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Categoria: Cultura IT

  • Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    di Martina Cuomo

    Nel calendario islamico, che funziona basandosi sul moto della luna, Ramadan “رمضان‎” è il nono mese, ed è il mese in cui i musulmani osservano il digiuno “ﺻﻮﻡ”, come prescritto dal Corano e da uno dei cinque pilastri dell’Islam:

    • Attestazione di fede   الشهادة
    • Preghiera     الصلاة
    • Elemosina   الزكاة
    • Digiuno      الصوم
    • Pellegrinaggio (alla Mecca) الحج

    “O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Forse diverrete timorati; Digiunerete per un determinato numero di giorni. Chi però è malato o è in viaggio, digiuni in seguito altrettanti giorni . Ma per coloro che a stento potrebbero sopportarlo, c’è un’espiazione: il nutrimento di un povero. E se qualcuno dà di più, è un bene per lui. Ma è meglio per voi digiunare, se lo sapeste! È nel mese di Ramadàn che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione.” (Corano, sura al Baqara)

    Secondo la tradizione islamica, in questo mese, Muhammad ricevette la rivelazione del Corano, motivo per cui questo mese è rivestito di sacrale importanza per l’intera comunità islamica. La cadenza annuale del Ramadan dipende dalle fasi lunari, dunque ogni anno ha inizio in una data diversa; quest’anno il Ramadan inizierà sabato 2 aprile e terminerà lunedì 2 maggio. Il digiuno è una prescrizione di fede obbligatoria per tutti i musulmani eccetto per le persone malate per le quali il digiuno peggiorerebbe le condizioni di salute, per le donne in gravidanza o in allattamento, i bambini prima della pubertà, e per gli anziani. Ai viaggiatori e alle donne durante il mestruo è concessa un’interruzione temporanea che può essere poi recuperata al termine del Ramadan.                                                                                                               Il digiuno va osservato dall’alba “سحور” al tramonto “إفطار “ (scanditi da orari ben precisi) e consiste nella completa astensione da fumo, bevande (sì, anche l’acqua!) e cibo di qualsiasi tipo, da comportamenti e pensieri peccaminosi, da bestemmie, menzogne, calunnie, rapporti sessuali e azioni violente (ad eccetto di quelle compiute per difesa). 

    A un dato momento del tramonto, c’è l’Iftar, il momento in cui viene interrotto il digiuno per poter bere e mangiare fino al momento del Suhur, ovvero il momento dell’alba del successivo giorno di digiuno, quindi, ricapitolando:                        dall’alba al tramonto si digiuna, e dal tramonto all’alba si mangia e si beve.             La tradizione vuole che il digiuno sia spezzato iniziando con un numero dispari di datteri, a ricordo di come si dice facesse il profeta Muhammad, e un bicchiere d’acqua. Ogni paese, poi, in base alle proprie tradizioni culinarie, prepara le sue pietanze più prelibate in occasione di questo mese speciale. Molti paesi arabi, iniziano a prepararsi per il Ramadan già diverse settimane prima, in Marocco, in Tunisia e in Algeria, ad esempio, si iniziano a preparare dolciumi e deliziosi biscotti che richiedono molto tempo di preparazione. Vi consiglio di provare “Shebbakiya” tipici dolci marocchini simili alle Cartellate calabresi, una vera delizia!

    Dunque, leccornie a parte, come abbiamo visto, il Ramadan investe sia la sfera psicologica e mentale che quella fisica, toccando anche bisogni primari dell’uomo come la fame e la sete, immergendolo in un’esperienza d’incontro con sé stesso, la comunità, e secondo la credenza, Dio.

    E’ interessante osservare come il Ramadan tocchi in qualche modo tutti e quattro gli altri pilastri dell’Islam ravvivandone il senso. Digiunare, infatti, secondo l’Islam, stimola il fedele a riflettere sulle cose importanti della vita, ad esempio sulla condizione dei poveri che non possono bere e mangiare come invece parte di loro fa nella normalità e questo ricorderebbe l’importanza dell’elemosina. Ancora, durante il Ramadan, il fedele è attivamente impegnato nella preghiera, oltre alle cinque preghiere consuetudinarie, infatti, è consigliata la lettura integrale del Corano entro i trenta giorni di Ramadan, ed esiste una forma “straordinaria” di preghiera che si chiama Tarawih “تراويح” e si recita da un’ora e mezza dopo il tramonto a poco prima dell’alba. La vicinanza alla preghiera accresce nel fedele il desiderio della visita alla Mecca, luogo di Pellegrinaggio e ultimo pilastro dell’Islam che dev’essere realizzato almeno una volta nella vita laddove le condizioni economiche e di salute lo permettano. Ma soprattutto, il Ramadan, dirige la riflessione sulla propria condotta di vita, e dà al credente possibilità di redenzione, il che lo metterebbe in cammino verso il riequilibro del suo rapporto con Dio e con ciò in cui crede come dettato dalla sua attestazione di fede “شهادة” : “Non vi è divinità al di fuori di Dio (Allah) e Muhammad è il suo profeta”. 

    A proposito di redenzione, esiste, secondo la tradizione islamica, una notte speciale, detta “لَيْلَةُ الْقَدْرِ‎” ossia “la notte del destino”, che cade in uno tra gli ultimi dieci giorni del mese di Ramadan (quest’anno dovrebbe cadere venerdì 29 aprile), notte in cui il Corano sarebbe stato rivelato a Muhammad attraverso l’arcangelo Gabriele e in cui, secondo i detti del profeta Muhammad:

     “Chiunque preghi Laylatul Qadr con fede e sincerità, gli saranno perdonati tutti i suoi peccati” (Bukhari e Muslim)

    La notte del destino è migliore di mille mesi” (Corano, surat al Qadr)

    Il Ramadan lascerebbe i fedeli di fronte a quelle poche ed essenziali cose della vita: la preghiera, la buona condotta, la condivisione dei propri beni, lo stare in famiglia.. e tutto ciò immette quasi di forza il fedele in un esercizio di concentrazione su sé stesso, come in una forma di autodisciplina in cui è chiamato a ricomporsi e ricompattarsi per riuscirne purificato. L’aspetto della purificazione è fondamentale, il digiuno del Ramadan funge come una sorta di ricarica necessaria del fedele, come un appuntamento puntuale di riassesto della fede dalla fugacità della vita

    Al termine dei trenta giorni di Ramadan c’è “عيد الفطر” “Eid al fitr”, la festa che segnerebbe la fine del Ramadan e l’inizio del nuovo mese lunare, Shawwal.

