Donne d’Africa: Rainatou Sow
di Eleonora Salvatore
Guineana, classe 1983, Rainatou Sow è la fondatrice, nonché direttrice esecutiva di MEWC (Make Every Woman Count), organizzazione con sede nel Regno Unito ma operativa in quasi tutti gli Stati africani, la cui missione e le cui finalità sono votate all’empowerment delle donne e delle ragazze in Africa.
Esperta di relazioni internazionali, dopo gli studi in diritto internazionale all’Università Kofi Annan di Conakry (Guinea) e in governance globale alla Metropolitan University di Londra, Rainatou Sow ha lavorato per l’International Organization for Migration, per la World Health Organization, l’UNICEF e l’Unione Africana. Attualmente fa parte del Management Board di GAPS (Gender Action for Peace and Security), sezione britannica di un consorzio di diciannove organizzazioni non governative internazionali impegnate, sulla scorta della Risoluzione n. 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su “Donne, pace e sicurezza”, a postulare l’accountability del Regno Unito nella sua adesione agli obblighi internazionalmente assunti nella promozione dei diritti delle donne nei contesti bellici.
Ha partecipato, inoltre, come membro dell’Advisory Board, al Gender, Justice and Security Hub, un progetto quinquennale di ricerca della London School of Economics and Political Science sulla sovrapposizione, in scenari di guerra, degli sforzi tesi alla realizzazione di due tra i più importanti obiettivi dello sviluppo sostenibile – la parità di genere e la creazione di istituzioni democratiche più forti in grado di garantire pace e sicurezza – e all’avanzamento della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda. Per quanto riguarda il continente africano, l’Hub ha svolto ricerche in Sierra Leone ed Uganda sulle questioni delle riforme agrarie adottate nei due Paesi al termine delle guerre civili, e del ruolo delle donne nel processo di nation rebuilding, e in Libia sulle violenze sessuali nei centri di detenzione per le donne migranti. Nel 2012 è stata inserita dalla rivista Forbes nella lista delle “Twenty Youngest Power Women in Africa” insieme all’angolana Leila Lopes, Miss Universo e testimonial di campagne sociali in favore delle donne affette da HIV, alla liberiana Leymah Gbowee, attivista del Liberian Mass Action for Peace e Premio Nobel per la pace nel 2011, e alla sierraleonese Isha Sesay, giornalista della CNN.
L’idea di costituire un’associazione che mettesse insieme le competenze di donne africane al servizio di altre donne africane è balenata alla mente della Sow dopo che l’Unione Africana ebbe proclamato nell’ottobre del 2010 a Nairobi (Kenya) il decennio 2010-2020 come la decade delle donne africane su iniziativa dei Ministri competenti per le questioni di genere che già a partire dal dicembre del 2008, in occasione del summit straordinario dell’UA a Maseru (Lesotho), avevano cominciato a lavorare sui temi dei diritti femminili in un’ottica e secondo un approccio autenticamente continentali anche al fine di dare sostanza alla Solemn Declaration on Gender Equality in Africa adottata dall’UA al vertice di Addis Abeba (Etiopia) del 6-8 luglio 2004. La Dichiarazione solenne, infatti, impegnava gli Stati africani ad
- adottare, nell’ambito della lotta alle pandemie da HIV-AIDS e tubercolosi, misure economiche, sociali e legali che garantissero concretamente i diritti e la salute delle donne, specie di quelle colpite dalle malattie infettive;
- assicurare la piena partecipazione e l’effettiva rappresentanza delle donne nei processi di pace sia nel management stesso dei conflitti che nei percorsi di ricostruzione post-bellica;
- pervenire alla ratifica, entro la fine del 2004, del Protocollo di Maputo (Mozambico) sui diritti delle donne adottato dall’UA nel luglio 2003, annesso alla Carta africana dei diritti umani e dei popoli;
- organizzare campagne contro il traffico di donne e bambine;
- estendere e promuovere il principio della parità di genere a tutti gli organi dell’Unione Africana, delle Comunità economiche regionali, ai parlamenti nazionali e agli organi consultivi locali.
