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Categoria: Cultura IT

  • Donne d’Africa: Rainatou Sow

    Donne d’Africa: Rainatou Sow

    Donne d’Africa: Rainatou Sow

    di Eleonora Salvatore

    Guineana, classe 1983, Rainatou Sow è la fondatrice, nonché direttrice esecutiva di MEWC (Make Every Woman Count), organizzazione con sede nel Regno Unito ma operativa in quasi tutti gli Stati africani, la cui missione e le cui finalità sono votate all’empowerment delle donne e delle ragazze in Africa.

    Esperta di relazioni internazionali, dopo gli studi in diritto internazionale all’Università Kofi Annan di Conakry (Guinea) e in governance globale alla Metropolitan University di Londra, Rainatou Sow ha lavorato per l’International Organization for Migration, per la World Health Organization, l’UNICEF e l’Unione Africana. Attualmente fa parte del Management Board di GAPS (Gender Action for Peace and Security), sezione britannica di un consorzio di diciannove organizzazioni non governative internazionali impegnate, sulla scorta della Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su “Donne, pace e sicurezza”, a postulare l’accountability del Regno Unito nella sua adesione agli obblighi internazionalmente assunti nella promozione dei diritti delle donne nei contesti bellici.

    Ha partecipato, inoltre, come membro dell’Advisory Board, al Gender, Justice and Security Hub, un progetto quinquennale di ricerca della London School of Economics and Political Science sulla sovrapposizione, in scenari di guerra, degli sforzi tesi alla realizzazione di due tra i più importanti obiettivi dello sviluppo sostenibile – la parità di genere e la creazione di istituzioni democratiche più forti in grado di garantire pace e sicurezza – e all’avanzamento della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda. Per quanto riguarda il continente africano, l’Hub ha svolto ricerche in Sierra Leone ed Uganda sulle questioni delle riforme agrarie adottate nei due Paesi al termine delle guerre civili, e del ruolo delle donne nel processo di nation rebuilding, e in Libia sulle violenze sessuali nei centri di detenzione per le donne migranti. Nel 2012 è stata inserita dalla rivista Forbes nella lista delle “Twenty Youngest Power Women in Africa” insieme all’angolana Leila Lopes, Miss Universo e testimonial di campagne sociali in favore delle donne affette da HIV, alla liberiana Leymah Gbowee, attivista del Liberian Mass Action for Peace e Premio Nobel per la pace nel 2011, e alla sierraleonese Isha Sesay, giornalista della CNN.

    L’idea di costituire un’associazione che mettesse insieme le competenze di donne africane al servizio di altre donne africane è balenata alla mente della Sow dopo che l’Unione Africana ebbe proclamato nell’ottobre del 2010 a Nairobi (Kenya) il decennio 2010-2020 come la decade delle donne africane su iniziativa dei Ministri competenti per le questioni di genere che già a partire dal dicembre del 2008, in occasione del summit straordinario dell’UA a Maseru (Lesotho), avevano cominciato a lavorare sui temi dei diritti femminili in un’ottica e secondo un approccio autenticamente continentali anche al fine di dare sostanza alla Solemn Declaration on Gender Equality in Africa adottata dall’UA al vertice di Addis Abeba (Etiopia) del 6-8 luglio 2004. La Dichiarazione solenne, infatti, impegnava gli Stati africani ad 

    1. adottare, nell’ambito della lotta alle pandemie da HIV-AIDS e tubercolosi, misure economiche, sociali e legali che garantissero concretamente i diritti e la salute delle donne, specie di quelle colpite dalle malattie infettive; 
    2. assicurare la piena partecipazione e l’effettiva rappresentanza delle donne nei processi di pace sia nel management stesso dei conflitti che nei percorsi di ricostruzione post-bellica;
    3. pervenire alla ratifica, entro la fine del 2004, del Protocollo di Maputo (Mozambico) sui diritti delle donne adottato dall’UA nel luglio 2003, annesso alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli;
    4. organizzare campagne contro il traffico di donne e bambine;
    5. estendere e promuovere il principio della parità di genere a tutti gli organi dell’Unione Africana, delle Comunità economiche regionali, ai parlamenti nazionali e agli organi consultivi locali.