    L’associazione ASDA augura a tutti i musulmani un buon Ramadan!

  • Zulu: la nascita di un impero

    Zulu: la nascita di un impero

    Zulu: la nascita di un impero

    di Vincenzo Rummo

    Shaka Zulu, fondatore dell'impero e primo reConosciuto in Italia principalmente come insulto, il termine Zulu fa riferimento a una popolazione del sud dell’Africa appartenente al gruppo etnico degli Ngoni.

    In origine, era il nome di un piccolo clan nella zona dell’attuale KwaZulu-Natal, area popolata da piccoli insediamenti di lingua Bantu; solo successivamente grazie alle campagne militari di Shaka tutti i clan vennero uniti nel grande regno Zulu.

    Poco si sa con certezza della sua nascita, ma Shaka KaSezangakhona era figlio illegittimo – in quanto nato fuori dal matrimonio – del capo clan Zulu, Sezangakhona, il quale esiliò lui e sua madre, Nandi. 

    Lui e la madre vennero esiliati dal villaggio e dovettero per molto tempo tra i clan vicini andando a stabilirsi con la popolazione Mtetwa, accolti dal capo villaggio Dingiswayo. Qui Shaka si unì al corpo militare dimostrando grandi capacità di combattimento, diventando uno dei perni principali nelle campagne belliche del nuovo clan.

    Alla morte di Sezangakhona, a succedergli come capo Zulu fu il figlio Siguyana, anche fratellastro di Shaka. Shaka approfittò di questa situazione e con l’aiuto delle forze militari Mtetwa riuscì a conquistare il potere, diventando il sovrano del clan.

    Come re introdusse numerose innovazioni in ambito militare, cambiando l’arma delle proprie milizie con una lancia corta da usare similmente a una spada. Riuscì anche a creare una nuova tattica di combattimento, la formazione a bufalo: uno schieramento affrontava direttamente il nemico, mentre due gruppi (le corna) lo circondavano, a seguirli erano le riserve. Grazie alle migliorie tattiche, Shaka riuscì a conquistare i territori dei clan adiacenti e ad espandere il suo regno nel sud-est dell’Africa. Sarà ricordato anche come un re spietato, avendo fatto uccidere settemila sudditi alla morte della madre; ciò creò un malcontento non solo tra la popolazione ma anche nella corte stessa, per questo venne organizzata una cospirazione che portò alla sua uccisione nel 1828.

    Il regno andò in declino dopo le guerre anglo-zulu (1879) in cui venne arrestato il re Cetshwayo e venne diviso il territorio in 13 sottoregni gestiti da vari “principi”. Solo successivamente il re ritornò in patria, ma governò su un territorio molto più piccolo rispetto allo splendore del passato. Il figlio di Cetshwayo, Dinuzulu, alla morte del padre si trovò obbligato ad affrontare uno dei tredici principi che erano stati messi a capo della zona. Qui venne aiutato dai mercenari boeri (i discendenti olandesi in Sud Africa nemici degli inglesi) con la promessa di concedergli territori nel regno Zulu. Per questo motivo gli inglesi intervennero e annessero il territorio del regno alle colonie sudafricane e arrestarono il giovane re con l’accusa di aver cospirato coi boeri contro la potenza coloniale inglese. 

    Durante il periodo dell’apartheid, la popolazione perse la cittadinanza sudafricana e venne creata KwaZulu per ospitare gli Zulu che oramai non erano voluti nel territorio della repubblica. Venne sviluppato il movimento di liberazione Inkatha che a differenza degli altri movimenti neri dell’epoca, non voleva l’unificazione del Sud Africa con l’integrazione dei nativi, ma l’indipendenza del regno Zulu.

    Ad oggi, con la fine dell’apartheid, una parte degli Zulu vive nelle aree rurali dello KwaZulu-Natal in mancanza di acqua e di elettricità, con una economia di sussistenza. Per quanto non abbia un potere effettivo, l’aristocrazia gioca ancora un ruolo importante sui “sudditi” in  questa zona. Un’altra parte della popolazione si è trasferita in aree urbane, sia nelle township povere sia nelle grandi città, nelle quali hanno iniziato a giocare un ruolo importante nell’economia sudafricana.

  • Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    Donne d’Africa: Josina Ziyaya Machel

    di Eleonora Salvatore

    Mozambicana, nata a Maputo, classe 1976, Josina Ziyaya Machel è la figlia di Samora Machel, uno dei leader più noti del FRELIMO e Presidente della Repubblica popolare di Mozambico dopo l’indipendenza dal Portogallo, e di Graça Machel, Ministro della Cultura e dell’Istruzione nel primo governo libero del Mozambico, attivista per i diritti dei minori nonché autrice, in ambito ONU, di un poderoso report sull’impatto dei conflitti sulla vita dei bambini presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1996. 

    Josina Machel è stata inserita nel 2020 nella lista della BBC delle cento donne dell’anno che hanno guidato il cambiamento per il suo indefettibile impegno nella lotta contro le violenze di genere, una lista che per la componente “africana” si è arricchita, tra i vari, dei nomi di Ilwad Elman, pacifista e co-fondatrice del primo centro in Somalia per la tutela delle sopravvissute agli abusi sessuali, di Houda Abouz, rapper e femminista marocchina, di Phyllis Omido, attivista ambientale e direttrice del Center for Justice, Governance and Environmental Action che si batte per il riconoscimento dei diritti ambientali e socio-economici delle comunità marginalizzate danneggiate dalle attività delle industrie estrattive in Kenya. 

    La scelta di Josina Machel di aderire alla “causa femminista” l’ha accompagnata sin dagli studi universitari in Sociologia e Scienza Politica, prima all’Università di Cape Town (Sudafrica) e poi alla London School of Economics dove si laurea con una tesi dal titolo “AIDS: Disease of Poverty and Patriarchy”, un lavoro a metà strada tra racconto etnografico ed analisi statistica basato su interviste realizzate con la partecipazione di quasi duecento studentesse che frequentavano due scuole superiori nella capitale mozambicana, la cui domanda di ricerca verteva sulla possibilità di capire le ragioni per cui giovani ragazze, di diversa estrazione sociale, adottassero comportamenti sessuali rischiosi, e di comprendere se la diffusione dell’HIV fosse imputabile a fattori socio-economici o alla cultura patriarcale, o ad una potente e distruttiva miscela di entrambi. Dopo gli studi ha prestato attività di consulenza presso l’IDASA, l’Institute for Democratic Alternatives in South Africa di Città del Capo svolgendo analisi e ricerche su due temi specifici: la robustezza dei programmi governativi per il contenimento della diffusione dell’HIV, e gli avanzamenti legislativi in materia di governance delle pari opportunità. Nel 2007 ha messo su la Pfukani Ltd, un’azienda di consulenza orientata al management delle politiche di cura e controllo delle infezioni da HIV in Mozambico. Attualmente è membro del Civil Society National Reference Group per il Mozambico nell’ambito della la Spotlight Initiative, la partnership strategica tra Unione Europea e Nazioni Unite per l’eliminazione di ogni forma di violenza contro donne e bambine, che si pone come obiettivo la formulazione e l’implementazione di leggi e politiche, tramite il coinvolgimento dei governi nazionali, che prevengano discriminazioni e l’impunità per i crimini di genere, attiva in otto paesi africani

