Esistono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma spalancano finestre su mondi che credevamo di conoscere solo attraverso il filtro deformante del pregiudizio. “La terrazza proibita” di Fatema Mernissi è uno di questi: un romanzo-memoria intenso che, con lo sguardo lucido e poetico dell’infanzia, ci trasporta nella Fez degli anni ’40.
Il cuore del racconto è l’harem domestico, un luogo che Mernissi libera immediatamente dagli stereotipi esotici dell’Oriente di cartone creato da pittori ed esploratori occidentali. Qui non c’è traccia di odalische, la realtà è ambivalente: uno spazio di protezione affettiva che è, al tempo stesso, una prigionia strutturale.
Il confine non è sempre un muro di pietra; spesso è il Hudud, la frontiera invisibile che separa ciò che è permesso da ciò che è proibito. La piccola Fatema impara presto che essere donna significa negoziare continuamente con queste linee tracciate dagli uomini.
Tuttavia le donne descritte da Mernissi non sono vittime passive del loro destino. Al contrario, sono soggettività complesse che trasformano la clausura in un laboratorio di resistenza; prendersi cura di sé, i rituali dell’hammam e la scelta di un profumo diventano atti di affermazione del sé.
In assenza del mondo esterno, le donne mettono in scena drammi e commedie sulle terrazze, una sorta di teatro domestico che trasforma lo spazio limitato in un palcoscenico in cui sognare la libertà.
La narrazione è il cuore pulsante dl libro. In un mondo dove muoversi fisicamente è difficile, la parola diventa il veicolo dello sconfinamento. Le storie di Shahrazād o i racconti delle zie diventano bussole per orientarsi nel presente e strumenti per istruire le nuove generazioni a non abbassare mai lo sguardo.
Il testo ci sfida anche sul piano linguistico. Mernissi sceglie di mantenere termini e concetti della propria cultura d’origine, chiedendo al lettore un piccolo sforzo di accoglienza. Questa non è una barriera, ma un ponte: imparare a chiamare le cose con il loro nome originale ci permette di entrare in quella casa di Fez con una postura accogliente e non giudicante.
La terrazza proibita è un’opera capace di emozionare profondamente, ricordandoci che la ricerca della libertà non è mai un atto solitario, ma un coro di voci che, pur partendo da un cortile chiuso, punta dritto verso il cielo della terrazza. Consigliamo quindi vivamente la lettura di questo libro a chiunque senta il bisogno di mettere in discussione i propri confini mentali.
Yekatit 12 è il giorno del calendario etiope che corrisponde al 19 febbraio, in particolare si fa riferimento allo Yekatit 12 del 1937, quando a seguito dell’attentato a Rodolfo Graziani, l’esercito italiano compì ad Addis Abeba una delle più violente stragi di civili dell’epoca coloniale italiana.
Per ASDA, il riconoscimento di questa giornata è fondamentale nell’ottica di sviluppare un discorso critico sul passato coloniale italiano, il grande rimosso della storia italiana dal dopoguerra in poi. Questo impegno si unisce a quello della rete nazionale Yekatit 12-19 febbraio, volta a riscoprire le atrocità nascoste sotto al tappeto del mito degli “italiani brava gente”.
Perché non parliamo del nostro passato coloniale?
La memoria si fonda spesso sulla manipolazione e sulla rimozione. Se per le neuroscienze questo è un meccanismo di sopravvivenza, nel periodo della ricostruzione post-fascista è stata un’operazione necessaria per costruire una narrazione unitaria e ottimista del Paese. Tra i fatti condannati all’oblio, i crimini coloniali sono i più difficili da accettare: riconoscerli significa ammettere le atrocità commesse contro le popolazioni etiopi, somale e libiche in nome di un’idea imperiale di “potenza del Mediterraneo”.
fonte: wikipedia
Il caso Montanelli
Negli anni ‘90, a seguito della pubblicazione del libro “I gas di Mussolini” di Angelo Del Boca, si apre un dibattito accesissimo circa l’utilizzo di armi chimiche e gas asfissianti e urticanti, e soprattutto su quanto questa informazione fosse risaputa. Tra le voci negazioniste più “autorevoli” del periodo spicca quella di Indro Montanelli, che per anni smentì Del Boca ignorando persino le denunce etiopi all’UN War Crime Commission.
Nel ‘95 comunque dovette arrendersi perché ricerche successive e soprattutto prove archivistiche smentirono la sua versione.
Montanelli non solo fu giornalista, militante e testimone oculare di quanto accadeva in Etiopia, ma non perse l’occasione di “beneficiare” della pratica del madamato, il concubinato di un occupante italiano con una ragazzina africana che assumeva il carattere di relazione occasionale (spesso si trattava di vere e proprie bambine, come nel caso di Montanelli stesso). In tale relazione la donna era totalmente subalterna, in quanto impossibilitata ad uscire dalla relazione se non per volontà dell’uomo e viceversa, se le prestazioni non erano ritenute soddisfacenti dall’uomo, la sola alternativa per la donna era la prostituzione.
Statua di Indro Montanelli
Conseguenze sull’oggi
Il fatto che l’italia non abbia avuto un vero processo di Norimberga per i crimini fascisti, non solo ha permesso la creazione di un partito neofascista già nel 1946, il movimento sociale italiano, ma ha soprattutto garantito la sopravvivenza di una retorica auto-assolutoria.
Continuità fascista e colonialismo sono due lati della stessa medaglia.
Oggi è necessario un lavoro costante di risignificazione dei simboli (si pensi al mausoleo di Rodolfo Graziani ad Affile). Ignorare i crimini coloniali, oltre ad avere importanti implicazioni sul piano etico-morale, ci impedisce di analizzare lucidamente il razzismo sistemico attuale e la propaganda sulla “purezza italiana” o sull’ “invasione migratoria”.
Verso una mappa del rimosso a Napoli
Il colonialismo non è qualcosa che riguarda solo il continente africano, ma è tornato con le navi e si è sedimentato nelle piazze, nei nomi delle strade e nelle architetture che attraversiamo ogni giorno senza vederle.
Napoli, come grande porto del Mediterraneo, è stata lo snodo cruciale dell’espansione coloniale fascista. Basta pensare alla Mostra d’Oltremare, nata proprio per celebrare le “terre conquistate”, o alla toponomastica di interi quartieri, come il Rione Luzzatti.
Per questo, come ASDA, vogliamo avviare un lavoro collettivo di costruzione di una mappa della Napoli coloniale. L’obiettivo è far emergere questi simboli, non per cancellarli, ma per risignificarli e smettere di essere turisti inconsapevoli della nostra stessa storia.
E tu, quali simboli coloniali conosci nella tua zona a Napoli? Che sia una targa, il nome di una via o un fregio su un palazzo, iniziamo a tracciare insieme i confini di questo “grande rimosso”.
La Nigeria è alle prese con un’emergenza nazionale che va avanti da decenni, ma negli ultimi mesi ha avuto un drammatico aggravamento. I rapimenti di studentesse e studenti.
Queste azioni criminali avevano fino a qualche anno fa finalità politiche, mentre adesso sono compiute per ottenere un guadagno economico dal pagamento dei riscatti.
I numeri sono impressionanti. Solo nel 2025 sono stati contati 997 rapimenti, con 4772 rapiti, generando riscatti per una cifra superiore al milione di dollari.
CAUSE DEL FENOMENO
Per quanto riguarda la genesi di tali azioni, le motivazioni sono varie e complesse e cambiano nel corso del tempo.
I primi rapimenti di massa, compiuti dal gruppo terrorista jihadista Boko Haram, avevano alla base cause che potevano essere ricercate in rivendicazioni politiche, con il fine della creazione di un califfato e nel contrasto all’affermazione di un sistema scolastico con impostazione occidentale.
Inoltre, le studentesse e gli studenti in ostaggio sarebbero serviti a fare scambio con i miliziani tenuti prigionieri dalle autorità nigeriane.
In tempi più recenti c’è stato un cambiamento nelle ragioni dei rapimenti.
La Nigeria è un paese complesso, con almeno 250 gruppi etnici, parte dei quali svolgono attività pastorali nomadi. Questa molteplicità di formazioni causa scontri tra i gruppi.
L’economia pastorale è entrata in crisi con il cambiamento climatico e alla desertificazione.
L’urbanizzazione ha tolto spazi alle foreste e ai pascoli. Tutto questo accompagnato dall’aumento esponenziale dei terreni ad uso agricolo, in seguito al significativo aumento demografico verificatosi a partire dagli anni ‘60.
La Nigeria oggi è un paese con oltre 235 milioni di abitanti, destinati ad aumentare.
Tutto questo, certo, ma i rapimenti non sarebbero stati comunque possibili senza l’arrivo nel paese di armi provenienti dalla Libia, in seguito alla caduta del regime di Gheddafi nel 2011.
RAPIMENTI DI CHIBOK E DELLA ST. MARY’S
Nell’aprile del 2014 nella città di Chibok vengono rapite da Boko Haram 276 studentesse tra i 16 ed i 18 anni. Erano in maggior parte di religione cristiana, ma in parte anche musulmana. Molte di queste sono diventate schiave sessuali e vittime di altri abusi.
Nel 2024, dopo dieci anni dal rapimento, di 84 di loro ancora non si hanno tracce.
Il 21 novembre 2025 dalla St. Mary’s Catholic Co-educational School, nello Stato del Niger (in Nigeria occidentale), vengono rapite 303 studentesse e studenti e 12 insegnanti. Ad oggi ancora 100 persone restano nelle mani dei rapitori.
Durante le trattative per il rilascio i rapimenti di massa hanno come interlocutori le autorità regionali del paese. Mentre nei rapimenti di singole persone le trattative riguardano per lo più i familiari.
Nonostante il pagamento di riscatti sia formalmente vietato da una legge del 2022, questa continua ad essere la modalità più adoperata per consentire il rilascio degli ostaggi.
CONSEGUENZE EDUCATIVE E SOCIALI
Le scuole vengono prese di mira in quanto bersagli facili. Se sono al di fuori dei centri abitati, vengono protette poco e male, diventa facile per i rapitori portare via centinaia di ragazze e ragazzi, in sella a decine di motociclette.
Dopo gli ultimi rapimenti le autorità hanno ordinato la chiusura di un gran numero di istituti. Conseguenza drammatica per il diritto all’istruzione nel paese.
Sono colpiti anche i conglomerati urbani periferici, che ogni sera vengono completamente abbandonati da centinaia di migliaia di persone insicure che preferiscono spostarsi nelle zone centrali, maggiormente protette.
La mancanza di istruzione e di garanzie sociali porta, nel breve e nel lungo periodo, le giovani ed i giovani ad entrare a far parte del mondo criminale che spesso veicola il problema dei rapimenti, fenomeno complesso e con origini sistemiche.
RIDUZIONE DEL FENOMENO
Le azioni per limitare la portata dei rapimenti sono varie e più volte evidenziate da ONG che lavorano sul campo.
Diventa importante agire alla radice del problema, riducendo le condizioni di povertà e sfruttamento di persone e risorse, con maggiore formazione e sostegno statale.
Garantire il diritto all’istruzione e la sicurezza scolastica, con lo spostamento degli istituti scolastici in zone maggiormente protette.
Adottare misure anticorruzione per avere trasparenza e celerità nelle indagini.
Maggiore controllo transfrontaliero per il contrasto al commercio illegale di armi, in ingresso nel paese e poi utilizzate per azioni criminali.