    La MEWC aspira a dare concretezza agli strumenti del diritto internazionale pattizio che gli Stati africani adottano in seno all’Unione Africana o nel consesso delle Nazioni Unite funzionando da platform advocacy e cassetta degli attrezzi per monitorare lo stato e l’avanzamento dei diritti delle donne, e la loro partecipazione ai processi di decision-making nel continente. Le questioni di genere prese in esame dall’organizzazione spaziano dalle violazioni dei diritti nei Paesi devastati dalle guerre civili ai diritti riproduttivi, dall’empowerment economico alla partecipazione politica femminile nei partiti, nei parlamenti e nell’amministrazione di governo, dalla lotta ai matrimoni forzati e precoci all’importanza di sottolineare la dimensione di genere quando si parla di giustizia ambientale.

    Nel 2020 la MEWC ha stilato un report di sintesi sulle conquiste, sul consolidamento e sulle torsioni negative che hanno accompagnato l’adozione di leggi, politiche e strategie degli Stati africani a sostegno dei diritti delle donne e della gender equality anche alla luce dell’impatto pandemico sulle società del continente. Da quanto emerge dall’ultimo report della MEWC (novembre-dicembre 2020), sul piano legale 42 Stati su 55 hanno ratificato il Protocollo di Maputo. Alcuni, tra cui Cameroon, Kenya e Uganda, hanno apposto riserve agli articoli relativi al diritto all’aborto e al diritto di famiglia. Marocco, Egitto e Botswana non hanno mai firmato il documento. Lo stesso Protocollo di Maputo e, di conseguenza, il campo possibile degli interventi degli Stati africani per favorire l’avanzamento della condizione femminile hanno concentrato gli sforzi su alcune campagne che vanno dall’eliminazione della pratica delle mutilazioni genitali femminili, campagna culminata con la presentazione da parte di un gruppo di Stati africani al Segretario Generale delle Nazioni Unite di un testo sulla messa al bando a livello globale dell’odiosa pratica, alla riduzione del tasso di mortalità materna e infantile.

    L’operato di Rainatou Sow ha il merito di aver segnato un turning point nella definizione di un attivismo femminista consapevole delle sfide, anche culturali, che contraddistinguono le variegate realtà statuali del mondo africano, un attivismo che all’aspetto umanitarista preferisce dare un connotato politico perché è politica l’agency delle donne africane. 

  • Donne d’Africa: Ngozi Okonjo-Iweala

    Donne d’Africa: Ngozi Okonjo-Iweala

    Donne d’Africa: Ngozi Okonjo-Iweala

    di Eleonora Salvatore

    Nigeriana, classe 1954, cittadina statunitense dal 2019, Ngozi Okonjo-Iweala è dal 1° marzo 2021 Direttrice Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio dopo la storica scelta, avvenuta per consensus, compiuta dal Consiglio Generale dell’Organizzazione che per la prima volta nella sua storia ha voluto alla guida una donna e una donna africana. Nel giorno dell’investitura ufficiale (15 febbraio 2021) Ngozi Okonjo-Iweala ha affermato di avere il coraggio e la passione di intraprendere coi Paesi membri della World Trade Organization il cammino delle riforme e ristabilire l’Organizzazione quale «pilastro chiave della governance economica globale, forza per un sistema multilaterale di scambi robusto, trasparente, ed equo, e uno strumento per una crescita economica inclusiva e per uno sviluppo sostenibile». Nella stessa occasione ha sollecitato i Paesi membri a rigettare il protezionismo e il nazionalismo dei vaccini intensificando la cooperazione sui trasferimenti a Paesi terzi di tecnologie farmaceutiche per la produzione su scala globale dei vaccini e di altri dispositivi diagnostici. Nei primi mesi alla guida della WTO ha più volte ribadito che la ripresa economica globale è strettamente intrecciata alla rapidità con cui si renderanno disponibili cure e vaccini per i Paesi più poveri. Basti ricordare che nell’aprile 2020 Ngozi  Okonjo-Iweala, quando sedeva nel board della Ellen Johnson Sirleaf Presidential Center for Women and Development,  istituzione che mira ad aumentare il livello della rappresentanza femminile nei ruoli di leadership nelle amministrazioni governative in Africa, è stata nominata inviata speciale dell’Unione Africana per la lotta alla pandemia nel continente anche grazie all’esperienza maturata a partire dal 2016, anno in cui è entrata a far parte del board di GAVI, un istituto della cooperazione mondiale che si prefigge l’obiettivo di realizzare campagne di immunizzazione e vaccinazione contro malattie infettive letali a tutela della salute dei bambini  nei Paesi in cui opera.

