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Autore: asdait

  • Angola

    Angola

    L’Angola, ufficialmente conosciuta come Repubblica dell’Angola, è un paese situato sulla costa occidentale dell’Africa meridionale. Confinante con la Repubblica Democratica del Congo, lo Zambia e la Namibia, si affaccia a ovest sull’Oceano Atlantico. Una particolarità del territorio è l’exclave di Cabinda, separata dal resto del paese e situata tra la Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica del Congo. La capitale e il principale centro urbano è Luanda.

    Un Viaggio attraverso Secoli di Storia e Trasformazioni

    La storia dell’Angola è profondamente radicata nel tempo. Le sue terre sono state abitate sin dall’epoca del Paleolitico e, nel corso dei secoli, hanno ospitato una vasta varietà di gruppi etnici e regni. Tra questi, il Regno del Congo, emerso nel XIII secolo, è stato uno dei più influenti. L’arrivo dei portoghesi nel XVI secolo segnò l’inizio di una lunga colonizzazione, inizialmente basata sul commercio di schiavi e materie prime. Dopo una lunga rivolta anti-coloniale fu raggiunta l’indipendenza nel 1975 come Repubblica Popolare dell’Angola marxista-leninista, uno stato monopartitico sostenuto dall’Unione Sovietica e da Cuba. La guerra civile tra il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola al governo e gli insorgenti anti-comunisti dell’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola, sostenuti dagli Stati Uniti e dal Sudafrica, durò fino al 2002. Lo stato sovrano da allora è divenuto una repubblica costituzionale presidenziale unitaria relativamente stabile. L’Angola possiede vaste riserve di minerali e di petrolio, e la sua economia è tra le più velocemente in crescita del mondo, specialmente dalla fine della guerra civile. Tuttavia, lo standard di vita rimane basso per quasi tutta la popolazione, e la speranza di vita in Angola è tra le più basse nel mondo, mentre la mortalità infantile è tra le più alte. La crescita economica angolana non è omogenea, con la maggior parte della ricchezza nazionale concentrata in un settore ridotto della popolazione. L’Angola è uno stato membro dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, dell’Unione africana, della Comunità dei Paesi di lingua portoghese e della Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale. Tuttavia ha deciso di uscire dall’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), di cui faceva parte dal 2007. La notizia, scrive il Wall Street Journal, arriva dopo che al vertice del novembre 2023 il paese africano, insieme alla Nigeria, si era opposto fermamente ai nuovi tagli alla produzione di greggio voluti soprattutto dall’Arabia Saudita. Dal 1 gennaio al 31 marzo 2024 l’Opec produrrà complessivamente 2,2 milioni di barili al giorno in meno. All’Angola l’organizzazione chiedeva un taglio di ventimila barili al giorno.

    L’inizio della colonizzazione fino al ventunesimo secolo

    La venuta dei portoghesi in questo territorio è molto remota, specialmente sulla costa già fiorente di traffici addirittura in epoca medievale. Nel 1483 si ha notizia di una prima penetrazione anche nell’entroterra. Inizialmente vi furono ostilità con i numerosi regni autoctoni presenti sul territorio, in particolare con il Regno del Congo, con quello di Ndongo e con quello di Benguela. Tuttavia già nel XVI secolo si addivenne a lunghi periodi di pace, intervallati da guerre occasionali, dovute spesso a scontri di carattere personale tra i vari sovrani e governatori. In particolare il regno di Ndongo costituì un’alleanza abbastanza stabile con i portoghesi, intrattenendo con essi un fiorente commercio di schiavi, molti dei quali furono trasportati in Brasile. Nel frattempo i portoghesi avviarono la costruzione di numerosi e floridi insediamenti nella regione, conquistando via via autonomia dalla madrepatria.

    Mappa dei diversi regni che popolavano queste terre intorno al XVII secolo

    Con l’avvento del XVII secolo una nuova tribù si impose in parte del territorio angolano: la tribù degli Imbangala. Queste genti erano caratterizzate da un notevole ardimento bellico e da una forte intraprendenza, pertanto in breve tempo sottomisero molte altre tribù dell’area, vendendo un’ingente quantità di schiavi ai portoghesi. Il governatore Luis Mendes de Vasconcelos, apprezzandone assai lo spirito combattivo, ne arruolò buona parte nelle sue truppe. Si consolidò così il fenomeno del “meticciamento” (fusione di costumi, tradizioni e etnie), che fu sempre caratteristico dell’impostazione coloniale portoghese, al contrario per esempio di quella britannica.