    Vittima nel 2015 di un violento pestaggio commesso dal compagno Rofino Licuco, imprenditore mozambicano, a causa del quale perde un occhio, ha fondato il Kuhluka Movement, un’organizzazione no-profit che ha come scopo statutario quello di combattere per i diritti delle donne abusate fornendo supporto legale e materiale nella fase di transizione da una vita costellata di violenze domestiche da parte di partner tossici ed abusanti ad una finalmente di rinascita. La parola kuhluka significa, infatti, rinascita nella lingua chopi del popolo Tsonga, originario del Mozambico meridionale, ed indica il processo di rigenerazione incessante di una pianta che, malgrado abbia perso tutta la sua linfa vitale, riesce a radicarsi in un terreno più fertile germogliando nuovamente. Questa parola, così carica di significato, vuole essere una sorta di invocazione al potere delle donne che in ogni parte del mondo ri-fioriscono lasciandosi alle spalle la violenza maschile. Nel 2020, nel corso di una “TED TALK”, ha  provato a raccontare cosa ha significato quell’orrenda violenza per lei, figlia di due Presidenti – Graça Machel ha sposato Nelson Mandela in seconde nozze, e di una madre internazionalmente riconosciuta come battagliera paladina dei diritti delle donne. Nel corso di quella lunga confessione ha dichiarato che i corsi universitari in studi di genere, il carisma familiare e la storia delle vittorie nelle lotte di liberazione nazionale e contro l’apartheid non l’hanno protetta dalla violenza quasi a voler ammettere che non esitono santuari inviolabili, posti affrancati nell’eternità dalla violenza degli uomini contro le donne. Lungi dall’essere conclusa, sulla vicenda giudiziaria di Josina Machel, coi processi che sono seguiti perché il responsabile del pestaggio venga riconosciuto e condannato da un tribunale, nel 2020 si è espresso anche Deprose Muchena, il Direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale, secondo il quale quei processi, a distanza di cinque anni dal pestaggio subito, non sono altro che un “travestimento della giustizia” che scoraggia le donne vittime di violenza a denunciare partner abusanti. Nell’estate del 2021 ha portato all’attenzione internazionale le inchieste del Tseka, rete di attivisti mozambicani, e del CIP-Mozambique (Centro de Integridade Pública) sugli stupri  e sulle pratiche di prostituzione forzata perpetrate dalle guardie carcerarie contro le donne detenute nelle prigioni del paese. 

    Josina Ziyaya Machel, nella sua attività di public speaker, ripete spesso di avvertire la mancanza del suo occhio ma è proprio quell’occhio ad essere stato gettato sull’orizzonte di una nuova frontiera, quella della libertà per tutte le donne.

  • Donne d’Africa: Yaba Badoe

    Donne d’Africa: Yaba Badoe

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    Donne d’Africa: Yaba Badoe

    di Eleonora Salvatore

    Britannico-ghanese, classe 1955, Yaba Badoe è documentarista, regista, scrittrice nonché autrice del romanzo A Jigsaw of Fire and Stars, incentrato sulla storia di Sante, una bambina scampata al naufragio di una nave che trasportava migranti e rifugiati, e pubblicato in italiano nel 2018 dalla case editrice Piemme col titolo Il sentiero delle stelle infinite. Ha scritto racconti brevi per la rivista accademica Critical Quarterly e il suo The Rival, storia del tentativo di salvare un matrimonio contratto con un uomo conteso tra due donne, è apparso nella raccolta African Love Stories. An Anthology curata da Ama Ata Aidoo, scrittrice ghanese vincitrice nel 1992 del Commonwealth Writers’ Prize, per la sezione “Africa”, col romanzo Changes: A Love Story la cui edizione italiana dovrebbe vedere la luce nel marzo 2022 per i tipi di Mondadori. 

    Prima di A Jigsaw of Fire and Stars, romanzo candidato al Branford Boase Award nel 2018 e alla CILIP Carnegie Medal nel 2019, Yaba Badoe ha esordito nel 2009 col romanzo True Murder, storia di un’amicizia tra due bambine che fanno i conti con le separazioni dei rispettivi genitori e la scoperta di un mucchietto d’ossa. La carriera di scrittrice è proseguita poi con The Secret of the Purple Lake, una raccolta di fiabe popolate da elefanti magici, principesse coraggiose e sirene che nuotano al largo delle coste scozzesi, e con Wolf Light, storia di Zula, Adoma e Linet, tre bambine nate in posti diversi, rispettivamente  in Mongolia, Ghana e Cornovaglia, lo stesso giorno e accomunate dalla missione di salvare l’ambiente con i loro superpoteri. L’ultima fatica letteraria in ordine di tempo è il romanzo Lionheart Girl, la cui protagonista, Sheba, nata in una famiglia di streghe dell’Africa occidentale, abbandona il villaggio natale per mettersi alla ricerca del padre con l’aiuto dell’amico Maybe. 

    Yaba Badoe è originaria di Tamale, nel Ghana centro-settentrionale, un tempo importante crocevia delle rotte commerciali trans-sahariane in quanto città più grande collocata lungo la direttrice tra Kumasi, capitale del Regno Ashanti, e Timbuktu, capitale dell’Impero Songhai. L’oro di Timbuktu, il sale di Daboya, lo yam di Yendi, le merci scambiate tra Damongo, nel Regno di Gonja, e le città dei Regni Hausa, le donne e gli uomini venduti come schiavi nel mercato di Salaga transitavano per Tamale, oggi città dalla forte identità musulmana che non rinuncia al fiorente mercato della medicina tradizionale ove si barattano teste di coccodrillo e bucero, zanne di facocero e conchiglie giganti, ove si raccontano storie antiche dal sapore magico che hanno ispirato la Badoe per i suoi romanzi. 