    Economista di formazione e di professione, ha studiato all’Università di Harvard e conseguito nel 1981 un dottorato di ricerca in Economia regionale e sviluppo al Massachusetts Institute of Technology con una tesi dal titolo Credit policy, rural finacial markets and Nigeria’s agricultural development. Ha lavorato per venticinque anni alla World Bank occupandosi soprattutto delle economie del sud-est asiatico negli anni della crisi del 1997-1998, fino a ricoprire la posizione di Managing Director per il quadriennio 2007-2011. In qualità di numero 2 della Banca Mondiale è stata Presidente del World Bank Global Food Crisis Response Program, un programma di interventi e riforme calibrato sulle esigenze dei Paesi, tra cui Etiopia e Tanzania, che hanno maggiormente risentito della volatilità dei prezzi delle materie prime agricole con la crisi del 2008. Ha partecipato ai fora multilaterali per la ricostruzione del sistema economico e fiscale dell’Afghanistan salutando con favore la decisione di Kabul di diventare membro dell’Extractive Industries Transparency Initiative, una coalizione di governi, aziende e società civile che si batte per la trasparenza e l’accountability dei soggetti, economici e non, che operano nel settore delle estrazioni di petrolio, gas e risorse minerarie affinché la catena del valore generata da questa attività economica produca, nella distribuzione dei profitti da essa derivanti, un beneficio collettivo in termini di finanziamento della spesa pubblica. Sempre nelle vesti di Managing Director della Banca Mondiale ha curato progetti di sostegno economico per i Paesi a medio e basso reddito. Come Ministro dell’Economia della Repubblica di Nigeria tra il 2003 e il 2006 (Presidente Olusegun Obasanjo) e tra il 2011 e il 2015 (Presidente Goodluck Jonathan) si è resa protagonista di un’intensa attività diplomatica coi Paesi del Club di Parigi per la cancellazione del 60% del totale del debito estero dello Stato, e si è affermata come la principale architetta di un ambizioso programma di riforme per la stabilizzazione del quadro macroeconomico della Nigeria i cui tassi di crescita hanno accreditato il Paese, agli occhi delle istituzioni finanziarie e degli investitori internazionali, come un interessante mercato emergente. L’esperienza come Ministro dell’Economia è diventata materiale per il libro Reforming the Unreformable. Lessons from Nigeria.

    Accanto all’attività professionale portata avanti con instancabile determinazione sempre ai vertici dell’amministrazione di governo del Paese d’origine e delle organizzazioni internazionali – ricordiamo l’attuale ruolo di Commissario Emerito che ricopre nella Global Commission on the Economy and Climate, una delle più importanti iniziative a livello mondiale che mette insieme ex capi di governo e ministri delle finanze, economisti e industriali allo scopo di esaminare come gli Stati possono espandere i propri sistemi economici mentre affrontano i rischi posti dal cambiamento climatico – Ngozi Okonjo-Iweala ha collezionato preziose esperienze nel settore privato come Senior Adviser di Lazard, società di consulenza finanziaria specializzata nella ristrutturazione dei debiti sovrani, e come consigliera in istituti di ricerca e università negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Nigeria e Sudafrica. La solidità della sua preparazione accademica e l’abilità nel gestire dossier caldi al tavolo dei negoziati nel 2012 l’hanno condotto a candidarsi alla presidenza del World Bank Group, oltre a valerle premi e riconoscimenti tra cui il Madeleine K. Albright Global Development Award da parte dell’Aspen Institute. Molte università le hanno conferito dottorati ad honorem: nell’ottobre 2021 la Libera Università degli Studi Sociali Guido Carli ha riconosciuto il titolo di dottore honoris causa in Studi politici alla Iweala che ha presenziato alla cerimonia tenendo una lectio magistralis sui beni comuni globali. La Direttrice Generale dell’OMC ha davanti a sé molte sfide da vincere e l’impegno ad onorare la promessa di contribuire a rendere il sistema degli scambi commerciali meno iniquo.

  • La lingua al servizio della bellezza

    La lingua al servizio della bellezza

    La lingua al servizio della bellezza

    di Martina Cuomo

    Oggi il nostro tappeto volante ci porta ad una meravigliosa scoperta della linguistica, e scopriremo insieme parole italiane di derivazione araba. Parleremo di ciò che in linguistica si definisce “prestito”, ovvero una parola o addirittura un’intera struttura sintattica che entra a far parte del patrimonio di una determinata lingua pur provenendo da una lingua diversa.

