    Vittima nel 2015 di un violento pestaggio commesso dal compagno Rofino Licuco, imprenditore mozambicano, a causa del quale perde un occhio, ha fondato il Kuhluka Movement, un’organizzazione no-profit che ha come scopo statutario quello di combattere per i diritti delle donne abusate fornendo supporto legale e materiale nella fase di transizione da una vita costellata di violenze domestiche da parte di partner tossici ed abusanti ad una finalmente di rinascita. La parola kuhluka significa, infatti, rinascita nella lingua chopi del popolo Tsonga, originario del Mozambico meridionale, ed indica il processo di rigenerazione incessante di una pianta che, malgrado abbia perso tutta la sua linfa vitale, riesce a radicarsi in un terreno più fertile germogliando nuovamente. Questa parola, così carica di significato, vuole essere una sorta di invocazione al potere delle donne che in ogni parte del mondo ri-fioriscono lasciandosi alle spalle la violenza maschile. Nel 2020, nel corso di una “TED TALK”, ha  provato a raccontare cosa ha significato quell’orrenda violenza per lei, figlia di due Presidenti – Graça Machel ha sposato Nelson Mandela in seconde nozze, e di una madre internazionalmente riconosciuta come battagliera paladina dei diritti delle donne. Nel corso di quella lunga confessione ha dichiarato che i corsi universitari in studi di genere, il carisma familiare e la storia delle vittorie nelle lotte di liberazione nazionale e contro l’apartheid non l’hanno protetta dalla violenza quasi a voler ammettere che non esitono santuari inviolabili, posti affrancati nell’eternità dalla violenza degli uomini contro le donne. Lungi dall’essere conclusa, sulla vicenda giudiziaria di Josina Machel, coi processi che sono seguiti perché il responsabile del pestaggio venga riconosciuto e condannato da un tribunale, nel 2020 si è espresso anche Deprose Muchena, il Direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale, secondo il quale quei processi, a distanza di cinque anni dal pestaggio subito, non sono altro che un “travestimento della giustizia” che scoraggia le donne vittime di violenza a denunciare partner abusanti. Nell’estate del 2021 ha portato all’attenzione internazionale le inchieste del Tseka, rete di attivisti mozambicani, e del CIP-Mozambique (Centro de Integridade Pública) sugli stupri  e sulle pratiche di prostituzione forzata perpetrate dalle guardie carcerarie contro le donne detenute nelle prigioni del paese. 

    Josina Ziyaya Machel, nella sua attività di public speaker, ripete spesso di avvertire la mancanza del suo occhio ma è proprio quell’occhio ad essere stato gettato sull’orizzonte di una nuova frontiera, quella della libertà per tutte le donne.

  • Donne d’Africa: Hajer Sharief

    Donne d’Africa: Hajer Sharief

    Donne d’Africa: Hajer Sharief

    di Eleonora Salvatore

    Libica, classe 1994, Hajer Sharief ha compiuto studi in medicina all’Università di Tripoli e successivamente ha conseguito presso il medesimo Ateneo la laurea in legge. Il suo impegno politico si è intersecato con la storia recente della Libia, dalle proteste di Bengasi nel febbraio 2011 contro il regime di Muammar Gheddafi dopo l’arresto di Fathi Terbil, avvocato e attivista per i diritti umani, all’intervento militare straniero sotto il comando NATO fino all’uccisione di Gheddafi il 20 ottobre 2011 nella città natale di Sirte ad opera delle forze ribelli, e alla prosecuzione della guerra civile nel Paese. Nel settembre 2011 è tra le co-fondatrici di Together We Build It, organizzazione intergenerazionale del terzo settore impegnata nella promozione della pace e della sicurezza in Libia da una prospettiva di genere che va nella direzione di consentire alle donne di svolgere un ruolo attivo e influente nel processo di pace, formale e informale, ancora in corso nel Paese nordafricano. Per Together We Build It tra il 2013 e il 2015 ha curato il Libyan Women Database, il primo network professionale pensato per mettere insieme le competenze delle donne libiche dentro e fuori i confini nazionali nella delicata fase di ricostruzione dopo due anni di guerra civile, e le cui istanze sono state raccolte e presentate agli organismi competenti a livello nazionale e internazionale. Negli stessi anni è stata anche project manager per l’iniziativa portata avanti da TWBI, nota come Network 1325 e nata per dare impulso, nel contesto libico, alla Risoluzione 1325 del 31 ottobre 2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tale Risoluzione ha segnato un passaggio importante nella progressiva istituzionalizzazione della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda perché per la prima volta il massimo organismo della governance globale 