    Arrivata in Gran Bretagna da bambina, si laurea in Antropologia sociale al King’s College di Cambridge e consegue un master in Studi sullo sviluppo presso l’Università di Sussex con una tesi sulla questione della subalternità delle donne nei processi di modernizzazione. Ha lavorato al Ministero degli Affari Esteri del Ghana prima di approdare alla BBC come giornalista. Nel paese natale è stata anche Visiting Scholar all’Istituto di Studi africani dell’Università del Ghana a Legon, sobborgo di Accra. Per l’Università di Cambridge ha svolto una ricerca di gruppo sulle donne capofamiglia nei contesti urbani e rurali in Giamaica.

    La sua carriera di documentarista comincia nel 1983 con la realizzazione di Lost Harvest, un’indagine filmica sugli abusi sui diritti di proprietà dei campi di riso perpetrati ai danni di donne contadine dai loro colleghi uomini in Gambia. Nel 1987 è alle prese con The Crowning Glory, video-inchiesta sulle mode dell’epoca nel fashion system dei capelli afro. Nello stesso anno, con le telecamere nascoste, a Bristol gira Black and White, filmato itinerante su razza e razzismo. Quattro anni più tardi lavora per le Fulcrum Productions a I Want Your Sex, un documentario che esamina le rappresentazioni della “sessualità nera” nell’arte e nella fotografia occidentali veicolati dai miti razzisti radicati nella storia della colonizzazione e dell’imperialismo dello sguardo bianco. Vi prendono parte, tra gli altri, Stuart Hall, teorico degli studi culturali, e Spike Lee, reduce dai successi e dalle critiche ai film Fa’ la cosa giusta, Mo’ Better Blues e Jungle Fever mentre sullo schermo scorrono le foto che ritraggono Saartjie Baartman, Josephine Baker e i nudi di Robert Mapplethorpe. Nel 1996 cura Supercrips and Rejects in cui segue Nabil Shaban, attore di origini giordane, nei suoi commenti critici sulla rappresentazione della disabilità nei film di Hollywood. 

    Bisogna aspettare gli Anni Duemila perché l’impegno femminista della Badoe giunga a maturazione. Risalgono, infatti, al 2010 due dei suoi lavori più noti: Honorable Women, una serie di documentari sulle assemblee di sole donne in tre distinti distretti del Ghana e sulle loro strategie di partecipazione alla vita politica, e The Witches of Gambaga col quale è stata premiata al Black International Film Festival del Regno Unito nel 2010 per il miglior documentario, e si è aggiudicata il secondo posto nella medesima categoria al Festival FESPACO di Ouagadougou (Burkina Faso) nel 2011. Per la realizzazione di The Witches of Gambaga Yaba Badoe ha intervistato, sotto l’occhio vigile del Gambarrana, il custode del campo, donne accusate dai familiari di praticare sortilegi e che l’interpretazione degli spasmi di uccelli morenti ha certificato come streghe. Nel corso di varie interviste Yaba Badoe ha affermato che le credenze sulla stregoneria permeano la cultura popolare ghanese, credenze che poggiano, tuttavia, su relazioni di genere asimmetriche. 

    Sia gli scritti che i documentari della Badoe testimoniano il suo impegno ad utilizzare parole ed immagini per disarticolare i sistemi di pensiero che demonizzano le donne

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  • Denis Mukwege

    Denis Mukwege

    Denis Mukwege

    di Eleonora Salvatore

    Denis Mukwege, nato il primo marzo 1955 a Bukavu, città del Kivu meridionale sulla sponda occidentale dell’omonimo lago nella Repubblica Democratica del Congo, è medico ed attivista, Premio Nobel per la Pace nel 2018 insieme alla yazida irachena Nadia Murad. Dopo gli studi in medicina in Burundi e la specializzazione in ginecologia e ostetricia in Francia, tornato in patria nel 1996, lavora in un ospedale di Lemera, distrutto durante la guerra civile che di lì a poco scoppia nel paese. Nel 1999 è di nuovo nella città natale dove fonda e dirige l’ospedale di Panzi: è in prima linea nell’accoglienza e nella cura di bambine e donne stuprate e mutilate, provenienti dai focolai di guerra della RDC e delle regioni limitrofe. Sostiene appelli alle Nazioni Unite perché si possano coordinare iniziative a tutela della pace e della salute delle donne, perché siano ferme le condanne della comunità internazionale sullo stupro come arma di guerra, perché si attivi un processo di “giustizia transitiva” nelle comunità colpite e/o invischiate nelle spirali pericolose dei conflitti. Per lo strenuo impegno nella difesa della pace e dei diritti di donne e bambine, Denis Mukwege è stato insignito nel 2008 dello UN Human Rights Prize e dell’Olof Palme Prize, nel 2014 ha ricevuto il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, conferito dal Parlamento Europeo. Nel discorso di accettazione del Nobel per la pace, che ha dedicato a tutte le vittime di violenze sessuali nel mondo, descrivendo il clima di impunità in cui operava una milizia al soldo di un deputato del Parlamento locale a Kavumu, milizia responsabile di efferati stupri compiuti tra il 2013 e il 2015, ha ricordato che l’assenza dello “stato di diritto”, lo sfaldamento dei valori tradizionali di comunità, la creazione di un caos organizzato e perverso, la corruzione e la corruttibilità delle élite al potere in Congo hanno permesso la barbarie in un paese che ha “disperatamente bisogno di pace”. Allo stesso tempo ha rivolto all’opinione pubblica internazionale tre domande:

    1. Come costruire la pace sulle fosse comuni?
    2. Come costruire la pace senza verità né riconciliazione?
    3. Come costruire la pace senza giustizia né riparazioni?

    Dopo aver insistito sul tema della pace, ha sottolineato con forza l’urgenza di mettere fine alle violenze contro le donne e creare una mascolinità positiva che promuova la parità di genere sia in tempi di pace che in tempi di guerra. Una lezione preziosa anche per l’oggi.

  • La scrittura femminile in Senegal: Mariama Bâ

    La scrittura femminile in Senegal: Mariama Bâ

    La scrittura femminile in Senegal: Mariama Bâ

    di Mamadou Diallo

    Mariama Bâ nacque a Dakar, in Senegal, nel 1929 in una famiglia agiata; al tempo, suo padre era un funzionario pubblico. Dopo la morte prematura della madre, fu cresciuta dai nonni, in un ambiente musulmano tradizionale. Suo padre, Amadou Bâ, divenne Ministro della Salute nel 1957, durante il Primo Governo Senegalese.
    Frequentò una scuola francese, dove si fece notare per i suoi eccellenti risultati e, dopo aver conseguito il diploma di scuola elementare all’età di 14 anni, nel 1943 entrò alla Scuola Normale di Rufisque, ottenendo il diploma per l’insegnamento nel 1947. 