    Un prestito nasce principalmente dall‘incontro di due culture diverse. Ciò che accade al momento del contatto tra due (o più) popoli, è, in maniera assai naturale e propria degli uomini, uno scambio. Tale scambio – che a me pare avere il modo d’essere d’una fusione, di una concordanza, voglio dire di un accordo… di un accordo, ecco- alcune volte avviene dopo aver selezionato e scelto cosa prendere in “prestito”, e dunque si assimila ciò che si è scelto di assimilare; altre volte, invece, accade che certi popoli apprendano e assimilino quasi involontariamente certi modi di dire (e di fare) del popolo con cui entrano in contatto, come se il logos s’imponesse al loro modo di comunicare e scegliesse da sé ciò che è meglio per se stesso, senza chiedere permesso all’Io che sta sperimentando questo incontro.

    Generalmente all’interno dello scambio, c’è un verso che è più influenzato dell’altro, e questo a motivo del maggiore prestigio di una delle due lingue, ma l’influenza è sempre reciproca. E la natura amichevole o meno del rapporto tra le due culture in questione, non influenza l’entità dello scambio! Il fenomeno della presa in prestito è antichissimo, e interi popoli hanno preso in prestito termini da altri popoli pur quando s’era avversari di questi in guerra, o loro schiavi, o loro nemici. Non è l’inimicizia, cioè, ci insegna il logos, ad impedire che si possa apprezzare qualcosa dell’altro, a riconoscerne una qualche qualità che ci spinge a condividerne l’uso affinché migliori le nostre capacità: il prestito è una modalità attraverso cui le diverse lingue arricchiscono il proprio repertorio.
    Alla lingua non importa il grado di parentela o meno tra i due apparati linguistici, ciò che importa alla lingua è essere la migliore versione di se stessa. Perciò, come un’elegante e prepotente formatrice di sé stessa, la lingua prende in prestito ciò che più le è utile, ciò che più le piace, scrollandosi via di dosso ogni prevenzione. Vividissima pare ai miei occhi l’immagine di un logos rigoroso quanto selvaggiamente libero, consapevole ma incurante di regole d’appartenenza che per esso semplicemente non esistono, poiché sa esattamente come coniugare per ciascun popolo un suo linguaggio. Con l’aspetto immaginifico di un leone regale, il logos si inchina al cospetto di chi è stato capace di partorire qualcosa d’utile e comprensibile per la lingua, se ne ammalia, e senza paure se ne appropria, senza dover poi nulla in cambio, perché ciascun popolo prende da un altro ciò di cui ha bisogno, ciò da cui l’orecchio e le labbra ricavano comodo e s’ammanta di ciò che ha appreso diventando più bello di prima. In altre parole, gli odiatori della diversità soccombono alla luce di una Bellezza limpida come la rugiada che non ha tempo per le intolleranze.

    Un popolo si incontra primieramente per mezzo del logos, attraverso cui conosce e si fa conoscere, comunica ed è comunicato. Esso penetra tra gli uomini e trascinando dietro di sé racconti e segni, spezza le catene dell’ignoranza. L’incontro con un tessuto di segni, voglio dire con un linguaggio, ci immette di forza in uno spazio in cui dobbiamo lasciare andare qualcosa dei nostri modi, o almeno far spazio, per accoglierne di nuovi, che non mandano all’oblio le nostre abitudini psicolinguistiche come erroneamente spesso si crede, ma, al contrario, le eleva a gradi superiori d’intelligenza, insegnandoci che l’Io va smosso e scomodato dalla sua zona di comfort, e va battuto sul capo ogni volta che crederà d’essere l’unico possibile.
    La comprensione dell’alterità per mezzo del linguaggio è l’appuntamento puntuale che il nostro Io stipula con la volontà di ergersi a un piano di visione del mondo che non ha paura dell’alterità. Incontrare la diversità e conoscerla, ci spinge (sempre e indiscutibilmente) a livelli più alti di umanità, e questo mondo ne ha davvero bisogno.
    Veniamo ora alle nostre parole italiane di derivazione araba, ne saranno qui riportate solo alcune, in minimissima parte, poiché in realtà le parole italiane che derivano dalla lingua araba sono tantissime.