BOMBARDAMENTI USA NEL PAESE
La notte tra il 25 e il 26 Dicembre 2025 il Presidente degli Stati Uniti Trump dà notizia di bombardamenti “potenti e letali” sul Nord-ovest del paese, contro le postazioni dell’Isis ed in risposta a massacri commessi nei confronti dei cristiani. In una rinnovata edizione della lotta al terrore, inaugurata sciaguratamente da Bush jr. in Afghanistan ed Iraq.
L’operazione è stata realizzata in collaborazione tra intelligence nigeriana e AFRICOM, il Comando Africa del Dipartimento della Guerra a stelle e strisce.
Questo intervento ha in sé svariati punti critici, in quanto le zone colpite sono state abbandonate dai miliziani da tempo e inoltre l’interventismo Usa potrebbe rafforzare le istanze anti-occidentali già presenti nel paese.
«Coinvolgere gli Stati Uniti attirerà nuove forze anti-americane trasformando questa terra in un teatro di guerra».
Queste le dichiarazioni al Manifesto dello sceicco Ahmad Gumi, figura religiosa molto importante per migliaia di fedeli musulmani nigeriani.
«Buon Natale a tutti, compresi i terroristi morti, che saranno molti di più se continueranno a massacrare i cristiani».
Questo è invece il post pubblicato da Trump sul social Truth.
Inutile dare spazio ai commenti. Ci si potrebbe limitare ad augurare al Presidente che questo Natale, oltre alle bombe, possa avergli portato in dono quello spirito di umanità, la cui presenza sarebbe tanto importante per una persona che occupa il suo ruolo.
Definizione e Contesto Storico Il Panafricanismo rappresenta un movimento nazionalista e un’ideologia complessa, il cui scopo primario è promuovere e consolidare i legami di solidarietà tra tutti i popoli indigeni e le diaspore di discendenza africana. Questa dottrina si fonda sulla profonda convinzione che l‘unità sia un elemento indispensabile per il progresso economico, sociale e politico del continente e dei suoi discendenti sparsi nel mondo. L’obiettivo è unificare ed elevare le persone di ascendenza africana, con la premessa fondamentale che “i popoli africani, sia sul continente che nella diaspora, condividono non solo una storia comune, ma un destino comune”.
Il Panafricanismo si manifesta sia come movimento politico, che mira a una maggiore integrazione e autodeterminazione, sia come movimento culturale, che celebra l’identità e il patrimonio africano. Le origini storiche del Panafricanismo sono intrinsecamente legate alle drammatiche lotte dei popoli africani contro la schiavitù e la colonizzazione. Questa resistenza collettiva affonda le sue radici nelle prime ribellioni a bordo delle navi negriere, nelle insurrezioni nelle piantagioni, nelle rivolte coloniali e nei movimenti di “Ritorno in Africa” che caratterizzarono il XIX secolo. Il Panafricanismo emerse in un periodo di crisi e tragedia, consolidandosi sul principio ineludibile che l’unità tra gli africani fosse vitale per il loro progresso collettivo. La natura poliedrica del Panafricanismo, che si esprime tanto come movimento politico concreto orientato all’unità quanto come sentimento più ampio di identità e appartenenza, è una risposta diretta e profonda all’oppressione storica. Le sue radici esplicitamente collegate alla schiavitù e al colonialismo indicano che il Panafricanismo non è semplicemente un’agenda politica, ma una reazione psicologica e sociale al trauma subito, una ricerca collettiva di auto-affermazione e dignità. La sua persistenza in entrambe le dimensioni, politica e culturale, testimonia la sua complessità e la sua resilienza come forza motrice per il cambiamento e la rivendicazione della dignità.
Un aspetto cruciale nella genesi e nello sviluppo del Panafricanismo è il ruolo della diaspora africana, che agì come un vero e proprio catalizzatore per la formazione di una visione olistica del continente. È stato osservato che “la rimozione degli africani della diaspora dal continente permise loro di vederlo nel suo insieme”. Questa dispersione forzata, sebbene tragica, ha paradossalmente offerto una prospettiva unificante dell’Africa, trascendendo le divisioni interne preesistenti sul continente.
L’esperienza condivisa dell’oppressione al di fuori della terra d’origine ha alimentato una solidarietà transnazionale, portando alla nascita dei primi congressi e movimenti panafricanisti. Questo processo dimostra come una profonda tragedia storica possa, in un’inattesa evoluzione, generare una potente forza unificante, trasformando la sofferenza in una spinta verso la coesione e la liberazione.
Le Radici del Panafricanismo: Origini e Figure Chiave Le fondamenta del Panafricanismo furono gettate nel XIX secolo, in un’epoca di profonde trasformazioni globali. Dopo l’abolizione della schiavitù e la fine della tratta atlantica, si delineò un nuovo quadro di relazioni tra America, Europa e Africa.
La creazione di Liberia e Sierra Leone come luoghi di reinsediamento e “rimpatrio” per gli schiavi africani e afroamericani segnò un mutamento radicale, consentendo a un ceto di africani originari di queste regioni, della Gold Coast o di quella che sarebbe diventata la Nigeria, di emergere come agenti di rinnovamento culturale per il continente. La presenza di missionari europei, afroamericani o antillani lungo la Costa di Guinea contribuì in modo determinante alla formazione di eminenti studiosi che, tornati in Africa occidentale, assunsero posizioni di responsabilità. Questi intellettuali, agendo come mediatori culturali tra i continenti, si adoperarono per rivitalizzare un’Africa percepita come “degenerata” dalla tratta, introducendo conoscenze scientifiche e religiose europee. Tra i pionieri e pensatori che diedero forma alle prime idee panafricaniste spiccano figure come Martin Delany, un afroamericano che sosteneva l’impossibilità per i neri di prosperare accanto ai bianchi e propugnava la creazione di una propria nazione da parte degli afroamericani.
Alexander Crummel, anch’egli afroamericano, ed Edward Blyden, un antillano, contemporanei di Delany, condividevano l’idea che l’Africa fosse il luogo ideale per questa nuova nazione, spinti da uno zelo missionario cristiano volto a convertire e “civilizzare” gli abitanti. Blyden, in particolare, si distinse per aver proposto l’Africa come punto di riferimento immediato per l’uomo nero, non più un popolo senza storia, ma una civilizzazione africana organizzata attorno a un sistema di situazioni e costumi, animata da elevati valori morali e spirituali. Egli affermava che l’africano non era inferiore all’europeo, ma semplicemente diverso, con una propria personalità. Il percorso intellettuale del Panafricanismo rivela una dinamica complessa, in cui le teorie razziali europee del XIX secolo, pur essendo strumenti di oppressione, hanno avuto un’influenza inaspettata. Documenti indicano che idee come quelle di Joseph-Arthur de Gobineau sulla “ineguaglianza delle razze umane” e l’idea romantica di stato-nazione “ispirarono il pensiero di Blyden” e di altri “protonazionalisti”. Questi intellettuali, pur opponendosi alle gerarchie razziali europee, hanno talvolta adottato o adattato quadri intellettuali europei, come la categoria di “razza” o il modello di stato-nazione, per affermare l’identità e l’unità africana. Questo processo rappresenta un esempio di come gli strumenti concettuali dell’oppressore possano essere riappropriati e utilizzati per scopi di liberazione, trasformando un’idea di gerarchia in una base per l’auto-determinazione.
Il “vero padre del Panafricanismo moderno” è ampiamente riconosciuto in W.E.B. Du Bois. Du Bois fu un influente pensatore e un costante sostenitore dello studio della storia e delle culture africane, diventando uno dei pochi studiosi di spicco dell’Africa all’inizio del XX secolo. La sua celebre affermazione, “il problema del ventesimo secolo è il problema della linea del colore,” fu pronunciata con un profondo sentimento panafricanista, riconoscendo che questa problematica non si limitava agli Stati Uniti, ma si estendeva agli africani che soffrivano sotto il dominio coloniale europeo. Du Bois popolarizzò il termine Panafricanismo convocando il primo dei cinque Congressi Panafricani nel 1919.
Un’altra figura centrale fu Marcus Garvey, un nazionalista nero giamaicano che, dopo la Prima Guerra Mondiale, si fece paladino dell’indipendenza africana, esaltando gli attributi positivi del passato collettivo dei neri. La sua organizzazione, la Universal Negro Improvement Association (UNIA), contava milioni di membri e promosse attivamente un piano di “ritorno in Africa”. La sua compagnia di navigazione, la Black Star Line, mirava a facilitare il trasporto dei neri in Africa e a promuovere il commercio nero globale, sebbene alla fine non ebbe successo. Negli anni ’20 e ’40, il Panafricanismo vide l’emergere di altri intellettuali influenti. Tra questi, C.L.R. James e George Padmore di Trinidad si distinsero come figure di spicco, con Padmore che divenne uno dei principali teorici del Panafricanismo fino alla sua morte nel 1959.
Léopold Senghor del Senegal e Aimé Césaire della Martinica furono profondamente influenzati da Du Bois e dagli scrittori del Rinascimento di Harlem, contribuendo in modo significativo al pensiero panafricanista.
Jomo Kenyatta del Kenya e Kwame Nkrumah del Ghana, discepoli di Padmore, divennero figure centrali nel movimento, con Nkrumah che guidò il Ghana all’indipendenza nel 1957, convinto che l’unità politica ed economica africana fosse essenziale per porre fine al dominio coloniale.
Un aspetto fondamentale dello sviluppo del Panafricanismo fu la “Comunità intellettuale atlantica nera”. Questa rete dinamica e multidirezionale vide uno scambio significativo di idee tra pensatori della diaspora (come quelli di Trinidad e Martinica) e del continente africano (come in Senegal e Kenya), inclusi gli afroamericani. Il ruolo dei missionari europei, afroamericani o antillani nella formazione degli studiosi africani evidenzia ulteriormente questa interconnessione. Tale scambio transnazionale fu cruciale per l’evoluzione del Panafricanismo e per la sua capacità di affrontare complesse questioni di identità e liberazione su più fronti. Questo dimostra che il Panafricanismo non era un movimento monolitico o unidirezionale, ma una rete intellettuale vibrante, dove le idee circolavano attraverso l’Atlantico, arricchendo e diversificando le basi filosofiche del movimento.
Cheikh Anta Diop, dal Senegal, è un’altra figura di grande rilievo. Il suo lavoro storico e antropologico, svolto a partire dagli anni ’60, rivoluzionò lo studio delle civiltà africane, smascherando i pregiudizi culturali imposti dai colonialisti. Grazie al suo contributo, le élite e le popolazioni africane acquisirono “piena consapevolezza della propria identità” e “l’orgoglio di appartenere a un continente il cui ruolo, nell’evoluzione del mondo, è stato insostituibile”. Diop sosteneva che la civiltà dell’antico Egitto apparteneva interamente all’Africa nera e che l’Africa era all’origine della cultura, della storia e della civilizzazione occidentale.
L’Evoluzione del Movimento: Dai Congressi all’OUA e all’UA L’evoluzione del Panafricanismo è stata scandita da una serie di incontri e dalla creazione di istituzioni che ne hanno formalizzato gli ideali e gli obiettivi. I Congressi Panafricani hanno rappresentato tappe fondamentali in questo percorso. Il primo di questi incontri si tenne a Londra nel 1900, organizzato dall’avvocato di Trinidad Henry Sylvester Williams. L’obiettivo principale di questa conferenza era protestare contro il furto di terre nelle colonie, la discriminazione razziale e discutere in generale i problemi affrontati dalle persone nere. Successivamente, W.E.B. Du Bois assunse un ruolo centrale, convocando il primo dei cinque Congressi Panafricani a Parigi nel 1919.
W.E.B. Du Bois; fonte Wikipedia.