    Insegnò per dodici anni, per poi essere costretta a chiedere un trasferimento all’Ispettorato Regionale dell’Insegnamento per motivi di salute. Dal suo primo matrimonio, con Bassirou Ndiaye, ebbe tre figlie, e dal secondo, con Ablaye Ndiaye, una figlia, Seynabou M.Ndiaye. Ottenne poi il divorzio dal suo terzo marito, il deputato e ministro Obèye Diop, con il quale aveva avuto altri cinque figli. In seguito a queste sue esperienze personali, Mariama Bâ si impegnò per numerose associazioni femminili, promuovendo l’educazione e i diritti delle donne. A tal fine, pronunciò numerosi discorsi e pubblicò diversi articoli sul tema.
    Fin dai suoi primi saggi, furono evidenti i segni di un approccio fortemente critico e di un desiderio di denuncia verso una società chiusa.

     

    Nel 1979 pubblicò alle Nuove Edizioni Africane il suo primo romanzo, “Una Lettera Così Lunga”, in cui la narratrice, Ramatoulaye, utilizza lo stile epistolare per fare il punto sulla sua vita passata dopo la morte del marito. Questo libro ben rappresentò la nascente ambizione femminista africana di fronte alle tradizioni sociali e religiose. 

    Fin dalla sua uscita, il romanzo conobbe un grande successo, sia da parte della critica che da parte del pubblico; ottenne, infatti, il Premio Noma per la Pubblicazione in Africa alla Fiera del Libro di Francoforte, nel 1980. La sua opera promuoveva i diritti delle donne, specialmente di quelle sposate, e nei suoi articoli l’autrice raccontava l’esperienza femminile, in particolare quella di donne la cui vita era svantaggiata. 

    Si trattò di un atto molto coraggioso per una donna, se si pensa che avvenne in un paese musulmano e a metà del secolo scorso. Si batté con forza, poi, affinché gli scrittori africani prendessero piena coscienza del proprio ruolo sociale, suggerendo l’esistenza di una vera e propria “missione sacra dello scrittore”, considerazione che ci ricorda facilmente lo scrittore kenyota Ngugi wa Thiong’o che, negli stessi anni, esprimeva una posizione simile. 

    Il processo di decolonizzazione, iniziato in Africa negli anni ’50 e realizzato nella decade successiva, deve molto a Mariama Bâ, il cui pensiero si collocava in bilico tra il movimento della Négritude di Léopold Sédar Senghor, Primo Presidente oltre che intellettuale e poeta senegalese, e i nuovi fermenti identitari post coloniali.

    Il romanzo, tradotto in sedici lingue, racconta in termini appassionati i destini incrociati di due donne, due amiche d’infanzia che si trovano di fronte alla realtà della poligamia, attraverso una lunga lettera scritta d’impulso da Ramatoulaye all’amica Aissatou.
    Sebbene le due protagoniste sembrino accettare alcuni aspetti della tradizione musulmana, dietro il racconto la posizione di Mariama Bâ appare chiara, mostrando che l’emancipazione della donna africana è qualcosa che “va inserita nel suo momento storico: ancora deviata dai binari del colonialismo, ma sicuramente una voce critica e coraggiosa”. Importante è sottolineare i rapporti conflittuali che caratterizzarono i suoi romanzi ma anche la sua stessa vita: uomo e donna, gioventù e anzianità, libertà e costrizione, tradizione e modernità.

    Morì il 17 agosto di cancro, prima della pubblicazione del suo secondo romanzo, “Un Chant Scarlatte”, che raccontava il fallimento di un matrimonio misto tra un uomo senegalese e una donna francese.

     

    Le sue opere riflettono principalmente le condizioni sociali della sua cerchia più vicina e dell’Africa in generale, e i problemi che ne derivano: poligamia, caste e sfruttamento delle donne nel primo romanzo; opposizione della famiglia e incapacità di adattarsi al nuovo ambiente culturale di fronte a matrimoni interrazziali per il secondo. I suoi due libri sono opere quasi d’avanguardia, di grande coraggio e sensibilità. 

    Il Senegal ha ricordato questa scrittrice istituendo La Casa di Educazione di Mariama Bâ presso il Liceo di Gorée, e tutte le donne senegalesi la considerano una figura importantissima e un modello da far conoscere anche all’estero.

  • Donne d’Africa: Hajer Sharief

    Donne d’Africa: Hajer Sharief

    Donne d’Africa: Hajer Sharief

    di Eleonora Salvatore

    Libica, classe 1994, Hajer Sharief ha compiuto studi in medicina all’Università di Tripoli e successivamente ha conseguito presso il medesimo Ateneo la laurea in legge. Il suo impegno politico si è intersecato con la storia recente della Libia, dalle proteste di Bengasi nel febbraio 2011 contro il regime di Muammar Gheddafi dopo l’arresto di Fathi Terbil, avvocato e attivista per i diritti umani, all’intervento militare straniero sotto il comando NATO fino all’uccisione di Gheddafi il 20 ottobre 2011 nella città natale di Sirte ad opera delle forze ribelli, e alla prosecuzione della guerra civile nel Paese. Nel settembre 2011 è tra le co-fondatrici di Together We Build It, organizzazione intergenerazionale del terzo settore impegnata nella promozione della pace e della sicurezza in Libia da una prospettiva di genere che va nella direzione di consentire alle donne di svolgere un ruolo attivo e influente nel processo di pace, formale e informale, ancora in corso nel Paese nordafricano. Per Together We Build It tra il 2013 e il 2015 ha curato il Libyan Women Database, il primo network professionale pensato per mettere insieme le competenze delle donne libiche dentro e fuori i confini nazionali nella delicata fase di ricostruzione dopo due anni di guerra civile, e le cui istanze sono state raccolte e presentate agli organismi competenti a livello nazionale e internazionale. Negli stessi anni è stata anche project manager per l’iniziativa portata avanti da TWBI, nota come Network 1325 e nata per dare impulso, nel contesto libico, alla Risoluzione 1325 del 31 ottobre 2000 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tale Risoluzione ha segnato un passaggio importante nella progressiva istituzionalizzazione della cosiddetta Women, Peace and Security Agenda perché per la prima volta il massimo organismo della governance globale 

    • ha posto il tema “donne e sicurezza” pungolando gli Stati membri, almeno sulla carta, ad assicurare un’adeguata rappresentatività delle donne a ogni livello decisionale nelle istituzioni nazionali, regionali e internazionali coinvolte nei processi di prevenzione, gestione e soluzione dei conflitti;
    • ha impegnato il Segretario Generale delle Nazioni Unite a nominare un numero crescente di donne come rappresentanti ed inviate speciali, e ad ampliare il ruolo delle donne nelle attività sul campo a guida ONU specie tra gli osservatori militari e gli operatori umanitari.