    • Gazzella; dall’arabo غزال “ghazel“.
    • Giraffa; dall’arabo زرافة “zarafa“.
    • Limone; dall’arabo ليمون “leimun“.
    • Zucchero; dall’arabo سكّر “succar“.
    • Albicocca; dall’arabo البرقوق “albarqoq” anche se oggi gli arabi utilizzano la forma مشمش “mishmish“.
    • Carciofo; deriva dall’arabo خرشوف “kharchuf“.
    • Alcol; dall’arabo الكحول “alkuhul“.
    • Algebra; deriva dall’arabo الجبر “algiabr“.
    • Cifra, dalla parola araba “zero” صفر “sfr“.
    • Arancia, richiamando alcuni usi dialettali italiani si dice برتقالي “burtuqal“.
    • Persino il termine “bizzeffe” ricorda il termine arabo-maghrebino بزاف “bzzef” che vuol dire appunto “tanto”, “molto”.
  • Uno sguardo sul Marocco: tra cultura e tradizioni

    Uno sguardo sul Marocco: tra colori e tradizione

    di Martina Cuomo

    Oggi vi porteremo alla scoperta del paese più a Occidente del mondo arabo: il Marocco. Situato nell’Africa settentrionale, il Marocco viene denominato “Maghreb”, المغرب, che vuol dire Occidente, ma anche “luogo del tramonto”. La magia del mondo arabo, infatti, ci consegna l’immagine di un sole che si leva a est nelle regioni dell’Oman e dell’Arabia, e che tramonta in maniera meravigliosamente romantica in Marocco.

    Ad aprirci le porte a Nord del paese c’è la città portuale di Tangeri, luogo in cui è facile percepire una certa mescolanza tra la cultura europea e quella araba. Tangeri, infatti, che fu città fenicia, cartaginese, romana, e poi vandala, bizantina, portoghese, spagnola e britannica, sembra quasi toccare con un dito la sponda spagnola di Algeciras. Con capitale Rabat, il Marocco è una monarchia costituzionale retta dal Re Mohammed VI dal 30 luglio 1999.

    Entrati in Marocco, veniamo immediatamente immersi in un’esperienza emotivo-sensoriale quasi irripetibile. L’aroma delle spezie e il profumo avvolgente degli oli essenziali ci gettano immediatamente in un ambiente esotico ma incredibilmente accogliente, non importa da quale posto del mondo veniate: in Marocco è impossibile non sentirsi a casa!
    Ad attenderci lungo le strade della medina ci sono gli “asswaq” أسواق, i mercati. Coloratissimi e ricchi di merce, i mercati marocchini invitano alle compere anche chi non ha alcuna intenzione di comprare. A pochi dirham (valuta monetaria marocchina) è possibile acquistare spezie al grammo, spremute di arancia e melograno, dolci e frutta secca, molto consumata dal popolo marocchino.

    Ancora, è possibile acquistare teiere in acciaio (immancabili per il tradizionalissimo tè alla menta, capolavoro tutto magrebino), abiti tipici tradizionali tra cui citiamo la celeberrima “jelleba” جلابة, abito lungo e largo utilizzato quotidianamente; tappeti di svariato tipo, di particolare bellezza sono quelli berberi dalle figure geometriche, oggetti in ceramica lavorati e decorati a mano, ciotole, piatti, tazze, tajine e molto altro…

    Disposti via via per i mercati, vi sono incantatori di serpenti, giocolieri e dolci scimmiette pronte a scattare una foto con noi!

    Camminando per le strade, si è rapiti dal profumo particolare della cucina tipica marocchina: cous cous, tajine, rfissa, marqa, e molti altri piatti di una tradizione culinaria centenaria fatta di influenze berbere, moresche, mediterranee e arabe.

    Nei mercati, una delle tappe preferite dalle ragazze, oltre a quella dei prodotti cosmetici naturali e degli oli essenziali, è da sempre quella dell’henné alle mani: si tratta di una sorta di tatuaggio semipermanente molto diffuso tra le donne di tutto l’Oriente, considerato un abbellimento decorativo soprattutto durante le feste e i matrimoni.

    E visto che ci siamo, come non parlare dei matrimoni marocchini?!

    I matrimoni marocchini, scenografici e coinvolgenti, sono feste tanto religiose quanto folkloristiche. Ci dicono tanto su questa cultura viva, dinamica, incarnata giorno per giorno nelle sue feste, nei suoi rituali, o semplicemente nelle abitudini quotidiane. Dopo il primo giorno della stipula del matrimonio tra i due sposi “drib sdak” ضريب الصداق, hanno inizio i festeggiamenti veri e propri, che dureranno circa tre giorni.