Il Secondo Congresso, tenutosi nel 1921 a Londra, Bruxelles e Parigi, emise una dichiarazione significativa che criticava aspramente il dominio coloniale europeo in Africa e denunciava le relazioni ineguali tra le razze. Questa dichiarazione non solo chiedeva una più equa distribuzione delle risorse mondiali, ma prefigurava anche la “nascita di un grande stato africano”. Seguirono il terzo (1923) e il quarto (1927) Congresso. Un punto di svolta cruciale fu il V Congresso Panafricano, tenutosi a Manchester nel 1945. Questo evento vide la partecipazione di futuri leader dell’indipendenza africana come Kwame Nkrumah, Jomo Kenyatta e George Padmore, che assunsero ruoli di primo piano.
Kwame Nkrumah, fonte Wikipedia.
La loro presenza e influenza segnarono un significativo passaggio di leadership dagli afroamericani agli africani stessi. Questo congresso avanzò in modo radicale la questione della decolonizzazione, ponendo le basi per le successive lotte per l’indipendenza nel continente. La tensione tra l’ideale di una piena unità politica e la realtà della sovranità nazionale è stata una caratteristica costante nel percorso del Panafricanismo. Sebbene figure come Kwame Nkrumah desiderassero ardentemente la creazione di “Stati Uniti d’Africa”, la maggior parte dei leader africani post-indipendenza “non era disposta a cedere la propria sovranità appena acquisita”. Nkrumah stesso, nella sua visione, suggeriva di “rinunciare alla sovranità nazionale per abbracciare in toto l’unità africana”. Questa divergenza ha rivelato un conflitto fondamentale all’interno del movimento: l’ambizione di una federazione continentale si scontrava con la pragmatica affermazione delle nuove sovranità nazionali. Questa tensione ha influenzato la traiettoria dell’integrazione africana per decenni, portando alla creazione di un organismo intergovernativo che rispettava la sovranità, piuttosto che un’entità federale. La nascita dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 ad Addis Abeba fu un risultato diretto di questi sforzi. Alla sua conferenza di fondazione parteciparono 31 Stati africani indipendenti. L’OUA fu concepita come un organismo intergovernativo il cui statuto postulava il rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati membri.
Nonostante il desiderio di alcuni leader, come Kwame Nkrumah e Haile Selassie I, di un’entità politica unificata, la maggior parte dei leader non era disposta a cedere la propria sovranità appena acquisita. Ciò portò alla formazione di blocchi, come il “Casablanca Group” (più radicale) e il “Monrovia Group” (più conservatore), e infine a un compromesso istituzionale. L’OUA mirava a coordinare gli sforzi per elevare il tenore di vita e difendere la sovranità, sostenendo i combattenti per la libertà e la decolonizzazione.
Il passaggio di leadership dalla diaspora al continente africano e le sue implicazioni sono evidenti nell’evoluzione del movimento. Entro la metà degli anni ’40, la “leadership del movimento si sposta in gran parte dagli afroamericani agli africani”, con Kwame Nkrumah che emerge come la figura più importante. Il V Congresso Panafricano del 1945 a Manchester è emblematico di questo cambiamento, con la partecipazione di futuri leader dell’indipendenza africana e Du Bois come unico afroamericano presente. Questo spostamento ha trasformato il Panafricanismo da un movimento prevalentemente intellettuale e di advocacy, spesso incentrato sulla discriminazione razziale e sui movimenti di “Ritorno in Africa” dalla diaspora, a uno sforzo più pragmatico, guidato dagli Stati, focalizzato sulla decolonizzazione e sull’integrazione continentale. Questo cambiamento di priorità e di attori ha influenzato la successiva formazione dell’OUA come organismo intergovernativo, riflettendo le priorità e le sfide dei nuovi Stati indipendenti. Il “sogno panafricano” è stato rilanciato all’inizio del XXI secolo con la transizione all’Unione Africana (UA). Nel 2000, su proposta del presidente sudafricano Thabo Mbeki, fu adottato l’atto costitutivo dell’Unione Africana, destinata a prendere il posto dell’OUA. L’UA è stata lanciata nel 2002 con l’obiettivo di promuovere ulteriormente l’integrazione sociale, politica ed economica in Africa. Ha già compiuto passi importanti verso la crescita economica a lungo termine con la creazione dell’Accordo di Libero Scambio Continentale Africano (AfCFTA).
The 1956 Paris Congress and the Négritude Movement- CSMS Magazine
Dimensioni del Panafricanismo: Politica, Economica e Culturale Il Panafricanismo si manifesta attraverso diverse dimensioni interconnesse che ne definiscono la portata e gli obiettivi.
Dimensione Politica La dimensione politica del Panafricanismo è stata storicamente cruciale nella lotta per la libertà, la giustizia e la dignità in tutto il continente, promuovendo l’autodeterminazione dei popoli africani. Ha fornito il substrato ideologico per la nascita del nazionalismo culturale e politico. Un principio fondamentale è l’idea di un’unità originaria per tutti i neri, ovunque si trovassero dopo la diaspora, riconoscendo un’origine comune. Leader carismatici come Kwame Nkrumah hanno sostenuto con forza la necessità di una piena unità politica, proponendo la creazione degli “Stati Uniti d’Africa” come mezzo per smantellare le frontiere e le divisioni ereditate dal colonialismo. La fondazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 e, successivamente, dell’Unione Africana (UA) nel 2002, rappresentano le più significative espressioni istituzionali di questo ideale di unità politica e integrazione continentale.
Dimensione Economica La dimensione economica del Panafricanismo si concentra sulla necessità di “auto-sufficienza collettiva” e mira a una trasformazione strutturale del modello economico africano, passando da un’economia prevalentemente estrattiva a una trainata dalla manifattura. L’obiettivo primario è ridurre la dipendenza economica esterna e incrementare significativamente il commercio interafricano. L’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA), entrata in vigore nel 2021, è una delle manifestazioni più concrete e ambiziose del Panafricanismo economico. Questo accordo coinvolge quasi tutti i Paesi africani e si propone di creare un mercato unico africano. L’AfCFTA mira a stimolare il commercio interno africano, che attualmente rappresenta solo una piccola percentuale dell’export totale intra-africano, eliminando le barriere tariffarie e non tariffarie. Un altro obiettivo cruciale è promuovere la creazione di valore aggiunto dalle materie prime del continente, generando milioni di posti di lavoro. L’AfCFTA è vista come un “gigantesco cantiere che mette il panafricanismo sui binari della concretezza”, trasformando un’aspirazione in un progetto tangibile. Inoltre, l’aumento delle richieste di adesione ai BRICS da parte degli Stati africani, con l’Egitto e l’Etiopia che sono entrati ufficialmente nel 2024, riflette una strategia condivisa per ridefinire i rapporti economici con il resto del mondo e diminuire la dipendenza dal dollaro come valuta di riferimento. Il Panafricanismo, pur essendo nato per l’autodeterminazione politica, ha evoluto la sua prospettiva, riconoscendo che la vera sovranità non può essere raggiunta senza un’autonomia economica e culturale. I recenti sviluppi nel XXI secolo, con un forte spostamento verso l’indipendenza economica attraverso iniziative come l’AfCFTA e l’interesse per i BRICS, e la valorizzazione culturale (come la “rinascita africana”), indicano una consapevolezza crescente che la decolonizzazione politica è “incompiuta” senza il controllo delle proprie risorse economiche e la riaffermazione di una propria identità culturale. Questo evidenzia che la sovranità autentica è multidimensionale e richiede sforzi continui su tutti e tre i fronti: politico, economico e culturale. L’AfCFTA, in particolare, rappresenta una manifestazione pragmatica del Panafricanismo economico contemporaneo. L’accordo è descritto non come un’utopia, ma come un “gigantesco cantiere” che “mette il panafricanismo sui binari della concretezza”. L’obiettivo è superare la frammentazione economica ereditata dal colonialismo aumentando il commercio intra-africano, che è attualmente marginale, e promuovendo la creazione di valore aggiunto dalle materie prime. Questo indica una chiara evoluzione strategica: riconoscendo le difficoltà incontrate dalla piena unione politica, il Panafricanismo contemporaneo si concentra sull’integrazione economica come passo fondamentale e più realistico per raggiungere la collettiva auto-sufficienza e l’influenza globale.
Dimensione Culturale
Parallelamente al Panafricanismo politico, si è sviluppato un movimento letterario e culturale noto come “Négritude“. Questo movimento ha esaltato l’origine nobile della civiltà africana e ha rifiutato l’assimilazione culturale occidentale, ridefinendo l’identità nera in termini positivi.
L’Afrocentrismo, una corrente prominente di idee panafricaniste, enfatizza i modi di pensiero e la cultura africani come correttivo al dominio culturale e intellettuale europeo. Il lavoro di Cheikh Anta Diop, che sosteneva che la civiltà dell’antico Egitto apparteneva interamente all’Africa nera e che l’Africa è all’origine della cultura occidentale, è di grande importanza storica per l’idea di un nazionalismo panafricano.
Un concetto chiave per comprendere i conflitti tra differenze culturali è la “doppia coscienza”, teorizzata da W.E.B. Du Bois. Questo concetto descrive la “doppia vita” di chi è sia nero che americano o africano formatosi in contesti coloniali, caratterizzata da “doppi pensieri, doppi doveri e doppie classi sociali”. Questa “doppia vita” e la conseguente “doppia parola e doppi ideali” spiegano la profonda necessità di una rinascita culturale. Il Panafricanismo culturale, attraverso movimenti come la Négritude e l’Afrocentrismo, agisce come una risposta diretta a questa sfida identitaria, cercando di ricomporre le memorie e le identità distrutte dal colonialismo e dalla tratta, e di riaffermare una dignità e un orgoglio africano unici. Questo processo è fondamentale per la ricostruzione di una soggettività collettiva e per la definizione di un futuro autonomo.
fonte: Loti news
Successi e Impatti del Panafricanismo Il Panafricanismo, nel corso della sua storia, ha conseguito successi significativi e ha avuto impatti profondi sia sul continente africano che sulla diaspora.
Ruolo Cruciale nella Decolonizzazione e nell’Indipendenza Il movimento panafricanista ha giocato un ruolo fondamentale nell’avanzamento della decolonizzazione in Africa, in particolare attraverso i Congressi Panafricani che hanno fornito una piattaforma per la discussione e la pianificazione strategica. Leader carismatici come Kwame Nkrumah hanno guidato i loro paesi all’indipendenza, ispirandosi e promuovendo attivamente gli ideali panafricanisti. La lotta panafricana è stata una continuazione storica della ricerca di libertà, giustizia e dignità in tutto il continente.
Promozione della Coscienza di Unità e Solidarietà La dottrina del Panafricanismo ha avuto il merito innegabile di risvegliare negli africani una coscienza di unità originaria, estesa a tutti i neri ovunque si trovassero dopo la diaspora forzata. Ha enfatizzato la necessità di “auto-sufficienza collettiva” e la convinzione che la solidarietà avrebbe permesso al continente di provvedere autonomamente ai propri popoli, conferendo potere agli africani a livello globale. La Conferenza dei Popoli Africani di Accra del 1958, ospitata da Nkrumah, fu un evento monumentale che rivelò un’unione politica e sociale tra Stati arabi e regioni africane nere, promuovendo un’identità nazionalista africana comune di unità e anti-imperialismo.