    • ha posto il tema “donne e sicurezza” pungolando gli Stati membri, almeno sulla carta, ad assicurare un’adeguata rappresentatività delle donne a ogni livello decisionale nelle istituzioni nazionali, regionali e internazionali coinvolte nei processi di prevenzione, gestione e soluzione dei conflitti;
    • ha impegnato il Segretario Generale delle Nazioni Unite a nominare un numero crescente di donne come rappresentanti ed inviate speciali, e ad ampliare il ruolo delle donne nelle attività sul campo a guida ONU specie tra gli osservatori militari e gli operatori umanitari.

    In Libia l’iniziativa Network 1325 ha mirato all’implementazione della Risoluzione del CdS attraverso campagne di informazione realizzate da TWBI, corsi di formazione per le organizzazione pacifiste della società civile attive nelle città di Tripoli, Bengasi, Al Bayda, Yefren e Sabha. 

    Forte del ruolo di leadership maturato all’interno di TWBI in una fase estremamente concitata della storia politica libica, Hajer Sharief è stata tra il 2014 e il 2017 membro dello Youth Advocacy Team delle Nazioni Unite per la realizzazione degli obiettivi enunciati nella Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza del 9 dicembre 2015 su “Giovani, pace e sicurezza”. Ha presenziato ai fora mondiali sul consolidamento del ruolo delle nuove generazioni anche nell’azione di de-radicalizzazione di alcuni segmenti della società civile. Tra il 2016 e il 2018 ha fatto parte del team di esperti delle Nazioni Unite che ha curato un corposo report sull’impatto del coinvolgimento attivo dei giovani nei processi di costruzione e mantenimento della pace. 

    Attualmente Hajer Sharief è membro di Extremely Together iniziativa della Kofi Annan Foundation lanciata nel 2016 e che ha chiamato a raccolta dieci giovani leader, tra cui il nigeriano Jonah Obajeun, l’ugandese Ndugwa Hassan e la somala Ilwad Elman, che nei paesi d’origine e in campo internazionale si sono distinti come “peace-builders” impegnandosi nella lotta contro l’estremismo politico e religioso. Dal 2017, per quanto riguarda la compagine “africana”, insieme alla senegalese Bineta Diop, alla namibiana  Netumbo Nandi-Ndaitwah e alla sudafricana Yasmin Sooka, è tra le 12 “Campionesse” scelte dallo United Nations Women, l’ente delle Nazioni Unite che si occupa di parità di genere e dell’empowerment femminile, i cui uffici si trovano solo in venti dei cinquantaquattro Paesi africani, guidato fino al 2021 dalla sudafricana Phumzile Mlambo-Ngcuka cui è subentrata la giordana Sima Sami Bahous. La missione delle “Campionesse” è quella di sostenere l’operato dell’Ente e il ruolo delle donne come costruttrici di pace e attiviste per i diritti umani specie nei contesti geografici segnati dalla recrudescenza dei conflitti in cui gli stupri e le violenze di genere diventano armi da guerra. A dieci anni dall’intervento della NATO – cui sono seguiti una guerra civile senza esclusioni di colpi, un avanzamento sulla scena politica delle frange più estremiste, un arretramento delle posizioni dei Paesi occidentali vista “l’intrattabilità” del conflitto, da cui hanno tratto vantaggio altre Potenze regionali e non, la Libia, per il Fragile State Index, è il Paese che nel decennio 2011-2021 ha fatto registrare la performance peggiore perché, rispetto ad altri Stati, più pesanti sono state le conseguenze della guerra sull’economia, sul mantenimento dello Stato di diritto, sulla tenuta delle strutture statali, sulla capacità delle elite di ricomporre le fratture interne. In uno scenario simile il lavoro della giovane, combattiva e preparata Hajer Sharief, oltre a squarciare il velo della brutalità della guerra, si rivela prezioso perché pone come fulcro di ogni iniziativa l’attenzione per le giovani e le donne rompendo con quella narrazione che le vede solo come vittime e mai come agenti del cambiamento, di un’azione trasformativa, in senso positivo, della società.

  • Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    di Martina Cuomo

    L’hijab day viene istituito nel 2013 da Nazma Khan, statunitense originaria del Bangladesh, col duplice scopo di incoraggiare le donne, a prescindere dalla loro religione, a indossare almeno una volta l’hijab per sperimentare ciò che si prova e di educare e indirizzare le coscienze delle persone verso i reali motivi che spingono una donna ad indossare il velo. 

    La problematicità di un argomento come questo, può saziare facilmente gli appetiti dei nostri media tanto affamati di polemiche popolari, come di fatti sembra fare; ma noi, nemici della banalizzazione di argomenti seri e complessi (figlia ahimé, dei limiti della frammentaria informazione mediatica che spesso non ha tempo per indagini critiche e riflessioni responsabili) cercheremo di analizzare il fenomeno, in maniera quanto più ravvicinata possibile.

    Il tema è quello del tanto discusso velo; specificatamente però, quello islamico. L’uso del velo nelle sue varianti più o meno rigorose, è antecedente alla rivelazione coranica (VII sec). Era un costume largamente in voga in Mesopotamia, in Persia e comunque fra ebrei e cristiani. Il Corano riprese questa pratica e la codificò (senza tuttavia trattarne in maniera assai esplicita l’uso). Così, nel versetto 31 della sura 24 e nel versetto 59 della sura 33, si leggono richiami alla castità, all’umiltà e al preservare e proteggere le virtù femminili, retaggio già tipico di società pre-islamiche a carattere patriarcale. Ai nostri giorni sicuramente l’utilizzo (o non) del velo è un tasto martoriato dalle diverse idee e ipotesi di ognuno, un nervo scoperto che suscita sempre una discussione di qualche tipo.

    Ancora oggi, purtroppo, si fa molta confusione su questo tema, inciampando il più delle volte nell’errore di chi attribuisce fatti e supposte ragioni a qualcosa a cui invece esse non appartengono: l’autore di tutto ciò è come sempre il nostro amico/nemico “pregiudizio”. 

    A proposito di pregiudizio, nonostante il termine “Burqa” resti il più mediatico e sotto tale nome si facciano confluire tantissimi riferimenti, esso è in realtà il velo meno adoperato nel mondo islamico (portato infatti quasi esclusivamente in Afghanistan e in alcune località del Pakistan orientale), dunque il nostro obiettivo di oggi sarà quello di operare una divisione per chiarire innanzitutto le differenze tra i vari usi che si fanno del tanto famigerato velo.

     

    L’”Hijab” è l’uso che viene fatto del velo a mo’ di copricapo. Generalmente, copre i capelli (più o meno totalmente) e scende, per lo più, fin sul petto. Utilizzato oltre che nei paesi arabi e a maggioranza islamica, anche in Europa, in America e comunque in Occidente.

    Chador, invece, è l’uso del velo come una sorta di scialle chiuso sul collo. Copre la testa e il corpo, ma lascia la faccia completamente visibile. D’uso comune in tantissimi paesi, il Chador è particolarmente diffuso in Iran.

    Il Niqab, è un tipo di velo che copre tutto il corpo, la testa e il viso, lasciando solo un’apertura per gli occhi (esistono altri due tipi di Niqab, quello saudita e quello yemenita, che cambiano leggermente in base alla modalità di apportare un ulteriore sottile velo o una fascia, al di sotto del velo stesso). 