    Imbangala

    Dopo la seconda guerra mondiale il Portogallo, governato sin dagli anni trenta da António de Oliveira Salazar, si oppose fortemente al concetto di decolonizzazione.
    Secondo il pensiero politico di Salazar, infatti, la decolonizzazione avrebbe creato semplici avamposti economico-politici per le potenze uscite vincitrici dalla seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti attraverso le multinazionali economiche, l’URSS attraverso le multinazionali politiche. Un graduale e costante processo di evoluzione politica, con una partecipazione attiva delle popolazioni nere al sistema coloniale, avrebbe invece permesso il vero “sviluppo” socioeconomico dell’Africa.

    Tuttavia apparve sempre più oneroso il mantenimento delle colonie e verso la fine degli anni cinquanta nacquero altresì vari movimenti indipendentisti più o meno collegati ad analoghi movimenti esteri, finanziati dalle due superpotenze. In particolare due movimenti si fecero strada: il Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA), fondato nel 1956 e appoggiato dall’URSS, che addirittura organizzò scuole e università a Mosca per formare i capi; l’Unione Nazionale per l’Indipendenza Totale dell’Angola (UNITA), guidata da Jonas Savimbi, sostenuto inizialmente dalla Cina, si avvicinò in seguito agli Stati Uniti
    Il Fronte di Liberazione Nazionale dell’Angola (FNLA) guidato da Holden Roberto, inizialmente consistente, perse via via di importanza. La lotta armata tra le varie fazioni e il governo portoghese divenne infuocata negli anni settanta. Nel 1974, in seguito alla Rivoluzione dei Garofani in Portogallo, cessarono le ostilità e venne instaurato un governo di coalizione fra i movimenti indipendentisti, che ebbe però breve durata. L’11 novembre 1975 il Portogallo riconobbe l’indipendenza del Paese; il MPLA proclamò la Repubblica Popolare dell’Angola, mentre il FNLA e l’UNITA proclamarono nelle zone da loro controllate una repubblica separata con capitale Huambo. Il MPLA prevalse sugli altri due movimenti e nel febbraio del 1976 le sue truppe conquistarono Huambo. Nello stesso febbraio del 1976, l’Italia fu il primo Paese europeo occidentale a riconoscerne l’indipendenza.

    La guerra civile

    Agostinho Neto, capo dell’MPLA, divenne il primo presidente (1975) del Paese e tale rimase fino alla morte (1979), allorché gli successe José Eduardo dos Santos. Dal luglio del 1975 il Paese fu afflitto da una lunga guerra civile nella quale erano in campo non solo contrasti etnici e interni ma forze straniere interessate alle risorse (petrolio e diamanti in particolare) dell’Angola e alla sua posizione strategica. L’MPLA, movimento marxista-leninista che organizzò un sistema politico monopartitico appoggiato da Cuba e dall’Unione Sovietica, e l’UNITA, sostenuta da Stati Uniti e Sudafrica, ingaggiarono una lotta senza esclusione di colpi. Il conflitto, iniziato nel novembre del 1975 con l’invasione dell’Angola da parte del Sudafrica con truppe già presenti in Namibia, vide l’intervento di migliaia di soldati cubani Operación Carlota e si protrasse per anni, decimando la popolazione inerme. Si giunse infine alla firma di un accordo di pace, voluto dalle potenze straniere dopo la sconfitta del Sudafrica a Cuito Cuanavale e i cambiamenti nello scenario internazionale, siglato nel dicembre del 1988 a New York. Nel 1991 furono firmati gli accordi di Bicesse e le truppe straniere si ritirarono. Nel 1992 si tennero le elezioni presidenziali multipartitiche, che videro la vittoria del MPLA. José Eduardo dos Santos, che come detto era successo a Neto nel 1979 alla guida assoluta del Paese e del partito, fu confermato nella carica. A differenza del FNLA, l’UNITA, guidata da Jonas Savimbi, non accettò l’esito elettorale e il Paese entrò in una nuova fase di guerra civile. Il 20 novembre 1994 a Lusaka, in Zambia, nel contesto del cosiddetto protocollo di Lusaka venne stipulato un nuovo accordo di pace che prevedeva la reintegrazione dei ribelli nel governo nazionale e nelle forze armate. Nell’aprile del 1997 venne creato un governo di unità nazionale dal quale l’UNITA venne però espulsa l’anno seguente in seguito alla ripresa delle azioni di guerriglia.