Creazione di Istituzioni Continentali e Iniziative di Integrazione Regionale La formazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana (OUA) nel 1963 e della sua successore, l’Unione Africana (UA) nel 2002, rappresenta un successo istituzionale diretto dell’influenza panafricanista. L’OUA mirava a coordinare gli sforzi per elevare il tenore di vita e difendere la sovranità degli Stati membri, sostenendo attivamente i movimenti di liberazione. Sebbene l’ideale più ambizioso di una “Stati Uniti d’Africa” non si sia pienamente realizzato, la creazione dell’OUA e poi dell’UA rappresenta un successo significativo. L’OUA, essendo un organismo intergovernativo che rispettava la sovranità, ha incarnato un compromesso pragmatico tra l’ideale di unità e la realtà delle nuove sovranità nazionali. Questo compromesso ha comunque fornito un quadro istituzionale cruciale per la coordinazione delle politiche anti-coloniali e, successivamente, per l’integrazione economica, creando una voce collettiva e una piattaforma per l’azione, anche se non una singola entità statale. L’UA ha compiuto passi importanti verso l’integrazione economica a lungo termine con la creazione dell’Accordo di Libero Scambio Continentale Africano (AfCFTA), che mira a stimolare l’industrializzazione, aumentare il commercio e rafforzare l’integrazione economica.
Influenza sui Movimenti per i Diritti Civili e l’Emancipazione della Diaspora Il Panafricanismo ha contribuito in modo significativo a internazionalizzare la lotta per l’emancipazione dei neri, collegando le battaglie degli afroamericani con quelle dei popoli oppressi in tutto il mondo. Il pensiero panafricanista culturale è riemerso negli Stati Uniti negli anni ’60 e ’70 come parte del movimento Black Power, spingendo gli afroamericani a esplorare le loro radici culturali africane e ad adottare pratiche culturali africane.
Riscoperta e Valorizzazione della Storia e Cultura Africana Il movimento ha promosso attivamente lo studio della storia e della cultura africana. La Négritude, in particolare, ha esaltato l’origine nobile della civiltà africana e ha rifiutato l’assimilazione culturale occidentale, contribuendo a ridefinire l’identità nera in termini positivi. L’Afrocentrismo ha enfatizzato i modi di pensiero e la cultura africani come correttivo al dominio culturale e intellettuale europeo. La creazione di “Departments of Pan-African Studies” in alcune università ha contribuito a insegnare l’esperienza del mondo africano e a presentare un’analisi afrocentrica del razzismo anti-nero. L’impatto culturale del Panafricanismo nel ripristinare la dignità e sfidare le narrazioni eurocentriche è profondo. La “rinascita africana” e il lavoro di Cheikh Anta Diop nel dare “piena consapevolezza della propria identità” e “l’orgoglio di appartenere a un continente il cui ruolo… è stato insostituibile” sono esempi lampanti. La Négritude, a sua volta, ha avuto un ruolo nel celebrare la “nobile origine della civiltà africana” e nel rifiutare l’assimilazione. Questi elementi indicano che al di là dei guadagni politici, il Panafricanismo ha avuto un impatto psicologico e culturale profondo, contrastando attivamente secoli di disumanizzazione e revisionismo storico. Ha fornito un quadro per la riaffermazione di una dignità e di un’identità africana positive e autonome, essenziali per la costruzione di un futuro autodeterminato.
Sfide, Critiche e Divisioni Interne Nonostante i suoi successi e l’influenza duratura, il Panafricanismo ha dovuto affrontare e continua a confrontarsi con significative sfide, critiche e divisioni interne che ne hanno limitato la piena realizzazione. Divisioni Interne Uno degli ostacoli più persistenti è stato il nazionalismo statale e i particolarismi. La visione di Kwame Nkrumah di un’Africa unita si è scontrata con la riluttanza degli Stati africani, appena indipendenti, a rinunciare alla loro sovranità nazionale. Le differenze linguistiche, le disparità economiche e la competizione per la leadership tra i vari paesi hanno ulteriormente ostacolato la piena unificazione. La persistenza del nazionalismo e delle divisioni interne rappresenta un ostacolo fondamentale all’unità continentale. Il desiderio di Nkrumah di “smantellare le frontiere e le divisioni ereditate dal colonialismo” si è scontrato con la realtà che la maggior parte dei leader post-indipendenza “non era disposta a cedere la propria sovranità”. Le “divisioni attuali all’interno dei paesi sul continente” rimangono una difficoltà. Questo indica che i confini artificiali imposti dal colonialismo e la successiva affermazione di identità nazionali hanno creato una frizione intrinseca con l’ideale panafricanista di un continente unificato. La coesistenza di nazionalismi statali e aspirazioni panafricane è una sfida continua che impedisce una piena integrazione politica. Il Panafricanismo è stato criticato anche per aver omogeneizzato l’esperienza africana, ignorando le diverse realtà e le complesse differenze etno-religiose e i conflitti all’interno del continente. Le divisioni interne ai paesi e alle comunità della diaspora rimangono una sfida significativa.
Critiche all’Ideologia Un’importante critica mossa al Panafricanismo è quella di essere stato un movimento elitario. È stato accusato di essere un movimento dell’élite borghese africana istruita, che non si preoccupava sufficientemente degli interessi degli africani comuni. Alcuni critici sostengono che, nonostante i movimenti indipendentisti, la regione subsahariana non sia molto meglio di prima per le persone che la abitano, a causa di economie ancora controllate da discendenti coloniali o despoti e multinazionali. Questa critica suggerisce che, pur avendo raggiunto l’indipendenza politica, il movimento potrebbe non aver affrontato in modo sufficiente le strutture socio-economiche profonde che perpetuano la disuguaglianza per la maggioranza della popolazione, mettendo in discussione la sua inclusività e la sua efficacia a livello di base. La Négritude, un movimento culturale strettamente legato al Panafricanismo, è stata a sua volta oggetto di critiche, accusata da figure come George Padmore e Kwame Nkrumah di essere una forma di “razzismo nero” non migliore di quello bianco. Jean-Paul Sartre la definì un “momento debole di una progressione dialettica”, destinata a superarsi. Inoltre, l’ideologia è stata notata per fare affidamento sulla costruzione di un “nemico comune”, come il colonialismo, per mantenere la sua rilevanza e legittimità.
Ostacoli alla Piena Unificazione Nonostante i numerosi tentativi, come l’unione tra Guinea e Ghana, il progetto degli “Stati Uniti d’Africa” non si è pienamente realizzato. L’inefficacia della governance è un’altra sfida che mina l’obiettivo di solidarietà continentale dell’Unione Africana. Organizzazioni come l’OUA sono state accusate di essere un “comitato di dittatori” che non protegge i diritti degli africani, con leader che hanno usato la retorica panafricanista per legittimare la loro autorità. Persistono sfide nel XXI secolo, inclusa l’implementazione incoerente dei trattati all’interno dell’Unione Africana.
Influenze Esterne e Neocolonialismo Il continuo coinvolgimento politico ed economico di superpotenze straniere, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia e, sempre più, Cina, è visto come una sfida significativa, con alcuni che si riferiscono a questa era come una “nuova corsa all’Africa”. La lotta continua contro il neocolonialismo rappresenta una sfida per la vera autonomia africana. Documenti evidenziano il “continuo coinvolgimento politico ed economico di superpotenze straniere” come una sfida, definendolo una “nuova corsa all’Africa”. Kwame Nkrumah aveva previsto i “pericoli di un ritorno del colonialismo in forme mascherate”. Inoltre, si osserva che le economie africane sono ancora “tenute sottosviluppate… da attori stranieri”. Questo indica che, anche dopo la decolonizzazione politica, l’obiettivo panafricanista di autonomia economica e politica rimane elusivo a causa di persistenti influenze esterne e di strutture economiche che favoriscono lo sfruttamento delle risorse, limitando la capacità dell’Africa di determinare il proprio destino. Le economie africane sono ancora in gran parte controllate o dai discendenti di coloro che governavano durante il colonialismo o da despoti e multinazionali. La prevalenza di esportazioni africane non lavorate, prive di valore aggiunto, è una debolezza che perpetua la dipendenza economica.
Il Panafricanismo nel XXI Secolo: Rilevanza Contemporanea e Prospettive Future Nel XXI secolo, il Panafricanismo sta vivendo una fase di rinnovamento e adattamento, affrontando le sfide contemporanee con nuove strategie e manifestazioni.
Nuove Manifestazioni e Integrazione Regionale Una delle espressioni più ambiziose del Panafricanismo contemporaneo è l’Agenda 2063, un documento strategico firmato nel 2013 dai Capi di Stato africani. Questo piano mira a trasformare l’Africa in una potenza globale entro il 2063, basandosi su una forte idea di Panafricanismo che sostiene che i popoli africani condividono un destino comune e possono unirsi per il progresso. Gli obiettivi dell’Agenda includono la promozione della pace e la riduzione dei conflitti, una crescita economica inclusiva e uno sviluppo sostenibile, l’uguaglianza di genere, l’emancipazione giovanile e la visione di un’Africa unita e integrata. L’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA) è una delle manifestazioni più concrete e pragmatiche del Panafricanismo contemporaneo. Entrata in vigore nel 2021, mira a creare un mercato unico africano per oltre un miliardo di persone, promuovendo il commercio intra-africano, la creazione di valore aggiunto e la riduzione della dipendenza dalle materie prime. L’AfCFTA è descritta come un “gigantesco cantiere che mette il panafricanismo sui binari della concretezza”. Questo evidenzia un passaggio a un Panafricanismo più pragmatico e orientato all’economia. Il motto “Africa Unite!” appare più che mai attuale per lo “sviluppo economico effettivamente sostenibile”. L’enfasi sull’AfCFTA e l’interesse per i BRICS mostrano un chiaro spostamento da un focus primario sull’unità politica, che ha incontrato resistenze, a un’integrazione economica tangibile. Questo indica una lezione appresa dal passato: la solidarietà economica e la creazione di valore aggiunto sono viste come il percorso più realistico e fondamentale per raggiungere l’auto-sufficienza e l’influenza globale. L’integrazione regionale è sempre più riconosciuta come una priorità per lo sviluppo economico sostenibile, specialmente a livello sub-regionale, per superare le “gabbie” degli stati nazionali disegnati in epoca coloniale.
fonte: African Union
Coinvolgimento della Diaspora Un’evoluzione significativa nel Panafricanismo contemporaneo è il riconoscimento formale della diaspora africana da parte dell’Unione Africana come la “sesta regione del continente”. Questa decisione le attribuisce legittimità e un potenziale ruolo di sviluppo. Questo riflette un’evoluzione dal concetto di “ritorno” fisico in Africa a quello di mobilitazione transnazionale e rafforzamento dell’identità etnica a distanza. La diaspora contribuisce attivamente allo sviluppo economico del continente attraverso le rimesse (familiari, collettive e imprenditoriali) e al trasferimento di capitale umano e conoscenze. La “diaspora option” vede la migrazione di individui altamente qualificati non più solo come una “fuga di cervelli”, ma come un vantaggio, facilitato dalle nuove tecnologie che permettono la “virtual diaspora” e la mobilitazione di risorse qualificate a distanza. La formalizzazione della diaspora come “sesta regione” e il suo impatto sul modello di sviluppo rappresentano un’evoluzione significativa. Si passa da un’idea di “ritorno in Africa” a un’integrazione strategica delle risorse umane e finanziarie della diaspora nel processo di sviluppo continentale. Questo riflette una comprensione più sofisticata del transnazionalismo e del potenziale della diaspora come attore di sviluppo, non solo come beneficiario o soggetto di ritorno.