    In Libia l’iniziativa Network 1325 ha mirato all’implementazione della Risoluzione del CdS attraverso campagne di informazione realizzate da TWBI, corsi di formazione per le organizzazione pacifiste della società civile attive nelle città di Tripoli, Bengasi, Al Bayda, Yefren e Sabha. 

    Forte del ruolo di leadership maturato all’interno di TWBI in una fase estremamente concitata della storia politica libica, Hajer Sharief è stata tra il 2014 e il 2017 membro dello Youth Advocacy Team delle Nazioni Unite per la realizzazione degli obiettivi enunciati nella Risoluzione 2250 del Consiglio di Sicurezza del 9 dicembre 2015 su “Giovani, pace e sicurezza”. Ha presenziato ai fora mondiali sul consolidamento del ruolo delle nuove generazioni anche nell’azione di de-radicalizzazione di alcuni segmenti della società civile. Tra il 2016 e il 2018 ha fatto parte del team di esperti delle Nazioni Unite che ha curato un corposo report sull’impatto del coinvolgimento attivo dei giovani nei processi di costruzione e mantenimento della pace. 

    Attualmente Hajer Sharief è membro di Extremely Together iniziativa della Kofi Annan Foundation lanciata nel 2016 e che ha chiamato a raccolta dieci giovani leader, tra cui il nigeriano Jonah Obajeun, l’ugandese Ndugwa Hassan e la somala Ilwad Elman, che nei paesi d’origine e in campo internazionale si sono distinti come “peace-builders” impegnandosi nella lotta contro l’estremismo politico e religioso. Dal 2017, per quanto riguarda la compagine “africana”, insieme alla senegalese Bineta Diop, alla namibiana  Netumbo Nandi-Ndaitwah e alla sudafricana Yasmin Sooka, è tra le 12 “Campionesse” scelte dallo United Nations Women, l’ente delle Nazioni Unite che si occupa di parità di genere e dell’empowerment femminile, i cui uffici si trovano solo in venti dei cinquantaquattro Paesi africani, guidato fino al 2021 dalla sudafricana Phumzile Mlambo-Ngcuka cui è subentrata la giordana Sima Sami Bahous. La missione delle “Campionesse” è quella di sostenere l’operato dell’Ente e il ruolo delle donne come costruttrici di pace e attiviste per i diritti umani specie nei contesti geografici segnati dalla recrudescenza dei conflitti in cui gli stupri e le violenze di genere diventano armi da guerra. A dieci anni dall’intervento della NATO – cui sono seguiti una guerra civile senza esclusioni di colpi, un avanzamento sulla scena politica delle frange più estremiste, un arretramento delle posizioni dei Paesi occidentali vista “l’intrattabilità” del conflitto, da cui hanno tratto vantaggio altre Potenze regionali e non, la Libia, per il Fragile State Index, è il Paese che nel decennio 2011-2021 ha fatto registrare la performance peggiore perché, rispetto ad altri Stati, più pesanti sono state le conseguenze della guerra sull’economia, sul mantenimento dello Stato di diritto, sulla tenuta delle strutture statali, sulla capacità delle elite di ricomporre le fratture interne. In uno scenario simile il lavoro della giovane, combattiva e preparata Hajer Sharief, oltre a squarciare il velo della brutalità della guerra, si rivela prezioso perché pone come fulcro di ogni iniziativa l’attenzione per le giovani e le donne rompendo con quella narrazione che le vede solo come vittime e mai come agenti del cambiamento, di un’azione trasformativa, in senso positivo, della società.

  • Rayan: un angelo verso il paradiso

    Rayan: un angelo verso il paradiso

    Rayan: un angelo verso il paradiso

    di Martina Cuomo

    Martedí 1 febbraio Rayan stava giocando fuori casa sua in presenza di suo padre, nel villaggio di Tamrout, a un centinaio di chilometri da Chefchauen, nel nord del Marocco, quando improvvisamente cade in un pozzo di molti metri di proprietà di famiglia. Immediatamente arrivano i soccorsi, i vicini, tanti i volontari che si danno da fare per aiutare il piccolo. Un vicino di casa mingherlino tenta di calarsi con una corda, il pozzo però a un certo punto si restringe, lo spazio è pochissimo, e si riesce solo a far scendere un telefonino con la telecamera accesa. Rayan è vivo, si lamenta, cerca la sua mamma.

    Il giorno dopo si pensa di ingrandire la bocca del pozzo, ma l’operazione viene giudicata troppo rischiosa, cosí cinque escavatori iniziano a lavorare tutta la notte senza sosta per creare una voragine parallela al pozzo e tentare di raggiungerlo con un corridoio orizzontale; intanto con un tubo i soccorsi fanno arrivare a Rayan l’ossigeno, l’acqua e qualcosa da mangiare. A quaranta ore dalla caduta, i soccorsi aprono una voragine che raggiunge i ventidue metri, ma si procede a rilento per il rischio smottamenti. Dopo la terza notte di scavi, l’enorme cratere raggiunge i trenta metri, in parallelo con la posizione di Rayan, e iniziano i lavori per la costruzione del tunnel in una disperata corsa contro il tempo, scandita dalle difficoltà: le rocce ostacolano le trivelle, il terreno frana.

    Si decide di inserire dei tubi per consolidare la possibile via d’uscita. La squadra di soccorritori a questo punto inizia a lavorare con picconi per bucare l’ultimo masso, subendo anche una battuta d’arresto a causa di una roccia che impedisce di raggiungere il bimbo. I soccorritori entrano finalmente nel tunnel e alle 17.30 di sabato 5 febbraio, dopo cinque giorni dalla caduta di Rayan nel pozzo, il capo dei soccorsi, l’ingegnere Murad Al Jazouli annuncia: «Rayan è vivo, lo tireremo fuori oggi». Estratto dal pozzo, Rayan viene immediatamente soccorso, ad attenderlo c’era già l’elicottero pronto a portarlo in ospedale, ma i medici avevano da subito asserito che il piccolo Rayan purtroppo presentava diverse gravi fratture, i suoi battiti erano lenti, e il trasporto di Rayan in ospedale avrebbe potuto essere fatale. 