    Nel ventunesimo secolo

    Con la cessazione della guerra fredda e il crollo dell’Unione Sovietica il presidente Dos Santos, al potere dal 1979, aveva nel frattempo ribaltato completamente la propria politica. Se in politica interna rimodernò le istituzioni, separandole dal passato marxismo, in politica estera instaurò una solida alleanza con Stati Uniti, Gran Bretagna e Portogallo. In particolare sono da segnalare le prese di posizione costantemente favorevoli alle guerre intraprese dagli Stati Uniti in Afghanistan e Iraq.

    L’UNITA si trovò spiazzata da questo nuovo atteggiamento e si ridusse così a un gruppo paramilitare allo sbando. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite votò sanzioni contro l’UNITA stessa (28 agosto 1997) e nel 1999 le unità militari angolane sferrarono un duro colpo ai ribelli riprendendo il controllo delle principali città delle zone controllate dall’UNITA. Un’ennesima lotta di guerriglia che dilaniò il Paese provocando un milione e mezzo di morti e centinaia di migliaia di senzatetto. Le ostilità proseguirono fino al 2002, allorché i ribelli deposero le armi dopo la garanzia di un’amnistia generale e dell’integrazione nelle forze armate ufficiali. Gli anni ininterrotti di guerra civile rendono più difficoltoso il percorso di sviluppo del Paese; tra le varie difficoltà, è da citare quella delle migliaia di persone che hanno abbandonato i loro villaggi a causa dei conflitti. Dos Santos ha puntato su un legame sempre più stretto con la vecchia madrepatria portoghese, suggellato dal sontuosissimo matrimonio celebrato nel 2004 a Luanda tra una figlia di Dos Santos, Tchizé, e il magnate portoghese Hugo Pego. La Costituzione dell’Angola (Constituição de Angola) risale al 21 gennaio 2010. Dopo 38 anni di dominio, nel 2017 il presidente José Eduardo dos Santos si dimise dalla guida del Movimento Popolare di Liberazione dell’Angola (MPLA). Il leader del partito vincitore alle elezioni parlamentari dell’agosto 2017 divenne il nuovo presidente dell’Angola. Il MPLA scelse l’ex ministro della Difesa João Lourenço come successore di Santos. In quella che è stata descritta come epurazione politica per consolidare il proprio potere e ridurre l’influenza della famiglia Dos Santos, Lourenço licenziò subito il capo della polizia nazionale Ambrósio de Lemos, e il capo dei servizi di intelligence, Apolinário José Pereira, entrambi considerati alleati dell’ex presidente Dos Santos. Rimosse anche Isabel dos Santos, figlia dell’ex presidente, dalla posizione al vertice della compagnia petrolifera statale Sonangol.

    Geografia

    Il territorio è in prevalenza montuoso, solo la fascia costiera, più stretta a sud ed ampia fino a 150 chilometri nel centro-nord, è pianeggiante; procedendo verso est troviamo prima dei rilievi montuosi e collinari paralleli alla costa e poi un vasto altopiano, che si spinge fino ai confini orientali del Paese ed ha un’altitudine quasi sempre sopra i 1.000 metri; la cima più elevata dell’Angola, il Monte Moco (2.620 m.) si trova nella parte centro-occidentale della Nazione, a circa 170 chilometri dall’Atlantico. La costa sull’Oceano Atlantico, lunga 1.600 chilometri in tutto, è in genere bassa e piuttosto regolare, sabbiosa nella zona meridionale occupata in parte dal Deserto del Namib; a pochi chilometri dalla terraferma sorgono diverse isole, ma tutte di dimensioni abbastanza ridotte, Baia dos Tigres (98 Km²) la maggiore ed anche l’unica ad avvicinarsi ai cento chilometri quadrati di superficie. Il Paese è attraversato da diversi fiumi importanti, con il loro regime che dipende molto dalle precipitazioni e che quindi alternano periodi di magra ad altri in cui hanno portate notevolmente maggiori: lo Zambesi (375 Km il tratto angolano, 2.700 Km in tutto), quarto fiume africano per lunghezza, il Congo (4.700 Km), secondo fiume più lungo del continente, il Kasai (2.150 Km complessivamente) ed il suo affluente Kwango (1.770 Km in totale), entrambi segnano una parte del lungo confine angolano con la Repubblica Democratica del Congo.