Difesa Globale e Posizionamento “Filo-Africano” Il Panafricanismo contemporaneo si concentra sulla difesa globale e su una posizione “filo-africana”, distaccandosi dalle influenze esterne. Mamady Doumbouya, presidente della Guinea, ha emblematicamente dichiarato che l’Africa non è “né pro né anti-americani, né pro né anti-cinesi… Siamo semplicemente filo-africani”. Questa affermazione di una posizione “filo-africana” nel contesto globale multipolare indica un’accresciuta consapevolezza dell’agenzia africana. Le dichiarazioni di Mamady Doumbouya che l’Africa è “semplicemente filo-africana” e non si allinea automaticamente con nessuna potenza esterna, indicano un’accresciuta consapevolezza dell’agenzia africana. Questo si lega agli obiettivi dell’Agenda 2063 di rendere l’Africa un attore “forte, resiliente e influente” sulla scena globale. Questo approccio riflette una strategia di diversificazione dei partenariati e di sfruttamento del multipolarismo per massimizzare i benefici per il continente, piuttosto che essere un campo di gioco per interessi esterni, segnando una nuova fase di autodeterminazione globale. Questa posizione riflette un profondo desiderio di sovranità e autodeterminazione, rifiutando la condiscendenza e le “lezioni” esterne. L’Africa mira a essere un attore forte, unito, resiliente e influente sulla scena globale.
Sfide Attuali e Prospettive Future Il Panafricanismo nel XXI secolo deve affrontare diverse sfide cruciali. La crescita demografica impone la necessità di promuovere uno sviluppo inclusivo e sostenibile che possa sostenere una popolazione in rapida espansione. La pace e la sicurezza rimangono obiettivi primari: l’Agenda 2063 mira a un’Africa pacifica e sicura, libera da conflitti armati, terrorismo e violenza di genere, con meccanismi efficaci di prevenzione e risoluzione dei conflitti. L’uguaglianza di genere e l’emancipazione giovanile sono poste come pilastri centrali dell’Agenda 2063, con l’obiettivo di garantire piena parità e accesso a istruzione, lavoro e opportunità per tutti. Il VII Congresso Panafricano (1994) è stato il primo a trattare specificamente le questioni femminili, segnando un passo importante in questa direzione. Infine, il Panafricanismo deve continuare a sfidare gli stereotipi e l’afropessimismo, promuovendo una narrazione più complessa e positiva dell’Africa che superi le rappresentazioni semplificate e spesso negative diffuse dai media.
Conclusione Il Panafricanismo, nato dalle ceneri della schiavitù e del colonialismo, ha dimostrato una straordinaria capacità di adattamento e resilienza nel corso della storia. Da un’aspirazione inizialmente intellettuale e culturale, si è evoluto in un movimento politico tangibile che ha guidato la decolonizzazione e la creazione di istituzioni continentali fondamentali come l’OUA e l’UA. La sua forza intrinseca risiede nella capacità di risvegliare una profonda coscienza di unità e solidarietà tra i popoli africani e la diaspora, fornendo una base ideologica e pratica per la rivendicazione della dignità e dell’autodeterminazione. Nel XXI secolo, il Panafricanismo si sta reinventando in risposta alle nuove dinamiche globali. Si osserva un passaggio da un focus prevalentemente politico, che in passato ha incontrato resistenze legate alla sovranità nazionale, a un’enfasi più pragmatica sull’integrazione economica, come esemplificato dall’implementazione dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA). Parallelamente, il movimento sta valorizzando e sfruttando il potenziale della diaspora africana, riconoscendola come una “sesta regione” strategica per lo sviluppo. La ricerca di una posizione “filo-africana” nel contesto globale multipolare testimonia una crescente assertività e un desiderio di autonomia, con l’Africa che si posiziona come un attore influente sulla scena internazionale, non più come mero oggetto di interessi esterni. Nonostante questi progressi e la sua continua evoluzione, il Panafricanismo deve ancora affrontare sfide significative. Le divisioni interne, spesso alimentate da nazionalismi statali e particolarismi etnici, persistono. Il neocolonialismo si manifesta in nuove forme, mantenendo le economie africane legate all’estrazione di materie prime e alla dipendenza esterna. La governance inefficace e l’implementazione incoerente dei trattati continuano a ostacolare una piena integrazione. Tuttavia, la sua continua evoluzione e la rinnovata spinta verso l’integrazione e l’auto-sufficienza indicano che il Panafricanismo rimane una forza vitale e indispensabile per plasmare il futuro dell’Africa, affrontando le sfide della crescita demografica, dello sviluppo sostenibile, della pace e della sicurezza, e dell’uguaglianza di genere. L’adattabilità del Panafricanismo è la chiave della sua rilevanza continua. Ripercorrendo la sua storia, si osserva una chiara evoluzione: da una reazione iniziale alla schiavitù e al colonialismo a un movimento per la decolonizzazione politica, e ora, nel XXI secolo, a un’agenda proattiva incentrata sull’integrazione economica e sull’auto-affermazione globale. Questa capacità di adattare i suoi obiettivi e le sue strategie alle mutevoli sfide storiche e globali è la vera ragione della sua duratura rilevanza. Il Panafricanismo non è un’ideologia statica, ma una “tradizione in movimento continuo” che continua a fornire un quadro essenziale per la liberazione e lo sviluppo africano.
Department of Political Science, PPE Thesis in “Pan-Africanism and its impact on African Unity and Integration”, Tommaso Anticoli – tesi.luiss.it, accesso eseguito il giorno maggio 29, 2025, https://tesi.luiss.it/39559/1/095472_ANTICOLI_TOMMASO.pdf
I percorsi verso le indipendenze nazionali tra movimenti africani, colonialismo e istanze internazionali – Geopolitica.info, accesso eseguito il giorno maggio 29, 2025, https://www.geopolitica.info/decolonizzazioneafricana/
La Namibia, ufficialmente Repubblica della Namibia, è uno Stato dell’Africa meridionale, la cui capitale è Windhoek. Confina a nord con l’Angola e lo Zambia, a est con il Botswana e a sud con il Sudafrica; a ovest si affaccia sull’Oceano Atlantico. È uno dei Paesi più giovani del continente africano, avendo ottenuto solo nel 1990 l’indipendenza dal Sudafrica, dal quale era amministrata. Dal 1884 al 1918 fu colonia dell’Impero tedesco con il nome di Deutsch-Südwestafrika. Successivamente dal 1918 al 1961 fece parte dell’Impero britannico all’interno dell’Unione Sudafricana per poi divenire, dal 1961 fino all’indipendenza, una provincia del Sudafrica. L’arrivo dei primi coloni tedeschi, negli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del Novecento, provocò una violenta reazione da parte di alcune etnie autoctone che si vedevano spogliate di molte delle proprie terre più fertili. In alcune zone scoppiò una vera e propria guerriglia (1904-1908) da parte di un popolo di pastori, gli Herero, che fu repressa nel sangue dalle autorità tedesche. Vennero costruiti per i prigionieri dei Konzentrationslager, “campi di concentramento”; dagli originari 80.000, gli Herero vennero ridotti a 15.000 nel 1911. Nel 1966 l’organizzazione SWAPO (South-West African People’s Organization), di spirazione marxista, cominciò una guerriglia indipendentista contro le forze sudafricane, nota come guerra di indipendenza della Namibia. Il Sudafrica cedette però solo nel 1988, accettando un piano di pace delle Nazioni Unite che portò alla piena indipendenza del paese nel 1990. Il fondatore della Namibia indipendente è Sam Nujoma, da sempre capo della SWAPO; ha governato dal 1990 al 2005, per essere poi sostituito da Hifikepunye Pohamba.
Shafiishuna Nujoma
Prigionieri su un “transport” diretto ad un campo di concentramento, 1907.
Geografia
La geografia della Namibia è caratterizzata da una serie di altipiani, il punto più alto dei quali è il Brandberg (2 606 metri). L’altopiano centrale attraversa il paese lungo l’asse nord-sud, ed è circondato a ovest dal deserto del Namib e dalle pianure che giungono fino alla costa, a sud dal fiume Orange, a sud e a est dal deserto del Kalahari. I confini del paese a nord-est delimitano una stretta fascia di terra, nota come dito di Caprivi, che fu ottenuta dai tedeschi come sbocco verso il fiume Zambesi. L’aridità del territorio fa sì che buona parte dei fiumi siano a carattere torrentizio. I fiumi di maggiore entità si trovano solo lungo i confini: da nord a sud, i principali sono il Kunene, l’Okavango, lo Zambesi e l’Orange.
Fiume Orange
Dito di Caprivi un territorio della Namibia orientale, noto per i suoi confini estremamente innaturali che non tengono alcun conto di divisioni etnico-geografiche.
Clima
Il clima della Namibia va dal clima desertico a quello subtropicale, ed è generalmente caldo e asciutto, con precipitazioni scarse e variabili. L’aridità del clima deriva dalla fredda corrente del Benguela che causa la condensazione del vapore acqueo sull’oceano Atlantico, lasciando quindi arrivare sulla costa aria secca. Nel 2019, alcune parti della Namibia hanno affrontato una delle peggiori siccità degli ultimi sessanta-novanta anni, con piogge molto scarse e con la maggior parte del bestiame morto. Le autorità dichiarano lo stato di calamità naturale a maggio e chiedono aiuti internazionali: “I mezzi di sussistenza della maggior parte dei namibiani sono a rischio, soprattutto quelli che dipendono dalle attività agricole”, lamenta il primo ministro Saara Kuugongelwa-Amadhila.
Città e popolazione
La Namibia è uno dei tre Stati sovrani del mondo meno densamente popolati, con una media di circa 3,3 abitanti per km²; ha invece un tasso di crescita demografica relativamente elevato. Gran parte del territorio del paese è costituito dalle distese aride del deserto del Namib e del Kalahari. Fra le città più importanti, oltre alla capitale Windhoek (situata nel centro del paese) si possono ricordare i porti di Walvis Bay e Swakopmund, e le città di Oshakati, Grootfontein, Tsumeb Keetmanshoop.
Windhoek
Lingua e Etnie
L’inglese è la lingua ufficiale del paese ma è madrelingua solo per il 6% dei bianchi; il tedesco, l’afrikaans e l’oshiwambo sono invece “lingue regionali riconosciute”. L’87,5% della popolazione è nero e appartenente ai ceppi linguistici bantu e khoisan. Metà degli abitanti della Namibia parla l’oshiwambo come madrelingua, ma l’afrikaans è comunque la lingua più compresa. Le lingue indigene vengono insegnate nella scuola primaria. Sia l’afrikaans sia l’inglese sono parlati principalmente come seconda lingua e utilizzati soprattutto a livello pubblico e istituzionale. Il tedesco è parlato specialmente nel Sud del paese. La prossimità geografica alla lusofona Angola ha determinato l’immigrazione di numerose persone parlanti portoghese. Nel 2011 i lusofoni in Namibia erano stimati intorno a 100 000, il 4-5% della popolazione totale. L’82% della popolazione appartiene a etnie del gruppo bantu, suddivisa in almeno undici etnie, tra cui predomina largamente l’etnia Ovambo (circa metà della popolazione, concentrata nel Nord del Paese). Altre etnie nere sono quelle del gruppo khoisan (San e Nama). La quota di bianchi è intorno all’8%, la più elevata dell’Africa subsahariana dopo quella del Sudafrica; si tratta soprattutto di tre gruppi principali: boeri, anglosassoni e tedeschi. Esistono anche minoranze olandesi, francesi e portoghesi. Vi sono infine due gruppi di origine mista, chiamati coloured e baster, che contribuiscono alla popolazione totale per un altro 8%. I bianchi e i gruppi di etnia mista parlano quasi tutti l’afrikaans e sono culturalmente simili ai gruppi corrispondenti sudafricani. Una minoranza di bianchi ha invece mantenuto la cultura e la lingua originale dei coloni tedeschi. Diversamente dal Sudafrica, non vi è insediata una popolazione significativa di origine asiatica.