    Fuori dal pozzo, una grande folla di persone non ha mai lasciato il posto, in preghiera e in attesa dell’uscita in salvezza di Rayan.

    L’ambulanza parte, ma il piccolo Rayan non ce la fa. Una nota ufficiale dell’ufficio del protocollo del re del Marocco ha comunicato che Rayan era morto. Il re Mohammed VI ha telefonato di persona i genitori per porgere le proprie condoglianze. Tutto il mondo ci ha sperato, eravamo tutti in attesa della salvezza di Rayan, che è stato forte fino alla fine. La stampa e i telegiornali di tutto il mondo dedicano a Rayan una cronaca di primo rilievo, che lo ricorda come un caso simile a quello del piccolo Alfredino nel 1981.

    L’umanità tutta si stringe attorno alla sofferenza della madre (e della famiglia), piegata dal dolore dell’enorme perdita. Questo atroce avvenimento ci raduna come umanità attorno a un dolore che non conosce frontiere né linee di confine. Il volto sofferente di una madre e di un padre che hanno perso il loro bambino non ha bisogno di una lingua che traduca per noi il loro stato d’animo. C’è qualcosa di più profondo che ci lega come esseri umani, figli di uno stesso Dio, creature di uno stesso Creatore, abitanti di una stessa casa comune che è questo mondo. 

    È il corpo morente di un piccolo bambino a ricordarci ancora una volta che non esistono differenze di sostanza tra le persone.

  • Donne d’Africa: Winifred Byanyima

    Donne d’Africa: Winifred Byanyima

    Donne d’Africa: Winifred Byanyima

    di Eleonora Salvatore

    Ugandese, classe 1959, Winifred “Winnie” Karangwa Byanyima è dal novembre 2019 Direttrice Esecutiva dell’UNAIDS, il programma congiunto della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite sulla lotta all’HIV/AIDS che mette insieme ben undici agenzie specializzate delle Nazioni Unite, dall’Alto Commissariato per i Rifugiati al World Food Programme, dallo UN Population Fund all’Organizzazione Mondiale della Sanità, dall’UNICEF al Programma per lo Sviluppo.

    Nell’ottobre 2021 ha partecipato a Dakar (Senegal) al summit regionale di alto livello dell’UNAIDS sul coordinamento delle strategie per contenere nell’Africa centrale e occidentale l’avanzata dell’HIV/AIDS, definita dall’Executive Director “emergenza ininterrotta” da arrestare quale minaccia alla salute pubblica entro il 2030 in Africa e nel resto del mondo. In occasione del summit ha sottolineato l’importanza, per gli Stati africani, di tener fede all’impegno assunto al vertice di Abuja (Nigeria) dell’Unione Africana nell’aprile 2001 sul destinare il 15% dei bilanci pubblici alla sanità, e di continuare a dare impulso alla Regional Strategy for Hiv, Tuberculosis, Hepatitis B&C, and Sexual and Reproductive Health and Rights among Key Populations, elaborata dall’ECOWAS nel luglio 2020. 

    Sempre in ambito ONU la Byanyima ricopre anche il ruolo di Sottosegretario generale, nomina che non le consente, diversamente da quanto accade per altri sottosegretari, di sedere come membro dello United Nations Senior Management Group, gabinetto ristretto a soli quarantatré alti funzionari dell’Organizzazione, fortemente voluto dall’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite, il ghanese Kofi Annan, nel suo progetto di riforma dell’assetto ONU, nel quale siedono attualmente nove donne provenienti da altrettanti Stati africani tra cui l’anglo-nigeriana Amina J. Mohammed, Vice-Segretario Generale e Presidente dell’UN Sustainable Development Group e la capoverdiana Cristina Duarte, Special Adviser sull’Africa. Fa parte del board del Global Fund per la lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria. È membro onorario dell’Advisory board di Equality Now, organizzazione non governativa fondata a New York nel 1992 da tre avvocatesse femministe, tra cui la sudafricana Navanethem Pillay, per combattere contro le violenze di genere, gli abusi sessuali e lo sfruttamento della prostituzione.  

    Dopo la laurea in ingegneria aeronautica all’Università di Manchester Winnie Byanyima ha proseguito gli studi, sempre nel Regno Unito, alla Cranfield University conseguendo una laurea magistrale in ingegneria meccanica.  

    Prima di ricoprire ruoli importanti in campo internazionale (Direttrice del programma “Donne, genere e sviluppo” dell’Unione Africana ad Addis Abeba tra il 2004 e il 2006, Direttrice del Gender Team per lo United Nations Development Programme tra il 2006 e il 2013, Direttrice esecutiva di Oxfam International tra il 2013 e il 2019, membro dell’Advisory Council su genere e sviluppo della Banca Mondiale, e della Commissione Globale sul futuro del lavoro sponsorizzata dall’Organizzazione Internazionale per il Lavoro), Winifred Byanyima è stata una figura di spicco della storia e della politica ugandesi negli anni travagliati di Yoweri Museveni alla guida del Paese. Quando scoppiò la guerra civile in Uganda nel 1980 – guerra che vide l’Uganda National Liberation Army, che sosteneva il governo del Presidente Milton Obote, fronteggiarsi ai gruppi armati ribelli riuniti sotto la leadership del National Resistance Army di Museveni, Winnie Byanyima si schierò contro il Presidente in carica appoggiando il NRA. Al termine del conflitto, durato sei anni e conclusosi con la conquista del potere da parte di Museveni dopo l’occupazione di Kampala, capitale dell’Uganda dal 1962, la Byanyma divenne prima segretaria dell’Ambasciata ugandese a Parigi nel 1988 rassegnando le dimissioni nel 1993 per candidarsi alle elezioni per l’Assemblea costituente che si sarebbero svolte l’anno successivo e che l’avrebbero visto trionfare. Come membro dell’Assemblea costituente partecipò alla scrittura della Costituzione ugandese, la quarta in ordine cronologico nella storia legislativa del Paese, entrata in vigore l’8 ottobre 1995.  