    Il primo giorno del matrimonio si apre con un rituale molto importante per la tradizione, in cui la sposa riceve dei trattamenti di saune e bagno turco presso l’hammam, حمّام. Anche il secondo giorno è dedicato alla sposa, è il giorno dell’henné, alla sposa vengono fatti questi tatuaggi su mani e piedi, la cui realizzazione, secondo la tradizione, è di buon auspicio perché propiziano fortuna, fertilità e bellezza. In qualsiasi matrimonio marocchino che si rispetti, c’è poi la presenza di una “negafa” نكافة, una donna che ha il compito di aiutare e assistere la sposa in tutta la durata dei preparativi al matrimonio insieme ad amiche e parenti. In fine, il terzo giorno, è quello del matrimonio vero e proprio: le sale adibite per il matrimonio sono ricchissime di oggetti e strutture di decoro, gli invitati iniziano e riempire la sala, a seguire lo sposo con la sua famiglia, ed in ultimo, la sposa, che arriva tradizionalmente su una “amaria” عمارية, una struttura in legno decorato sollevata da quattro o sei uomini, su cui siede la sposa accolta dall’intera sala. Il matrimonio continua tra musiche e balli, fino alla conclusione, quando i due sposi si concedono l’ultimo ballo, mangiano la torta insieme agli invitati e osservano alcune tradizioni prima di partire per la loro prima notte di nozze.

    Assistere ad un matrimonio marocchino, è un’esperienza da non perdere!

    Un’altra bellezza del Marocco è dignitosamente offerta agli occhi di tutti attraverso l’architettura, che si esprime soprattutto per mezzo di complessi intrecci e giochi di linee geometriche chiamati “arabeschi”, parte importante dell’arte decorativa islamica che ha grandemente influenzato l’arte e l’architettura marocchina.

    Ancora, piastrelle di argilla smaltata chiamate “zellige”, tipicamente usate per ricoprire le fontane, l’utilizzo di una gamma di colori molto ampia, e molto altro ancora.

    Ciò che conferisce all’arte marocchina questo spiccato splendore però, è anche l’influenza che su di essa hanno esercitato gli spagnoli dall’VIII secolo in poi, che, in un ricco scambio artistico-culturale tra i due popoli, insegnarono ai mori come fare un tetto con tegole sovrapposte, e come gestire la costruzione degli archi.

    La distribuzione dei colori pervade non solo gli ambienti d’arte ma prende vita anche tra le mura delle città abitate. Chefchaouen, al nord del Marocco, è anche chiamata “la città blu” dal colore delle abitazioni dell’intera città. Marrakech, “la città rossa”, pervasa dalla preminenza dei colori caldi dell’ocra, del rosso e dell’arancione. Guardare un tramonto a Marrakech dopo la nostra passeggiata al mercato, è un appuntamento galante tra i nostri occhi e la magia di una bellezza senza eguali.

    Tra chi crede che in Marocco si cammini solo in sella ad un cammello, e chi ne fa sede di oscure verità, il Marocco si propone a questo mondo come un profumato e variopinto scenario di un’umanità che ha tanto da raccontare. Sta a noi decidere se celebrare la Bellezza, oppure se annientarla. Noi, anche oggi, celebriamo la Bellezza.

    Il patrimonio culturale dell’Unesco riconosce al Marocco i seguenti meriti:

    • Medina di Fes (patrimonio dell’Unesco dal 1981);
    • Medina di Marrakech (patrimonio dell’Unesco dal 1985);
    • Ksar di Ait-Ben-Haddou (patrimonio dell’Unesco dal 1987);
    • Città storica di Meknes (patrimonio dell’Unesco dal 1996);
    • Sito archeologico di Volubilis (patrimonio dell’Unesco dal 1997);
    • Medina di Tétouan (patrimonio dell’Unesco dal 1997);
    • Medina di Essaouira, l’antica Mogador (patrimonio dell’Unesco dal 2001);
    • Città fortificata portoghese di Mazagan, El Jadida (patrimonio dell’Unesco dal 2004);
    • Rabat, capitale moderna e città storica (patrimonio dell’Unesco dal 2012).

    Tra colori, profumi, usanze e tradizioni, il Marocco ruba il cuore di chi lo visita e, a chi non c’è stato, sussurra un invito difficile da rifiutare.

    Ci vediamo in Marocco, In sha Allah!