Politica
Il Presidente è eletto con voto popolare ogni cinque anni. Il Primo ministro è nominato insieme con il suo gabinetto dal Presidente. Il parlamento è composto da due camere: il National Council (“Consiglio Nazionale”) e la National Assembly (“Assemblea Nazionale”). La National Assembly rappresenta il vero organo legislativo, mentre il National Council ha una funzione consultiva. Per l’elezione della National Assembly sono contemplati 107 distretti elettorali. Il principale organo giudiziario è la Corte Suprema, i cui giudici sono nominati dal Presidente su proposta della Judicial Service Commission.
La SWAPO, che rappresentò il movimento principale durante il processo di indipendenza, e che ha completamente abbandonato le sue posizioni originali marxiste, è il primo partito del paese. Originariamente espressione specifica degli Ovambo, dagli anni ottanta ha perso questa connotazione accogliendo tra le sue file esponenti di tutte le etnie del paese, inclusi bianchi dei vari gruppi, specialmente di origine tedesca.
Il secondo partito politico del paese è l’Alleanza Democratica di Turnhalle (DTA), fondato negli anni settanta come federazione di diversi partiti, inclusi partiti a carattere etnico come la Christian Democrat Union (CDU), a prevalenza coloured, e il Partito Repubblicano (RP) degli afrikaner. Le elezioni generali in Namibia del 2024 si sono tenute dal 27 al 30 novembre per il rinnovo della Presidenza e dell’Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento del paese. Le elezioni hanno visto, nonostante una potenziale probabilità di mutamento del contesto politico, l’ampia riconferma dell’Organizzazione Popolare dell’Africa del Sud-Ovest (SWAPO), alla guida del paese sin dalla sua conquistata indipendenza dal Sudafrica nel 1989, che, tramite la vittoria già al primo turno delle presidenziali della sua candidata Netumbo Nandi-Ndaitwah (peraltro per la prima donna nella storia del paese ad esserlo stata), con ben il 58,07% delle preferenze.
Netumbo Nandi-Ndaitwah
Economia
L’economia namibiana è fortemente legata (e per alcuni aspetti simile) a quella del Sudafrica. La principale attività economica è l’estrazione di minerali, che contribuisce per circa il 20% del PIL nazionale. Il paese è il quarto più importante esportatore africano di minerali non combustibili e il quinto produttore di uranio nel mondo. Una parte importante dell’estrazione mineraria riguarda, come nel vicino Sudafrica, i diamanti; altre produzioni importanti sono quelle di piombo, ferro, zinco, argento e tungsteno. Nonostante la sua importanza per l’economia nazionale il settore minerario dà lavoro solo al 3% della popolazione. Oltre la metà dei namibiani si dedicano all’agricoltura e all’allevamento di sussistenza; si coltivano principalmente mais e miglio e si allevano soprattutto capre e pecore. La produzione agricola comunque non copre il fabbisogno nazionale, che dipende al 50% dalle importazioni; si esporta invece la lana. Sebbene il reddito pro-capite sia in Namibia cinque volte quello dei paesi più poveri dell’Africa, la maggioranza della popolazione vive in povertà a causa della forte disoccupazione, della grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, e della grande quantità di capitali che vengono investiti all’estero. La caduta dei prezzi delle materie prime e una persistente siccità hanno causato un calo del prodotto interno lordo (PIL) del paese nel 2017 e nel 2018 e un aumento della disoccupazione.
Sport
Lo sport nazionale della Namibia è il rugby. Conseguentemente all’indipendenza dal Sudafrica, nel 1990 si formò la Nazionale di rugby della Namibia, il cui esordio al Mondiale si è verificato nell’edizione del 1999. Fino all’indipendenza, i giocatori nativi della Namibia potevano essere convocati nelle file della rappresentativa sudafricana. Un esempio tra i più celebri è l’estremo Percy Montgomery, che è stato dei più forti interpreti al mondo del suo ruolo, nato nel 1974 a Walvis Bay e ritiratosi dalle competizioni nel 2009. Lo sportivo più importante a livello mondiale è sicuramente Frank Fredericks, velocista di assoluto livello mondiale capace di conquistare quattro medaglie olimpiche (tutte d’argento, due a Barcellona 1992 (prime medaglie olimpiche per la Namibia), e due ad Atlanta 1996 nei 100 e nei 200 metri piani) e quattro medaglie mondiali (oro a Stoccarda 1993, e argento a Tokyo 1991, Göteborg 1995 e Atene 1997, tutte nei 200 m piani). Dopo la fine della carriera agonistica dal 2004 è entrato a fare parte del Comitato Olimpico Internazionale. La laguna a sud di Luderitz è sede del più importante evento di Speed (gare di velocità per kitesurf e windsurf) al mondo. Gli organizzatori della prova hanno scavato un canale artificiale dove sono stati conseguiti i maggiori record di velocità a vela sull’acqua. Walvis Bay è invece la località dove è stato registrato il record di velocità assoluto per un mezzo nautico (65,45 nodi).
La Namibia vince l’Africa Cup Frank Fredericks e si qualifica al Mondiale 2023, nel girone dell’Italia
Frank Fredericks
Arte
Nel 2022 la Namibia ha partecipato per la prima volta alla 59ª Biennale di Venezia con un padiglione nazionale incentrato sulla mostra dell’artista Renn, dal titolo A Bridge to the Desert / Un ponte per il deserto, a cura di Marco Furio Ferrario. Ospitato sull’Isola della Certosa, con i suoi 20 ettari di percorso è stato il padiglione più esteso del 2022 e uno dei più estesi della storia della Biennale. La mostra ha presentato sculture e fotografie del progetto The Lone Stone Men di un artista che si è celato dietro allo pseudonimo Renn. Parte del padiglione sono stati anche due percorsi introduttivi: un muro di 140×2 metri tappezzato da foto del deserto del Namib di Roland Blum e l’installazione immersiva Seek to believe / Cercare per credere del duo artistico Amebe.
Renn, The Lone Stone Men
Cinema
Girley Jazama
In ambito cinematografico, in particolare nel XXI secolo, si è distinta la figura dell’attrice namibiana Girley Jazama, che ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e che ha partecipato al film Der vermessene Mensch (2023), dove viene narrato il genocidio degli Herero e dei Nama, nell’attuale Stato della Namibia.
Ecco 5 curiosità che (forse) non sapevi sulla Namibia:
La Namibia è stato il primo paese del mondo a citare la protezione dell’ambiente naturale nella propria Costituzione! Vi è infatti una grande attenzione per la protezione dell’ambiente e della fauna.
Il deserto del Namib è uno tra i più antichi della terra. È in gran parte incluso in aree naturali protette, tra cui il Namib-Naukluft National Park, il parco nazionale più esteso dell’Africa. Le sue dune, tra le più alte del pianeta, sono famose per le forme sinuose e i colori che cambiano in base all’ora: dal rosso intenso dell’alba all’oro di mezzogiorno, fino alle tinte arancio del tramonto. A dispetto di quanto s’immagina quando si pensa al deserto, il Namib ospita una varietà sorprendente di flora e di fauna che si sono adattate all’ambiente, tra cui l’oryx (resistente alla siccità) e la welwitschia mirabili, una pianta che assorbe l’umidità della nebbia mattutina generata dall’incontro tra l’aria fredda dell’Oceano e il caldo del deserto.
L’orice è una specie animale che vive in Namibia ed è una grossa antilope che è in grado di sopravvivere nel deserto, anche quando la temperatura corporea tocca il 45 gradi! Questo animale è infatti dotato di un sistema di raffreddamento del cervello che, grazie alla respirazione e alla circolazione sanguigna, fa sì che riesca a sopportare il calore dell’ambiente. A queste temperature tutti gli altri mammiferi muoiono.
La costa degli Scheletri è una zona situata lungo il tratto nord-occidentale del Paese, dove il deserto incontra l’oceano. Si è guadagnata il macabro nome in virtù dei relitti che si sono arenati sulle sue spiagge, cui si aggiungono le ossa di foche e balene che testimoniano le antiche pratiche di caccia e i cicli naturali della vita marina. Nonostante l’atmosfera inquietante, la Costa degli Scheletri è un’area di grande importanza ecologica: le sue acque contenenti nutrienti che ne sostengono la biodiversità.
Il meteorite più grande al mondo è qui! Sembra che il meteorite più grande mai caduto sulla Terra si sia schiantato a Gibeon, a sud della Namibia: più di 20 tonnellate di meteorite si sono disintegrate in migliaia di frammenti. Una parte di essi è custodita nel Museo di Geologia di Windhoek; tutto sommato pochi resti, considerando che le popolazioni locali sfruttarono i detriti per costruire lance, utensili e armi appuntite.
Diritti cultura e libertà in gioco Di Daniele Serranò
Chi sono gli Imazighen
Spesso si associa il territorio del Nordafrica al mondo arabo; tuttavia, altrettanto spesso si ignora il fatto che, in origine, le popolazioni che abitavano questi territori niente avevano a che fare con esso. Parliamo infatti dei berberi o, meglio, utilizzando il termine proprio della loro lingua, gli Imazighen, insieme di più popolazioni autoctone dell’Africa Settentrionale con origine comune che da millenni abitano un’area vastissima e diversificata (dalla costa mediterranea ai territori subsahariani del Mali e del Niger).
Dire che la storia degli Imazighen sia millenaria non è affatto un’esagerazione. Infatti, fonti egizie del terzo millennio a.C. attestano la presenza di popolazioni berbere. Tra queste, una in particolare, denominata Mashuash (più comunemente noti come Meshwesh o Meswesh), una tribù libica che nel Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069-664 a.C.) ebbe una tale influenza da dare il via ad una dinastia di faraoni. Durante il primo millennio a.C. nacquero diversi regni berberi, i quali iniziarono a venire a contatto con le emergenti potenze del Mediterraneo: dapprima i fenici, poi i greci ed i romani, aprendosi ad una stagione di reciproca influenza che delineerà le basi di una società mediterranea cosmopolita.
Le popolazioni Imazighen
Eredità berbera
Nel corso della loro storia, gli Imazighen si sono trovati a venire a contatto con numerosi popoli, i quali, conquistando nuovi territori, annettevano le popolazioni che abitavano quei luoghi, così come le loro usanze ed i loro costumi. Gli Imazighen non fecero eccezione; anzi, riuscirono non solo ad inserirsi abilmente nei nuovi contesti sociali che si vennero a creare successivamente all’arrivo degli invasori, ma riuscirono a preservare e tramandare le usanze tipiche della loro cultura.
Donna Amazigh sulla catena montiuosa dell’Atlante
Non molti sanno che numerose figure di spicco nella storia dell’Occidente erano di origine berbera: scrittori come Terenzio ed Apuleio, santi cristiani come San Vittore, papi, e perfino imperatori. L’influenza berbera si mantiene anche nelle piccole abitudini alimentari quotidiane. Ne è la prova l’importanza che rivestono ancora oggi nel territorio del Nordafrica il consumo di preparati a base di frumento o orzo, quali il couscous (sempre più diffuso anche in Europa), e la bsisa, un preparato a base di orzo, cumino e fieno greco tipico di Libia e Tunisia.
Bsisa cucinata
Polvere di Bsisa
Couscous
Imazighen, libertà e lotte
Un tratto tradizionalmente tipico della cultura berbera che affascina molti è l’essenzialità del loro modo di vivere: piccole abitazioni in materiali semplici che danno l’impressione di essere un tutt’uno con il paesaggio naturale circostante, niente arredi, nessuno di quei servizi basilari che per noi sono la normalità. Tutto ciò, agli occhi di chi è abituato ad un tipo di vita diametralmente opposta, dà un senso di libertà quasi romantico. Al giorno d’oggi però, questa visione romanticizzata e generalizzata si viene un po’ a modificare, in quanto non tutte le comunità berbere moderne vivono in condizioni così essenziali, e ci sono notevoli differenze tra comunità urbane e rurali.
