Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico
di Martina Cuomo

L’hijab day viene istituito nel 2013 da Nazma Khan, statunitense originaria del Bangladesh, col duplice scopo di incoraggiare le donne, a prescindere dalla loro religione, a indossare almeno una volta l’hijab per sperimentare ciò che si prova e di educare e indirizzare le coscienze delle persone verso i reali motivi che spingono una donna ad indossare il velo.
La problematicità di un argomento come questo, può saziare facilmente gli appetiti dei nostri media tanto affamati di polemiche popolari, come di fatti sembra fare; ma noi, nemici della banalizzazione di argomenti seri e complessi (figlia ahimé, dei limiti della frammentaria informazione mediatica che spesso non ha tempo per indagini critiche e riflessioni responsabili) cercheremo di analizzare il fenomeno, in maniera quanto più ravvicinata possibile.
Il tema è quello del tanto discusso velo; specificatamente però, quello islamico. L’uso del velo nelle sue varianti più o meno rigorose, è antecedente alla rivelazione coranica (VII sec). Era un costume largamente in voga in Mesopotamia, in Persia e comunque fra ebrei e cristiani. Il Corano riprese questa pratica e la codificò (senza tuttavia trattarne in maniera assai esplicita l’uso). Così, nel versetto 31 della sura 24 e nel versetto 59 della sura 33, si leggono richiami alla castità, all’umiltà e al preservare e proteggere le virtù femminili, retaggio già tipico di società pre-islamiche a carattere patriarcale. Ai nostri giorni sicuramente l’utilizzo (o non) del velo è un tasto martoriato dalle diverse idee e ipotesi di ognuno, un nervo scoperto che suscita sempre una discussione di qualche tipo.
Ancora oggi, purtroppo, si fa molta confusione su questo tema, inciampando il più delle volte nell’errore di chi attribuisce fatti e supposte ragioni a qualcosa a cui invece esse non appartengono: l’autore di tutto ciò è come sempre il nostro amico/nemico “pregiudizio”.
A proposito di pregiudizio, nonostante il termine “Burqa” resti il più mediatico e sotto tale nome si facciano confluire tantissimi riferimenti, esso è in realtà il velo meno adoperato nel mondo islamico (portato infatti quasi esclusivamente in Afghanistan e in alcune località del Pakistan orientale), dunque il nostro obiettivo di oggi sarà quello di operare una divisione per chiarire innanzitutto le differenze tra i vari usi che si fanno del tanto famigerato velo.

L’”Hijab” è l’uso che viene fatto del velo a mo’ di copricapo. Generalmente, copre i capelli (più o meno totalmente) e scende, per lo più, fin sul petto. Utilizzato oltre che nei paesi arabi e a maggioranza islamica, anche in Europa, in America e comunque in Occidente.
Chador, invece, è l’uso del velo come una sorta di scialle chiuso sul collo. Copre la testa e il corpo, ma lascia la faccia completamente visibile. D’uso comune in tantissimi paesi, il Chador è particolarmente diffuso in Iran.
Il Niqab, è un tipo di velo che copre tutto il corpo, la testa e il viso, lasciando solo un’apertura per gli occhi (esistono altri due tipi di Niqab, quello saudita e quello yemenita, che cambiano leggermente in base alla modalità di apportare un ulteriore sottile velo o una fascia, al di sotto del velo stesso).
Questa tipologia di velo è diffusa principalmente negli stati del Golfo e in Arabia Saudita.
In generale, è possibile trovarlo anche in paesi del Nord Africa, in Pakistan o in Bangladesh.
Il Burqa, in fine, è un “velo” che copre in maniera integrale il corpo femminile. Anche gli occhi sono coperti, è solitamente di colore azzurro e le donne che lo indossano possono vedere solo attraverso una retina sugli occhi. È usato per lo più in Afghanistan e in Pakistan. Sotto il regime talebano che ha governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, il suo uso è stato stabilito dalla legge.
Vi sarebbero anche altri tipi di velo, come ad esempio l’Amira, lo Shayla, il Khimar […] ma, approssimativamente, gli usi principali del velo sono quelli sopracitati.
Conoscere ciò che l’altro sceglie di indossare ci dice sempre anche qualcosa su chi è, e questo è un potenziale punto di incontro con l’alterità. Abolire ciò che mi fa paura perché è diverso, mi getta nel pozzo della monogamia culturale, che egoisticamente sposa sé stessa credendo di essere l’unica a sapere cosa voglia dire essere liberi. La delicatezza di tale tema, ci lascia ricordare al lettore che a volte tante sono le declinazioni di un oggetto, tante le sue derivazioni, i suoi usi, le sue ragioni che non si è mai abbastanza cauti nell’affrontarlo. Ma sono eroi di sabbia quelli a cui il cuore si ferma davanti a una barriera di stoffa.


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