    Società

    La popolazione mantiene un tasso di crescita abbastanza elevato, anche grazie alla lotta all’AIDS, non più così diffuso come in altri stati africani. La popolazione angolana è quasi sestuplicata nell’ultimo mezzo secolo, passando dai 5 milioni scarsi del 1960 ai 29,4 milioni circa del ventunesimo secolo, secondo i dati dell’United States Census Bureau. La speranza di vita rimane tuttavia ancora molto bassa per via di guerre intestine al Paese; gran parte della popolazione è analfabeta. Si tratta di uno stato fortemente multietnico, e la popolazione di 31,83 milioni di persone appartiene a diversi gruppi tribali, che fanno riferimento a tradizioni distinte. La cultura angolana riflette secoli di dominio portoghese, in particolare nella lingua e nella Chiesa cattolica.

    mappa delle etnie in Angola (1970)

    Le principali etnie, che fanno parte dei gruppi neri bantu, compongono il 98% della popolazione angolana, seguono i mulatti con l’1,5% e i gruppi bianchi (perlopiù di origine portoghese) con lo 0,5%.

    Lingue

    Il portoghese è la lingua ufficiale dell’Angola ed è la lingua materna del 30% della popolazione. Esistono però alcune lingue nazionali parlate nel Paese. Secondo il censimento realizzato nel 2014 il portoghese è la lingua o una delle lingue parlate in casa per il 71,2% degli angolani. La lingua nazionale con più parlanti è l’umbundu, parlata dagli ovimbundu nella regione del centro-sud. È lingua materna di circa un terzo degli angolani. Il kimbundu è la seconda lingua nazionale più parlata, circa dalla quarta parte della popolazione, gli ambundu, che vivono nel centro nord. È una lingua di grande rilevanza essendo la lingua antica della capitale e dell’antico Regno di Ndongo. Ci sono state molte interferenze lessicali con il portoghese. Il kikongo, parlato al nord, ha diversi dialetti. Era la lingua dell’antico Regno di Congo e dopo la migrazione postcoloniale al Sud ha dei parlanti anche a Luanda. In questa regione, il portoghese è la lingua ufficiale dell’Angola ed è la lingua materna del 30% della popolazione. Esistono però alcune lingue nazionali parlate nel Paese. Secondo il censimento realizzato nel 2014 il portoghese è la lingua o una delle lingue parlate in casa per il 71,2% degli angolani. La lingua nazionale con più parlanti è l’umbundu, parlata dagli ovimbundu nella regione del centro-sud. È lingua materna di circa un terzo degli angolani. Il kimbundu è la seconda lingua nazionale più parlata, circa dalla quarta parte della popolazione, gli ambundu, che vivono nel centro nord. È una lingua di grande rilevanza essendo la lingua antica della capitale e dell’antico Regno di Ndongo. Ci sono state molte interferenze lessicali con il portoghese. Il kikongo, parlato al nord, ha diversi dialetti. Era la lingua dell’antico Regno di Congo e dopo la migrazione postcoloniale al Sud ha dei parlanti anche a Luanda.

    Religioni

    Il governo riconosce come religioni del Paese il Cattolicesimo e l’Animismo; esistono però tantissime religioni organizzate in chiese o forme analoghe. Dati certi relativi al numero di fedeli non esistono, ma la maggior parte della popolazione angolana è di religione cattolica (almeno la metà), o cristiana di altre confessioni: ci sono infatti anche protestanti, battisti, metodisti e calvinisti. L’Animismo è professato dal 30% della popolazione. È significativa anche la presenza di persone che non professano alcuna religione (atei), il fenomeno è dovuto anche all’influenza del marxismo-leninismo professato nella prima fase postcoloniale. Solo l’1-2% della popolazione professa l’Islam, in particolare di confessione sunnita. Durante la guerra civile, molte persone si sono avvicinate a un credo religioso o hanno rafforzato la
    loro fede. Sono presenti anche numerose sette di matrice brasiliana, che però sono illegali e vengono quindi perseguite dallo Stato.