Questa idea di libertà è infatti legata, almeno concettualmente, alla cultura berbera. Basti pensare che lo stesso nome Imazighen significa letteralmente “uomini liberi”, una libertà per la quale ancora ci si sta battendo. La stessa bandiera vede al proprio centro la lettera neo-tifinagh “yaz”, che rappresenta i martiri per la causa berbera, simboleggiando la virtù fondamentale di questo popolo: la resistenza, la voglia di vivere, la voglia di libertà. Questa libertà, in parte, è stata riconosciuta a seguito delle politiche sociali di re Muhammad VI di Marocco, con il riconoscimento del Tamazight come lingua ufficiale nel 2011.
Bandiera Amazigh: adottata nel 1998 come bandiera ufficiale del popolo Amazigh.
Mentre il Marocco ha fatto progressi significativi, la situazione varia considerevolmente da paese a paese. Le lotte per i diritti linguistici e culturali degli Imazighen si estendono in diversi paesi del Nord Africa, con l’Algeria che rappresenta un caso particolarmente significativo in quanto la lotta è stata lunga e violenta. In questo paese, dove gli Imazighen costituiscono una significativa minoranza concentrata principalmente nella regione della Cabilia, la strada verso il riconoscimento è stata lunga e spesso tortuosa. La storia recente dell’Algeria è segnata da momenti cruciali come la “Primavera Berbera” del 1980 e la “Primavera Nera” del 2001, periodi di intense proteste che hanno visto gli Imazighen battersi con fervore per il riconoscimento della loro identità. Questi sforzi non sono stati vani: nel 2016, l’Algeria ha finalmente riconosciuto il Tamazight come lingua ufficiale nella costituzione. Tuttavia, come spesso accade quando si parla di diritti e libertà, il cammino non è terminato con questa vittoria sulla carta. Le sfide attuali riguardano l’effettiva implementazione di questo riconoscimento nella vita quotidiana, nell’amministrazione e nell’educazione.
La resilienza degli Imazighen, quella stessa qualità che ha permesso loro di preservare la propria cultura attraverso millenni di dominazioni straniere, si manifesta anche in altri paesi del Nord Africa. In Libia, dopo decenni di repressione sotto il regime di Gheddafi, si assiste a una rinascita della cultura berbera. In Tunisia, seppur rappresentando una minoranza più esigua, gli Imazighen stanno facendo sentire la propria voce, con la fondazione di associazioni culturali che promuovono la loro eredità millenaria.
Anche nei territori più a sud, come Mali e Niger, le comunità Tuareg, fiere rappresentanti del mondo berbero, lottano per la propria autonomia e il riconoscimento dei propri diritti, sfidando confini tracciati da potenze coloniali che poco avevano a che fare con le realtà etniche e culturali del territorio.
In tutti questi contesti, le sfide sono molteplici e complesse. Dalla standardizzazione linguistica all’implementazione dell’insegnamento della lingua e cultura berbera nelle scuole, dalla maggiore presenza nei media nazionali al riconoscimento costituzionale, gli Imazighen continuano a battersi per preservare e promuovere la loro identità unica.
Questa lotta per i diritti linguistici e culturali degli Imazighen ci ricorda, ancora una volta, l’importanza di preservare la diversità culturale che caratterizza il bacino mediterraneo. Come figli di questo mare che ha visto il passaggio di innumerevoli popoli, abbiamo il dovere di riconoscere e celebrare queste antiche radici che ancora oggi nutrono il ricco mosaico delle nostre società. La resilienza degli Imazighen, la loro instancabile ricerca di libertà e riconoscimento, dovrebbe essere d’ispirazione per tutti noi, un monito a non dimenticare mai il valore della propria identità e l’importanza di lottare per preservarla.
La giornata internazionale delle donne afrodiscendenti nasce nel 1992, quando nella Repubblica Domenicana, le donne nere di 32 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, si riunirono per trovare nuove strategie di lotta per la parità dei diritti, contro le discriminazioni razziali e di genere. I risultati di questo incontro, sono stati di fondamentale importanza, non solo perché diede visibilità all’impegno delle donne nere per la parità di genere, ma anche per sottolineare la necessità di una lotta trasversale ed intersezionale, che non si limitasse alla difesa dei diritti di una singola minoranza, ma che prendesse in considerazione tutti i tipi di discriminazione. A partire da questo evento, fu istituita la giornata internazionale delle donne afrodiscendenti, una giornata al contempo di celebrazione e commemorazione.
Ma a cosa serve questa ricorrenza? È un’occasione di rivendicazione delle proprie origini e della propria identità collettiva, come donne della diaspora, ed individuale, perché ciascuna identità costituisce un unicum irripetibile che non può essere semplicemente omologata ad un qualsiasi gruppo di appartenenza. Essa ci invita anche alla riflessione su cosa significhi essere una donna afrodiscendente in Italia, oggi, quali difficoltà e quali opportunità nello sviluppo personale e professionale si incontrano e non solo: ci spinge a ripensare i nostri bias cognitivi che dividono un “Noi” da “gli Altri”, ci fa vedere la cultura come una produzione della società, e come tale, in continua evoluzione.
Ad oggi, sembrerebbe che l’opinione pubblica stia gradualmente acquisendo una maggior consapevolezza sulle questioni di genere; tuttavia ancora troppo spesso si dimentica il ruolo delle donne nere, diasporiche ed afrodiscendenti, che, al pari delle donne occidentali e bianche, si sono battute per ottenere giustizia sociale e parità. La giornata internazionale delle donne afrodiscendenti, ci mostra ancora una volta, la bellezza della diversità e dell’incontro tra differenze, il potere dell’unione e la forza della condivisione.
Nel calendario islamico, che è basato sul moto della luna, il giorno di Ashura è il decimo giorno del mese di Muharram, il primo mese dell’anno nel calendario lunare (la parola Ashura deriva dalla parola “Asharah”, che significa dieci in arabo). ʿĀshūrāʾ è il giorno in cui Allah salvò il Profeta Musa e i figli di Israele dal Faraone. Si tratta di un evento celebrato nel mondo islamico in vari modi: infatti per i Sunniti questo evento consiste in un periodo di digiuno di due giorni, il 9 e il 10 di Muḥarram. Tale digiuno sarebbe un calco del digiuno ebraico dello Yom Kippur, che cade nel decimo giorno del primo mese ebraico di Tishri, e il Profeta Mohammad l’avrebbe esteso anche al 9 per marcare una differenza rispetto alla celebrazione ebraica.
Invece per gli Sciiti, oltre al motivo precedente, cioè che ʿĀshūrāʾ è il giorno in cui Allah salvò il Profeta Musa e i figli di Israele dal Faraone, si aggiunge la commemorazione del martirio dell’imām al-Ḥusayn ibn ʿAlī e di 72 suoi seguaci ad opera delle truppe del califfo omayyade Yazīd I. La strage avvenne il 10 del mese di Muharram dell’anno 61 dell’Egira, e il lutto per l’evento, presso gli sciiti, dura 40 giorni.
Come si festeggia in quel giorno?
In quel giorno si festeggia soprattutto nei paesi nordafricani distribuendo ai bambini dei regali. In Marocco i grandi commercianti del paese distribuivano ai bambini, donne e giovani dei regali in quel giorno e i grandi mercati si riempiono di commercianti di frutta secca e dolci per festeggiare. Inoltre, i bambini girano per le strade indossando delle maschere, come nel carnevale occidentale.
Aspetti sociali della ʿĀshūrāʾ
La celebrazione della ʿĀshūrāʾ va oltre il significato religioso, assumendo importanti risvolti sociali che rafforzano i legami comunitari. Questo giorno diventa un’occasione per promuovere la solidarietà all’interno della comunità musulmana, principalmente attraverso la distribuzione di cibo e regali, che crea un senso di unità e cura reciproca.
La ʿĀshūrāʾ svolge anche un ruolo educativo fondamentale, offrendo l’opportunità di trasmettere ai più giovani la storia e i valori dell’Islam, perpetuando così le tradizioni da una generazione all’altra. È un periodo in cui molti musulmani intensificano le loro attività caritatevole, rivolgendo particolare attenzione ai meno fortunati della società.
In alcune comunità, questo giorno è visto come un momento propizio per la riconciliazione, incoraggiando la risoluzione dei conflitti e il riavvicinamento tra
amici e familiari. Per le minoranze musulmane in paesi non islamici, la celebrazione della ʿĀshūrāʾ assume un’importanza particolare come mezzo per affermare e preservare la propria identità culturale e religiosa.
Infine, in alcuni contesti, questa ricorrenza può diventare un’opportunità per il dialogo interreligioso e lo scambio culturale con altre comunità, promuovendo la comprensione reciproca e il rispetto tra diverse fedi.
Tutti questi aspetti sociali contribuiscono a rafforzare il tessuto sociale delle comunità musulmane, promuovendo valori universali come la compassione, la generosità e l’unità, che vanno oltre il significato puramente religioso della celebrazione.
L’Eid al adha (عيد الأضحىا), che letteralmente significa “festa del sacrificio” è una ricorrenza di pertinenza islamica che si celebra ogni anno circa due mesi dopo la fine del Ramadan. Non è possibile definire una data precisa per questa festa perché le festività islamiche si attengono al calendario islamico che segue le fasi lunari, pertanto questa festa ogni anno ricade in un giorno diverso, proprio come avviene con il Ramadan. Detta anche Eid al kbir “عيد ﺍﻟﻜﺒﻴﺮ” ovvero “festa grande”, l’Eid al adha è insieme all’Eid al fitr “عيد الفطر” (ovvero la festa di fine Ramadan) una delle festività più importanti per i musulmani. Con l’Eid al Adha si ricorda l’episodio di radice abramitica (e dunque comune anche all’Ebraismo e al Cristianesimo) in cui Dio mise alla prova la fede di Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio Ismaele (il racconto coranico su questo è discorde con il racconto genesiaco della Bibbia secondo cui, invece, il figlio ad essere stato prova di sacrificio non fu Ismaele, bensì Isacco, particolare questo di cruciale importanza da un punto di vista ermeneutico, o almeno teologico e dottrinale, perché da questa differenza deriva tutta una serie di conseguenze dottrinali concatenate che concernono i rapporti e i significati anagogici che ruotano attorno alla figura di Sara, moglie legittima di Abramo, simbolo della Promessa come sottolinea la lettera ai Galati, e Agar, schiava e compagna illegittima di Abramo).
Secondo il racconto, Abramo, alla richiesta di Dio, si recò sul monte Moriah (evento, questo, che risalirebbe a circa 4000 anni fa) per sacrificare Ismaele quando improvvisamente, proprio quando stava per compiere il sacrificio, venne fermato da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele che gli indicò un ariete da immolare come sacrificio al posto di Ismaele. Racconto, questo, pregno di significati di cui la misericordia di Dio e la sottomissione (o fede) di Abramo ne sono solo alcuni.
Tuttavia i musulmani festeggiano questo giorno proprio in ricordo di questo episodio al cui centro sembra ruotare l’importanza della perpetua sottomissione dei fedeli alla volontà di Dio. Durante l’Eid i musulmani sacrificano un animale che secondo la Sharia “شريعة”, ossia la legge islamica, deve essere un caprino, un bovino, un ovino o un camelide. Solitamente si tratta di capri adulti e tuttavia la Sharia prescrive che debba necessariamente trattarsi di una specie adulta e fisicamente integra tra queste appena citate. Spesso le famiglie iniziano a procurarsi l’animale già diverse settimane prima e lo sistemano in uno scantinato o in uno spazio della casa più o meno adatto, eh già, il tutto viene fatto in maniera piuttosto… domestica.
