Rayan: un angelo verso il paradiso
di Martina Cuomo
Martedí 1 febbraio Rayan stava giocando fuori casa sua in presenza di suo padre, nel villaggio di Tamrout, a un centinaio di chilometri da Chefchauen, nel nord del Marocco, quando improvvisamente cade in un pozzo di molti metri di proprietà di famiglia. Immediatamente arrivano i soccorsi, i vicini, tanti i volontari che si danno da fare per aiutare il piccolo. Un vicino di casa mingherlino tenta di calarsi con una corda, il pozzo però a un certo punto si restringe, lo spazio è pochissimo, e si riesce solo a far scendere un telefonino con la telecamera accesa. Rayan è vivo, si lamenta, cerca la sua mamma.
Il giorno dopo si pensa di ingrandire la bocca del pozzo, ma l’operazione viene giudicata troppo rischiosa, cosí cinque escavatori iniziano a lavorare tutta la notte senza sosta per creare una voragine parallela al pozzo e tentare di raggiungerlo con un corridoio orizzontale; intanto con un tubo i soccorsi fanno arrivare a Rayan l’ossigeno, l’acqua e qualcosa da mangiare. A quaranta ore dalla caduta, i soccorsi aprono una voragine che raggiunge i ventidue metri, ma si procede a rilento per il rischio smottamenti. Dopo la terza notte di scavi, l’enorme cratere raggiunge i trenta metri, in parallelo con la posizione di Rayan, e iniziano i lavori per la costruzione del tunnel in una disperata corsa contro il tempo, scandita dalle difficoltà: le rocce ostacolano le trivelle, il terreno frana.
Si decide di inserire dei tubi per consolidare la possibile via d’uscita. La squadra di soccorritori a questo punto inizia a lavorare con picconi per bucare l’ultimo masso, subendo anche una battuta d’arresto a causa di una roccia che impedisce di raggiungere il bimbo. I soccorritori entrano finalmente nel tunnel e alle 17.30 di sabato 5 febbraio, dopo cinque giorni dalla caduta di Rayan nel pozzo, il capo dei soccorsi, l’ingegnere Murad Al Jazouli annuncia: «Rayan è vivo, lo tireremo fuori oggi». Estratto dal pozzo, Rayan viene immediatamente soccorso, ad attenderlo c’era già l’elicottero pronto a portarlo in ospedale, ma i medici avevano da subito asserito che il piccolo Rayan purtroppo presentava diverse gravi fratture, i suoi battiti erano lenti, e il trasporto di Rayan in ospedale avrebbe potuto essere fatale.
Fuori dal pozzo, una grande folla di persone non ha mai lasciato il posto, in preghiera e in attesa dell’uscita in salvezza di Rayan.
L’ambulanza parte, ma il piccolo Rayan non ce la fa. Una nota ufficiale dell’ufficio del protocollo del re del Marocco ha comunicato che Rayan era morto. Il re Mohammed VI ha telefonato di persona i genitori per porgere le proprie condoglianze. Tutto il mondo ci ha sperato, eravamo tutti in attesa della salvezza di Rayan, che è stato forte fino alla fine. La stampa e i telegiornali di tutto il mondo dedicano a Rayan una cronaca di primo rilievo, che lo ricorda come un caso simile a quello del piccolo Alfredino nel 1981.
L’umanità tutta si stringe attorno alla sofferenza della madre (e della famiglia), piegata dal dolore dell’enorme perdita. Questo atroce avvenimento ci raduna come umanità attorno a un dolore che non conosce frontiere né linee di confine. Il volto sofferente di una madre e di un padre che hanno perso il loro bambino non ha bisogno di una lingua che traduca per noi il loro stato d’animo. C’è qualcosa di più profondo che ci lega come esseri umani, figli di uno stesso Dio, creature di uno stesso Creatore, abitanti di una stessa casa comune che è questo mondo.
È il corpo morente di un piccolo bambino a ricordarci ancora una volta che non esistono differenze di sostanza tra le persone.


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