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Recensione libro: LA MORTE NON MI HA VOLUTA: cento giorni, un milione di morti – Yolande Mukagasana

Il 7 aprile 1994, appena trent’anni fa, ebbe inizio una delle tragedie umanitarie più orribili del ventesimo secolo: il genocidio del Rwanda. Bastarono soltanto cento giorni per l’uccisione di oltre un milione di persone, la cui sola colpa fu quella di appartenere alla minoranza Tutsi. Tutto ebbe inizio quando un razzo colpì l’aereo su cui viaggiavano il presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, ed il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, appartenenti entrambi alla maggioranza hutu. L’attacco, provocò la morte di entrambi i presidenti, e scatenò una catena d’odio inarrestabile, fomentata dai media che, nelle mani della propaganda politica contemporanea, contribuirono a creare una frattura incolmabile tra hutu e tutsi, considerati due gruppi etnici distinti ed in forte contrasto. In realtà, le teorie circa il duplice assassinio di stampo politico, sono molte e spesso contraddittorie. Infatti, mentre i media locali fecero ricadere la responsabilità dell’accaduto sui ribelli tutsi, secondo alcune ricostruzioni Habyarimana e Ntaryamira furono uccisi da una fazione estremista hutu, che non appoggiava le politiche moderate dei presidenti e le trattative di pace appena stipulate. Quel che è certo, è che da quel momento in poi, il cielo sopra Kigali divenne rosso sangue.

Il libro “La morte non mi ha voluta: cento giorni, un milione di morti”, è la cruda testimonianza dell’autrice, sopravvissuta fortuitamente ai massacri. Yolande Mukagasana, soprannominata Muganga, ovvero “dottoressa”, infermiera tutsi che ha da sempre speso la sua vita nella cura dell’altro, ha visto la sua vita cambiare da un momento all’altro, vivendo sulla propria pelle un genocidio che le ha tolto tutto: la sua casa, la città dove abitava, suo marito, ed i suoi amatissimi figli, che invano invoca per tutta la durata del romanzo, come un’eco dolorosa destinata a perdersi nel vuoto. Mukagasana, infatti, è una donna acculturata ed emancipata, che è riuscita con le sue sole forze ad aprire un piccolo ambulatorio in cui riesce a garantire quotidianamente cure medico-sanitarie a tantissimi pazienti ruandesi, attirando tuttavia su di sé le invidie di tantissimi cittadini di Kigali, in particolare hutu, che si acuiranno sempre più a seguito della morte di Habyarimana, rendendola bersaglio di una vera e propria caccia all’uomo da parte dei militari hutu. Ciononostante, la donna riesce a sopravvivere attraverso una complicata fuga, dapprima nella foresta, in punti strategici tra la più fitta vegetazione, e poi grazie all’aiuto di Emanuelle, un’amica hutu che rischia la vita con lei pur di aiutarla, vivendo per giorni impilata sotto ad un lavello, tra le tubature che immobilizzano il suo corpo smagrito e martoriato.

Yolande pensa alla morte più e più volte, il dolore della perdita ed il senso di colpa per essere sopravvissuta alla sua famiglia e a milioni di donne e bambini, la spingono a desiderare costantemente di consegnarsi alla frontiera e lasciare che i militari facciano di lei ciò che vogliono. Tuttavia, una forza maggiore la spinge alla vita ed a lottare per essa. Yolande ha una missione: essere testimonianza viva, raccontare gli orrori che ha vissuto sulla propria pelle, essere voce per chi ormai non può più narrare quanto accaduto. Mukagasana riesce nel suo intento. La sua è una testimonianza cruda, che non risparmia dettagli cruenti degli orrori subiti dalla popolazione tutsi: bombardamenti, colpi di machete, infanticidi, stupri e torture sono onnipresenti in tutto il racconto. L’autrice riporta fedelmente quanto vissuto, con una lucidità disarmante.

La lettura di “La morte non mi ha voluta” è uno scossone per le coscienze, anche quelle più sopite dai media che narrano le vicende del ’94 ruandese come una semplice guerra intestina, e non come ciò che effettivamente è stato: un genocidio. Mukagasana racconta minuziosamente di come, di nascosto, seguiva attraverso una radiolina le notizie quotidiane su Kigali e sul Ruanda e di come i media occidentali distorcessero la narrazione, presentando il Ruanda come un paese debitore delle armi che i paesi occidentali gli fornirono per massacrare i tutsi. La complicità dei paesi occidentali è dunque evidente ed innegabile: il genocidio celava degli interessi economici e coloniali che andavano ben oltre il Ruanda, ben oltre il continente africano. L’autrice-protagonista per sfuggire alle truppe hutu che stavano effettuando una vera e propria caccia all’uomo nei suoi confronti, deve affrontare innumerevoli pericoli: arriva perfino a doversi nascondere in casa del Colonnello Rucibiganga, un hutu vecchio e malato di un’infezione sessualmente trasmissibile, che la protegge sperando di ricevere in cambio dei favori sessuali. Yolande riesce a sfruttare ogni situazione a proprio favore, conservando un’incredibile lucidità anche nel dolore più profondo.

La morte non l’ha voluta affinché diventasse testimonianza vivente dei massacri, degli eccidi e dei crimini commessi in Ruanda e affinché rivendicasse con una vendetta non violenta tutto ciò che il genocidio le aveva tolto: suo marito, i suoi figli, tutta la sua famiglia e non solo, la sua dignità di donna, lavoratrice, essere umano con la sola colpa di appartenere al popolo tutsi.

Un popolo diventa razzista quando non riesce più a spiegarsi il proprio malessere”

Afferma l’autrice, che ci fornisce così non solo un’analisi profonda delle radici del fenomeno del razzismo, ma anche un monito, affinché anche noi non cediamo alla tentazione della ricerca di un capro espiatorio ai mali del nostro tempo. La storia di Yolande, tuttavia, non è soltanto un racconto doloroso; benché la cornice storica e biografica sia tragica, tra le righe di questo capolavoro letterario traspare una grande testimonianza di coraggio e speranza. Yolande Mukagasana sconfigge la morte, è una donna coraggiosa al punto da riuscire a combattere per la vita anche quando tutto intorno a sé è distruzione, riuscendo a portare avanti degli ideali pur avendo perso ogni cosa. Ed è questo il vero fulcro di questo libro, che ci lascia senza parole ad ogni pagina. Un racconto di morte e distruzione, ma al contempo, un inno alla vita.

A cura di Emilia Ruocco