Il sacrificio avviene in una specifica modalità: nel lasso di tempo compreso tra la fine della preghiera del mattino e l’inizio della preghiera del pomeriggio, l’animale scelto viene abbattuto con la recisione della giugulare da parte di un uomo adulto in stato di purità legale e dopo aver pronunciato un takbir, ovvero un’espressione atta ad indicare l’assoluta grandezza e superiorità di Dio. Fatto ciò, viene lasciato defluire il sangue (come vuole sempre qualsiasi tipo di macellazione halal), la carne viene scuoiata e divisa in più parti, alcune delle quali destinate ai più bisognosi. Con questa carne si aprono le danze ai piatti più prelibati, i cui immancabili protagonisti sono gli spiedini arrosto. In occasione di questa festa si preparano diverse pietanze, ci si veste per bene e i bambini ricevono dei regali, spesso delle piccole somme di denaro chiamate Eidiyat “ عيديات”
Naturalmente questa festività come elemento religioso si inserisce in un contesto culturale che la ingloba, tuttavia: paese che vai, usanza che trovi! I festeggiamenti tradizionali dell’Eid al adha possono divergere un po’ a seconda del paese in cui ci si trova. I festeggiamenti durano circa tre giorni e quest’anno l’Eid al adha inizierà il 16 giugno e terminerà il 18 giugno.
L’associazione ASDA di Napoli augura a tutti i musulmani un felice Eid al adha! عيد سعيد
Curiosità e approfondimenti:
– Il web è pieno di video che documentano come in queste settimane i bambini siano soliti fare amicizia e spesso affezionarsi all’animale a cui poche settimane dopo diranno addio. -Abbiamo detto che l’Eid al adha ricorre in memoria di un evento di matrice abramitica e dunque comune (oltre all’Ebraismo) anche al Cristianesimo, ma perché i cristiani non festeggiano l’Eid al adha? Come accennavo nell’articolo, c’è una differenza nel racconto dell’episodio che conterrebbe la risposta a questa domanda. Nel racconto del Genesi, come ho già detto, il figlio di Abramo che stava per essere sacrificato era Isacco e non Ismaele. Isacco, secondo la storia, sarebbe il figlio nato dal matrimonio legittimo tra Abramo e Sara, mentre Ismaele sarebbe il figlio che Abramo ebbe da Agar, schiava egiziana, dopo che Sara non poté più dargli figli a causa della sterilità. Ora, per capire bene cosa stiamo dicendo, ci viene in soccorso un passo della Lettera ai Galati che leggeremo con attenzione:
“Ditemi, voi che volete essere sotto la legge; non ascoltate la legge? Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla libera. Ma quello dalla schiava secondo la carne è stato generato, quello invece dalla libera secondo la promessa. Queste cose sono allegorie. Quelle infatti sono le due alleanze:l’una è del monte Sinai, che genera a schiavitù, e questa è Agar. Agar è dunque il monte Sinai, in Arabia, ed è nella linea della Gerusalemme di ora, che è schiava insieme con i suoi figli. Mentre la Gerusalemme di lassù è libera, e questa è la nostra madre. Sta scritto infatti: Rallegrati, sterile che non partorisci, prorompi e grida, tu che non hai doglie, poiché sono molti i figli della derelitta, più di quelli di chi ha marito. Ma voi, fratelli, a modo di Isacco siete figli della promessa. Ma, come allora, colui che fu generato secondo la carne perseguitava quello secondo lo spirito, così anche adesso. Ma che dice la Scrittura? Scaccia la schiava e il suo figlio, perché il figlio della schiava non erediterà con il figlio della libera. Per cui, fratelli, non siamo figli di una schiava, ma della Promessa.” [Lettera ai Galati 4, 21-31]
Ebbene, la chiave è in quest’ultima proposizione “non siamo figli della schiava, ma della Promessa”, il lavoro filologico di chiave allegorica ci spiega che “la schiava” indicherebbe la schiavitù dei fedeli che ancora soggiacciono al giogo della Legge, quei fedeli cioè, che credono che la relazione con Dio sia una relazione di sottomissione e obbedienza che debba passare sotto il dominio di precise regole e leggi. “La Promessa”, invece, sarebbe la promessa che Dio (secondo i cristiani) avrebbe fissato per gli uomini: la salvezza. La promessa della salvezza, che è l’apice dell’alleanza tra Dio e gli uomini e che percorre tutta la Bibbia dall’Antico al Nuovo Testamento, consiste e si realizza con la vita, morte e risurrezione di Cristo: unico vero sacrificio (secondo i cristiani). La lettera di Paolo di Tarso agli ebrei è chiara in questo: con Cristo “non c’è più bisogno di offerta” “né olocausti né sacrifici” poiché Egli ha detto “non vi chiamo più servi ma amici”. C’è una sorta di capovolgimento di prospettiva: mentre nell’Islam la distanza tra Dio trascendente e l’uomo vede uno iato, una cesura, nel Cristianesimo la Promessa (con la venuta di Cristo, la sua morte e risurrezione) prevede una sorta di tensione dall’alto verso il basso (quindi da Dio verso l’uomo) che riempie quel vuoto che poteva essere riempito solo e soltanto da Dio, come segno di infinito amore dal creatore al creato. E’ Dio, secondo il Cristianesimo, che si è sacrificato per gli uomini in un sacrificio che vanifica tutti gli altri e che lascia meditare sul fatto che Dio non abbia bisogno dei nostri sacrifici, ma siamo noi, in quanto imperfetti e peccatori, ad aver bisogno della sua misericordia. L’adha, il sacrificio dei cristiani è Cristo, ecco perché non ha senso per i cristiani sacrificare un ariete. Potremmo dire che l’Eid al Adha dei cristiani è la Pasqua.
Nato il 21 settembre 1909 nell’antica Costa d’oro (ex colonia inglese), attualmente Ghana, dot. Kwame Nkrumah, indicato talvolta anche con lo pseudonimo di ‘’osagyefo’’ il ‘’redentore’’ fu il primo presidente della Repubblica del Ghana (1960-1966). E’ stato un politico rivoluzionario e figura di spicco nella storia della decolonizzazione e del panafricanismo.
Diplomato ad Accra, nel 1935 andò negli Stati Uniti per studiare economia alla Lincoln University of Pennsylvania e nel 1945 legge a Londra. Durante il suo soggiorno inglese Kwame Nkrumah partecipa alla quinta conferenza panafricana di Manchester, in qualità di segretario, divenendo rapidamente l’uomo chiave del movimento panafricanista. Nel 1947 decide di ritornare nella sua terra d’origine con l’obiettivo di sottrarre il suo paese al giogo coloniale, ed entrò dunque in politica.
Giovane e carismatico viene subito cooptato dal partito dominante del paese la United Gold Coast Convention (UGCC). Non perse tempo e organizzò subito una campagna pacifista (alla Ghandi) intesa a mettere in difficoltà l’amministrazione britannica. Alcuni esempi sono: boicottaggio dei prodotti europei, scioperi sempre più frequenti, rallentamento economico, ecc.
La data del 28 febbraio 1948 segnò una svolta nella storia del Ghana. Gli ex soldati stavano manifestando pacificamente, e soprattutto senza armi, quando l’esercito inglese aprì il fuoco uccidendone più di 60 persone causando anche centinaia di feriti. Sospettato di aver orchestrato tale manifestazione, fu arrestato tutto il personale della dirigenza del partito (UGCC), Nkrumah compreso. Le notizie del suo arresto non fecero altro che peggiorare la situazione del paese, al punto tale da costringere il governo coloniale a varare un piano che lo porterà verso l’indipendenza.
Dopo la scarcerazione Nkurumah creò il proprio partito, il ‘’Convention People’s Party’’ (CPP), vincendo subito le elezioni legislative. Sarà allora nominato primo ministro dal governatore inglese il 5 marzo 1952. Quattro anni dopo, invece, viene finalmente fissata una data per l’indipendenza che sarà il 6 marzo 1957.
Kwame Nkrumah divenne il primo presidente ed il padre fondatore della nuova repubblica che ribattezzò Ghana. Nel giorno dell’indipendenza tenne un discorso fondamentale, facendo capire che non si sarebbe fermato con l’acquisizione dell’indipendenza del suo paese, ma che tutti i suoi pensieri erano invece rivolti agli altri paesi africani che non erano ancora stati liberati. Secondo lui, infatti, l’indipendenza del Ghana non avrebbe avuto senso finché gli altri paesi non fossero stati liberati dal giogo coloniale. Non a caso Nkrumah è considerato anche uno dei padri fondatori dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana), creata nel 1963.
Dopo l’indipendenza, Nkrumah ha subito posto in essere una politica economica molto resiliente e ambiziosa, mirata a diversificare l’economia del paese, molto dipendente dall’esportazione del cacao, e a consentirgli di evolversi e di superare i suoi precedenti limiti. Diminuì il potere dei capi tradizionali, l’istruzione primaria e secondaria di primo grado fu resa obbligatoria e gratuita nel 1962, caratteri che si estesero poi anche alla scuola superiore nel 1965.
Professatore della parità di genere, fece adottare delle disposizioni legislative nel 1959 e nel 1960 per creare seggi riservate alle donne, cercando inoltre di spingere lo stato a facilitare l’ingresso delle donne nelle università e in alcuni settori specializzati, come la medicina e il diritto.
Come in molti paesi africani post coloniali, anche in Ghana l’istituzione del partito unico ha acuito le distanze tra il popolo e il loro leader. Considerato troppo radicale per l’Occidente in piena guerra fredda, Nkrumah divenne allora sempre più impopolare e isolato tra quelle masse lavoratrici che lo avevano portato al potere.
Il 24 febbraio 1966, mentre era in viaggio ufficiale in Vietnam su invito di Ho Chi Min, in Ghana fu attuato un colpo di stato guidato dal colonnello Emmanuel Kwasi Kotoka. Il parlamento fu sciolto e il CPP fu bandito. Nkrumah trovò rifugio in Guinea, dove passerà il resto della sua vita. Il 27 aprile morì poi di cancro a Bucarest in Romania, dove si recò per curarsi.
Come tutti i grandi personaggi della storia, anche la figura di Nkrumah è stata oggetto di dibattito, ma per molti rimarrà un visionario, uno dei primi ad aver visto la forza che poteva rappresentare un’Africa unita, che sarebbe potuta finalmente diventare una potenza economica indipendente ed autonoma, e non più un semplice fornitrice di materie prime per il ricco Occidente.
In un suo discorso del 1961 ci viene svelata la logica della sua visione sullo stato dell’Africa, ossia, il ‘’panafricanismo’’: “Divisi, siamo deboli. Unita, l’Africa potrebbe diventare, e per sempre, una delle più grandi forze di questo mondo. Sono profondamente e sinceramente convinto che con la nostra saggezza ancestrale e la nostra dignità, il nostro innato rispetto per la vita umana, l’intensa umanità che è la nostra eredità, la razza africana, unita sotto un governo federale, emergerà non come l’ennesimo blocco pronto a mostrare la sua ricchezza e la sua forza, ma come una Grande Forza la cui grandezza è indistruttibile perché costruita non sul terrore, sull’invidia e sul sospetto, né conquistata a spese degli altri, ma basata sulla speranza, sulla fiducia, sull’amicizia, e diretta al bene di tutta l’umanità“.
We are africans not because we are born in Africa, but because Africa is born in us.
(Siamo africani non perché siamo nati in Africa, ma perché l’Africa è nata in noi).