La MEWC aspira a dare concretezza agli strumenti del diritto internazionale pattizio che gli Stati africani adottano in seno all’Unione Africana o nel consesso delle Nazioni Unite funzionando da platform advocacy e cassetta degli attrezzi per monitorare lo stato e l’avanzamento dei diritti delle donne, e la loro partecipazione ai processi di decision-making nel continente. Le questioni di genere prese in esame dall’organizzazione spaziano dalle violazioni dei diritti nei Paesi devastati dalle guerre civili ai diritti riproduttivi, dall’empowerment economico alla partecipazione politica femminile nei partiti, nei parlamenti e nell’amministrazione di governo, dalla lotta ai matrimoni forzati e precoci all’importanza di sottolineare la dimensione di genere quando si parla di giustizia ambientale.
Nel 2020 la MEWC ha stilato un report di sintesi sulle conquiste, sul consolidamento e sulle torsioni negative che hanno accompagnato l’adozione di leggi, politiche e strategie degli Stati africani a sostegno dei diritti delle donne e della gender equality anche alla luce dell’impatto pandemico sulle società del continente. Da quanto emerge dall’ultimo report della MEWC (novembre-dicembre 2020), sul piano legale 42 Stati su 55 hanno ratificato il Protocollo di Maputo. Alcuni, tra cui Cameroon, Kenya e Uganda, hanno apposto riserve agli articoli relativi al diritto all’aborto e al diritto di famiglia. Marocco, Egitto e Botswana non hanno mai firmato il documento. Lo stesso Protocollo di Maputo e, di conseguenza, il campo possibile degli interventi degli Stati africani per favorire l’avanzamento della condizione femminile hanno concentrato gli sforzi su alcune campagne che vanno dall’eliminazione della pratica delle mutilazioni genitali femminili, campagna culminata con la presentazione da parte di un gruppo di Stati africani al Segretario Generale delle Nazioni Unite di un testo sulla messa al bando a livello globale dell’odiosa pratica, alla riduzione del tasso di mortalità materna e infantile.
L’operato di Rainatou Sow ha il merito di aver segnato un turning point nella definizione di un attivismo femminista consapevole delle sfide, anche culturali, che contraddistinguono le variegate realtà statuali del mondo africano, un attivismo che all’aspetto umanitarista preferisce dare un connotato politico perché è politica l’agency delle donne africane.



Nigeriana, classe 1954, cittadina statunitense dal 2019, Ngozi Okonjo-Iweala è dal 1° marzo 2021 Direttrice Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio dopo la storica scelta, avvenuta per consensus, compiuta dal Consiglio Generale dell’Organizzazione che per la prima volta nella sua storia ha voluto alla guida una donna e una donna africana. Nel giorno dell’investitura ufficiale (15 febbraio 2021) Ngozi Okonjo-Iweala ha affermato di avere il coraggio e la passione di intraprendere coi Paesi membri della World Trade Organization il cammino delle riforme e ristabilire l’Organizzazione quale «pilastro chiave della governance economica globale, forza per un sistema multilaterale di scambi robusto, trasparente, ed equo, e uno strumento per una crescita economica inclusiva e per uno sviluppo sostenibile». Nella stessa occasione ha sollecitato i Paesi membri a rigettare il protezionismo e il nazionalismo dei vaccini intensificando la cooperazione sui trasferimenti a Paesi terzi di tecnologie farmaceutiche per la produzione su scala globale dei vaccini e di altri dispositivi diagnostici. Nei primi mesi alla guida della WTO ha più volte ribadito che la ripresa economica globale è strettamente intrecciata alla rapidità con cui si renderanno disponibili cure e vaccini per i Paesi più poveri. Basti ricordare che nell’aprile 2020 Ngozi Okonjo-Iweala, quando sedeva nel board della Ellen Johnson Sirleaf Presidential Center for Women and Development, istituzione che mira ad aumentare il livello della rappresentanza femminile nei ruoli di leadership nelle amministrazioni governative in Africa, è stata nominata inviata speciale dell’Unione Africana per la lotta alla pandemia nel continente anche grazie all’esperienza maturata a partire dal 2016, anno in cui è entrata a far parte del board di GAVI, un istituto della cooperazione mondiale che si prefigge l’obiettivo di realizzare campagne di immunizzazione e vaccinazione contro malattie infettive letali a tutela della salute dei bambini nei Paesi in cui opera.
Oggi il nostro tappeto volante ci porta ad una meravigliosa scoperta della linguistica, e scopriremo insieme parole italiane di derivazione araba. Parleremo di ciò che in linguistica si definisce “prestito”, ovvero una parola o addirittura un’intera struttura sintattica che entra a far parte del patrimonio di una determinata lingua pur provenendo da una lingua diversa.