    Questa tipologia di velo è diffusa principalmente negli stati del Golfo e in Arabia Saudita. 

    In generale, è possibile trovarlo anche in paesi del Nord Africa, in Pakistan o in Bangladesh. 

    Il Burqa, in fine, è un “velo” che copre in maniera integrale il corpo femminile. Anche gli occhi sono coperti, è solitamente di colore azzurro e le donne che lo indossano possono vedere solo attraverso una retina sugli occhi. È usato per lo più in Afghanistan e in Pakistan. Sotto il regime talebano che ha governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, il suo uso è stato stabilito dalla legge.

    Vi sarebbero anche altri tipi di velo, come ad esempio l’Amira, lo Shayla, il Khimar […] ma, approssimativamente, gli usi principali del velo sono quelli sopracitati. 

    Conoscere ciò che l’altro sceglie di indossare ci dice sempre anche qualcosa su chi è, e questo è un potenziale punto di incontro con l’alterità. Abolire ciò che mi fa paura perché è diverso, mi getta nel pozzo della monogamia culturale, che egoisticamente sposa sé stessa credendo di essere l’unica a sapere cosa voglia dire essere liberi. La delicatezza di tale tema, ci lascia ricordare al lettore che a volte tante sono le declinazioni di un oggetto, tante le sue derivazioni, i suoi usi, le sue ragioni che non si è mai abbastanza cauti nell’affrontarlo. Ma sono eroi di sabbia quelli a cui il cuore si ferma davanti a una barriera di stoffa. 

  • Donne d’Africa: Rainatou Sow

    Donne d’Africa: Rainatou Sow

    Donne d’Africa: Rainatou Sow

    di Eleonora Salvatore

    Guineana, classe 1983, Rainatou Sow è la fondatrice, nonché direttrice esecutiva di MEWC (Make Every Woman Count), organizzazione con sede nel Regno Unito ma operativa in quasi tutti gli Stati africani, la cui missione e le cui finalità sono votate all’empowerment delle donne e delle ragazze in Africa.

    Esperta di relazioni internazionali, dopo gli studi in diritto internazionale all’Università Kofi Annan di Conakry (Guinea) e in governance globale alla Metropolitan University di Londra, Rainatou Sow ha lavorato per l’International Organization for Migration, per la World Health Organization, l’UNICEF e l’Unione Africana. Attualmente fa parte del Management Board di GAPS (Gender Action for Peace and Security), sezione britannica di un consorzio di diciannove organizzazioni non governative internazionali impegnate, sulla scorta della Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su “Donne, pace e sicurezza”, a postulare l’accountability del Regno Unito nella sua adesione agli obblighi internazionalmente assunti nella promozione dei diritti delle donne nei contesti bellici.

    Ha partecipato, inoltre, come membro dell’Advisory Board, al Gender, Justice and Security Hub, un progetto quinquennale di ricerca della London School of Economics and Political Science sulla sovrapposizione, in scenari di guerra, degli sforzi tesi alla realizzazione di due tra i più importanti obiettivi dello sviluppo sostenibile – la parità di genere e la creazione di istituzioni democratiche più forti in grado di garantire pace e sicurezza – e all’avanzamento della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda. Per quanto riguarda il continente africano, l’Hub ha svolto ricerche in Sierra Leone ed Uganda sulle questioni delle riforme agrarie adottate nei due Paesi al termine delle guerre civili, e del ruolo delle donne nel processo di nation rebuilding, e in Libia sulle violenze sessuali nei centri di detenzione per le donne migranti. Nel 2012 è stata inserita dalla rivista Forbes nella lista delle “Twenty Youngest Power Women in Africa” insieme all’angolana Leila Lopes, Miss Universo e testimonial di campagne sociali in favore delle donne affette da HIV, alla liberiana Leymah Gbowee, attivista del Liberian Mass Action for Peace e Premio Nobel per la pace nel 2011, e alla sierraleonese Isha Sesay, giornalista della CNN.