    Economia

    Il principale partner economico è la Cina, che ha concluso accordi con l’Angola per lo sfruttamento delle sue risorse energetiche, inviando operai in grandi quantità; in cambio l’Angola ha beneficiato della costruzione di infrastrutture (per esempio gli stadi della Coppa d’Africa di calcio) e ricevuto ingenti quantità di denaro che hanno determinato il più alto tasso di crescita fra i Paesi africani degli ultimi anni. Inoltre la Cina ha intenzione di costruire una ferrovia transcontinentale che collegherà i giacimenti angolani con le coste africane dell’Oceano Indiano. Significativa è la trasformazione urbanistica della capitale Luanda. Nel 2009 sono stati creati in Angola 330 000 nuovi posti di lavoro. La povertà in Angola è scesa dal 63% del 2002 al 38% del 2009.

    Cose che (forse) non sapevi sull’Angola

    1. Il primo presidente del paese, Agostinho Neto, è stato anche un poeta anticoloniale. Una delle figure più carismatiche del nazionalismo angolano, contribuì in maniera determinante alle lotte di liberazione nazionale del popolo angolano che l’11 settembre 1975 ottenne l’indipendenza dopo ben cinque secoli di colonizzazione portoghese. Nato nel 1922 a Kaxicane, a meno di un centinaio di Km da Luanda, ben presto si dedicò al volontariato nei servizi sanitari prestando la sua opera nei “musseques”, ossia nei quartieri più poveri di Luanda ove conobbe da vicino la miseria e il dolore in cui era costretta a vivere molta gente. Il desiderio di poter essere d’aiuto agli altri lo spinse ad iscriversi alla Facoltà di Medicina dell’Università portoghese di Coimbra dove animò la “Casa dos estudantes do Impèrio” insieme ad altri intellettuali africani e collaborò alle attività anticolonialiste. Trasferitosi a Lisbona frequentò il Movimento dei giovani intellettuali di Angola il cui motto era “Vamos Descobrir Angola” (Scopriremo l’Angola) con le sue tradizioni e culture negate. Ben presto cadde sotto la sorveglianza della PIDE, la polizia segreta del regime fascista di Antonio de Oliveira Salazar e fu arrestato una prima volta nel 1951 mentre raccoglieva firme per la pace nel mondo. «Noi dell’Africa immensa / ecco le nostre mani / aperte alla fratellanza del mondo / per la Pace ecco le nostre voci» scrisse nella poesia “Sanguinanti e germoglianti”. Iniziò per lui una serie di arresti tanto che nel 1957 Amnesty International lo proclamò “prigioniero politico dell’anno” ponendo il suo caso e quello delle colonie portoghesi all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale. Rientrato in Angola nel 1960, venne nuovamente arrestato e condannato all’esilio, prima in Portogallo poi a Capo Verde. Sempre in quell’anno Agostinho divenne il principale teorizzatore politico del MPLA, il Movimento politico per la Liberazione dell’Angola fondato nel 1956. Iniziarono gli anni della clandestinità e della drammatica scelta della lotta armata contro il dominio portoghese.
    1. In dialetto Kimbundu la parola kizomba, oltre ad indicare il genere musicale e lo stile di danza, nato proprio in questa terra, significa anche festa del popolo, ed è il nome originario della danza dei neri che hanno resistito alla schiavitù. La kizomba era la festa e la resistenza culturale di un popolo; è stata l’esaltazione della vita e della libertà.
    2. L’Angola ospita le seconde cascate più grandi dell’Africa, dopo le cascate Victoria, tra Zambia e Zimbabwe. Con un’altezza di 105 m (il doppio delle Niagara Falls), sono una delle bellezze naturali più impressionanti d’Africa.
    1. In Angola vive una tribù semi nomade, quella degli Mwila (o Mwela), e incontrarli nella cittadina di Lubango, a sud del Paese, non è difficile. Proprio come i vicini Himba, in Namibia, anche i Mwila danno molto peso all’estetica, alla cura del corpo e, in particolare, dei capelli. Piume, perline, impacchi di ocra e altri unguenti: l’acconciatura la dice lunga sullo status di un Mwila!
    1. Kyanda, questa è una parola piuttosto ricorrente: a portare questo nome sono compound, ristoranti, persino una scuola di surf. A grandi linee, kianda si potrebbe tradurre con “sirena”, ma in realtà, in lingua kimbundu questo termine ha un significato molto più ampio. Si tratta di uno spirito dell’acqua, presente in laghi, fiumi e, naturalmente, nell’oceano, dal carattere dispettoso, pronto a fare tanto il bene quanto il male.
    2. “O Pensador” è la figura emblema del Paese e la troverete riportata ovunque, a cominciare dalle banconote. E’ un figuro accovacciato che si prende la testa tra le mani e… pensa. Pensa e ripensa. E’ simbolo di saggezza, di segreti acquisiti con l’esperienza, in Angola infatti gli anziani occupano uno status privilegiato.
    1. La capitale dell’Angola, la città di Luanda, merita giustamente il titolo di città dei contrasti. I prezzi qui sono più alti che in molte capitali europee, si è classificata più volte al primo posto nell’elenco delle città più costose del mondo. Le splendide viste sull’oceano Atlantico sono interrotte dal traffico di navi e gli alti edifici in stile moderno sono contrastati da misere capanne costruite per ospitare persone in una città in rapida espansione. La vivibilità è messa a dura prova dal traffico mattutino e dal forte rumore che regolarmente disturba la città.