    Eletta membro del Parlamento per due mandati, dal 1994 al 2004, nella circoscrizione di Mbarara, città collocata nella regione un tempo denominata Regno Ankole, Winnie Byanyima nella seconda metà degli anni Novanta si pose alla direzione del FOWODE (Forum for Women in Democracy), costola apartitica del Women’s Caucus dell’Assemblea Costituente, attivo sin dalla sua fondazione nella promozione della parità di genere e del ruolo delle donne ai vertici della politica. Contemporaneamente, a più riprese, sostenne, da deputata, campagne contro la corruzione dilagante nel Paese e organizzò un’opposizione interna al regime di cui non poteva più disconoscere la torsione autoritaria e antidemocratica. Ostile all’intervento militare di Kampala in Congo, denunciò casi di nepotismo e malversazioni nell’esercito ugandese

    Nel 2004 fu tra i fondatori del Forum for Democratic Change, partito d’opposizione guidato da Kizza Besigye, medico e un tempo colonnello dell’esercito, dal 1999 marito di Winnie Byanyima. L’operato internazionale dell’attuale Direttrice esecutiva dell’UNAIDS è da sempre contraddistinto da un infaticabile impegno nel promuovere i diritti umani, sia sul piano formale che su quello sostanziale, e nel combattere le disparità economiche tra Nord e Sud del mondo. Celebre è un suo discorso del 2015 al World Economic Forum di Davos quando, nella duplice veste di Direttrice di Oxfam International e co-Presidente del Forum, ha denunciato l’ineguale distribuzione della ricchezza mondiale. L’impegno alla guida dell’UNAIDS è certamente uno dei più importanti compiti assunti in campo internazionale in una carriera e in una traiettoria biografica personale che sul campo hanno dimostrato la determinazione di una donna consapevole delle sfide politiche del suo tempo.

  • Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    Hijab day: pillole di chiarezza sul velo islamico

    di Martina Cuomo

    L’hijab day viene istituito nel 2013 da Nazma Khan, statunitense originaria del Bangladesh, col duplice scopo di incoraggiare le donne, a prescindere dalla loro religione, a indossare almeno una volta l’hijab per sperimentare ciò che si prova e di educare e indirizzare le coscienze delle persone verso i reali motivi che spingono una donna ad indossare il velo. 

    La problematicità di un argomento come questo, può saziare facilmente gli appetiti dei nostri media tanto affamati di polemiche popolari, come di fatti sembra fare; ma noi, nemici della banalizzazione di argomenti seri e complessi (figlia ahimé, dei limiti della frammentaria informazione mediatica che spesso non ha tempo per indagini critiche e riflessioni responsabili) cercheremo di analizzare il fenomeno, in maniera quanto più ravvicinata possibile.

    Il tema è quello del tanto discusso velo; specificatamente però, quello islamico. L’uso del velo nelle sue varianti più o meno rigorose, è antecedente alla rivelazione coranica (VII sec). Era un costume largamente in voga in Mesopotamia, in Persia e comunque fra ebrei e cristiani. Il Corano riprese questa pratica e la codificò (senza tuttavia trattarne in maniera assai esplicita l’uso). Così, nel versetto 31 della sura 24 e nel versetto 59 della sura 33, si leggono richiami alla castità, all’umiltà e al preservare e proteggere le virtù femminili, retaggio già tipico di società pre-islamiche a carattere patriarcale. Ai nostri giorni sicuramente l’utilizzo (o non) del velo è un tasto martoriato dalle diverse idee e ipotesi di ognuno, un nervo scoperto che suscita sempre una discussione di qualche tipo.

    Ancora oggi, purtroppo, si fa molta confusione su questo tema, inciampando il più delle volte nell’errore di chi attribuisce fatti e supposte ragioni a qualcosa a cui invece esse non appartengono: l’autore di tutto ciò è come sempre il nostro amico/nemico “pregiudizio”. 

    A proposito di pregiudizio, nonostante il termine “Burqa” resti il più mediatico e sotto tale nome si facciano confluire tantissimi riferimenti, esso è in realtà il velo meno adoperato nel mondo islamico (portato infatti quasi esclusivamente in Afghanistan e in alcune località del Pakistan orientale), dunque il nostro obiettivo di oggi sarà quello di operare una divisione per chiarire innanzitutto le differenze tra i vari usi che si fanno del tanto famigerato velo.

     

    L’”Hijab” è l’uso che viene fatto del velo a mo’ di copricapo. Generalmente, copre i capelli (più o meno totalmente) e scende, per lo più, fin sul petto. Utilizzato oltre che nei paesi arabi e a maggioranza islamica, anche in Europa, in America e comunque in Occidente.

    Chador, invece, è l’uso del velo come una sorta di scialle chiuso sul collo. Copre la testa e il corpo, ma lascia la faccia completamente visibile. D’uso comune in tantissimi paesi, il Chador è particolarmente diffuso in Iran.

    Il Niqab, è un tipo di velo che copre tutto il corpo, la testa e il viso, lasciando solo un’apertura per gli occhi (esistono altri due tipi di Niqab, quello saudita e quello yemenita, che cambiano leggermente in base alla modalità di apportare un ulteriore sottile velo o una fascia, al di sotto del velo stesso). 

    Questa tipologia di velo è diffusa principalmente negli stati del Golfo e in Arabia Saudita. 

    In generale, è possibile trovarlo anche in paesi del Nord Africa, in Pakistan o in Bangladesh. 

    Il Burqa, in fine, è un “velo” che copre in maniera integrale il corpo femminile. Anche gli occhi sono coperti, è solitamente di colore azzurro e le donne che lo indossano possono vedere solo attraverso una retina sugli occhi. È usato per lo più in Afghanistan e in Pakistan. Sotto il regime talebano che ha governato l’Afghanistan dal 1996 al 2001, il suo uso è stato stabilito dalla legge.

    Vi sarebbero anche altri tipi di velo, come ad esempio l’Amira, lo Shayla, il Khimar […] ma, approssimativamente, gli usi principali del velo sono quelli sopracitati. 

    Conoscere ciò che l’altro sceglie di indossare ci dice sempre anche qualcosa su chi è, e questo è un potenziale punto di incontro con l’alterità. Abolire ciò che mi fa paura perché è diverso, mi getta nel pozzo della monogamia culturale, che egoisticamente sposa sé stessa credendo di essere l’unica a sapere cosa voglia dire essere liberi. La delicatezza di tale tema, ci lascia ricordare al lettore che a volte tante sono le declinazioni di un oggetto, tante le sue derivazioni, i suoi usi, le sue ragioni che non si è mai abbastanza cauti nell’affrontarlo. Ma sono eroi di sabbia quelli a cui il cuore si ferma davanti a una barriera di stoffa.