    L’idea di costituire un’associazione che mettesse insieme le competenze di donne africane al servizio di altre donne africane è balenata alla mente della Sow dopo che l’Unione Africana ebbe proclamato nell’ottobre del 2010 a Nairobi (Kenya) il decennio 2010-2020 come la decade delle donne africane su iniziativa dei Ministri competenti per le questioni di genere che già a partire dal dicembre del 2008, in occasione del summit straordinario dell’UA a Maseru (Lesotho), avevano cominciato a lavorare sui temi dei diritti femminili in un’ottica e secondo un approccio autenticamente continentali anche al fine di dare sostanza alla Solemn Declaration on Gender Equality in Africa adottata dall’UA al vertice di Addis Abeba (Etiopia) del 6-8 luglio 2004. La Dichiarazione solenne, infatti, impegnava gli Stati africani ad 

    1. adottare, nell’ambito della lotta alle pandemie da HIV-AIDS e tubercolosi, misure economiche, sociali e legali che garantissero concretamente i diritti e la salute delle donne, specie di quelle colpite dalle malattie infettive; 
    2. assicurare la piena partecipazione e l’effettiva rappresentanza delle donne nei processi di pace sia nel management stesso dei conflitti che nei percorsi di ricostruzione post-bellica;
    3. pervenire alla ratifica, entro la fine del 2004, del Protocollo di Maputo (Mozambico) sui diritti delle donne adottato dall’UA nel luglio 2003, annesso alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli;
    4. organizzare campagne contro il traffico di donne e bambine;
    5. estendere e promuovere il principio della parità di genere a tutti gli organi dell’Unione Africana, delle Comunità economiche regionali, ai parlamenti nazionali e agli organi consultivi locali.

    La MEWC aspira a dare concretezza agli strumenti del diritto internazionale pattizio che gli Stati africani adottano in seno all’Unione Africana o nel consesso delle Nazioni Unite funzionando da platform advocacy e cassetta degli attrezzi per monitorare lo stato e l’avanzamento dei diritti delle donne, e la loro partecipazione ai processi di decision-making nel continente. Le questioni di genere prese in esame dall’organizzazione spaziano dalle violazioni dei diritti nei Paesi devastati dalle guerre civili ai diritti riproduttivi, dall’empowerment economico alla partecipazione politica femminile nei partiti, nei parlamenti e nell’amministrazione di governo, dalla lotta ai matrimoni forzati e precoci all’importanza di sottolineare la dimensione di genere quando si parla di giustizia ambientale.

    Nel 2020 la MEWC ha stilato un report di sintesi sulle conquiste, sul consolidamento e sulle torsioni negative che hanno accompagnato l’adozione di leggi, politiche e strategie degli Stati africani a sostegno dei diritti delle donne e della gender equality anche alla luce dell’impatto pandemico sulle società del continente. Da quanto emerge dall’ultimo report della MEWC (novembre-dicembre 2020), sul piano legale 42 Stati su 55 hanno ratificato il Protocollo di Maputo. Alcuni, tra cui Cameroon, Kenya e Uganda, hanno apposto riserve agli articoli relativi al diritto all’aborto e al diritto di famiglia. Marocco, Egitto e Botswana non hanno mai firmato il documento. Lo stesso Protocollo di Maputo e, di conseguenza, il campo possibile degli interventi degli Stati africani per favorire l’avanzamento della condizione femminile hanno concentrato gli sforzi su alcune campagne che vanno dall’eliminazione della pratica delle mutilazioni genitali femminili, campagna culminata con la presentazione da parte di un gruppo di Stati africani al Segretario Generale delle Nazioni Unite di un testo sulla messa al bando a livello globale dell’odiosa pratica, alla riduzione del tasso di mortalità materna e infantile.

    L’operato di Rainatou Sow ha il merito di aver segnato un turning point nella definizione di un attivismo femminista consapevole delle sfide, anche culturali, che contraddistinguono le variegate realtà statuali del mondo africano, un attivismo che all’aspetto umanitarista preferisce dare un connotato politico perché è politica l’agency delle donne africane.