    di Sara Abate

  • Namibia

    Namibia

    Storia e colonizzazione

    La Namibia, ufficialmente Repubblica della Namibia, è uno Stato dell’Africa meridionale, la cui capitale è Windhoek. Confina a nord con l’Angola e lo Zambia, a est con il Botswana e a sud con il Sudafrica; a ovest si affaccia sull’Oceano Atlantico.
    È uno dei Paesi più giovani del continente africano, avendo ottenuto solo nel 1990 l’indipendenza dal Sudafrica, dal quale era amministrata. Dal 1884 al 1918 fu colonia dell’Impero tedesco con il nome di Deutsch-Südwestafrika. Successivamente dal 1918 al 1961 fece parte dell’Impero britannico all’interno dell’Unione Sudafricana per poi divenire, dal 1961 fino all’indipendenza, una provincia del Sudafrica.
    L’arrivo dei primi coloni tedeschi, negli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del Novecento, provocò una violenta reazione da parte di alcune etnie autoctone che si vedevano spogliate di molte delle proprie terre più fertili. In alcune zone scoppiò una vera e propria guerriglia (1904-1908) da parte di un popolo di pastori, gli Herero, che fu repressa nel sangue dalle autorità tedesche. Vennero costruiti per i prigionieri
    dei Konzentrationslager, “campi di concentramento”; dagli originari 80.000, gli Herero vennero ridotti a 15.000 nel 1911. Nel 1966 l’organizzazione SWAPO (South-West African People’s Organization), di spirazione marxista, cominciò una guerriglia indipendentista contro le forze sudafricane, nota come guerra di indipendenza della Namibia. Il Sudafrica cedette però solo nel 1988, accettando un piano di pace delle Nazioni Unite che portò alla piena indipendenza del paese nel 1990.
    Il fondatore della Namibia indipendente è Sam Nujoma, da sempre capo della SWAPO; ha governato dal 1990 al 2005, per essere poi sostituito da Hifikepunye Pohamba.

    Shafiishuna Nujoma
    Prigionieri su un “transport” diretto ad un campo di
    concentramento, 1907.

    Geografia

    La geografia della Namibia è caratterizzata da una serie di altipiani, il punto più alto dei quali è il Brandberg (2 606 metri). L’altopiano centrale attraversa il paese lungo l’asse nord-sud, ed è circondato a ovest dal deserto del Namib e dalle pianure che giungono fino alla costa, a sud dal fiume Orange, a sud e a est dal deserto del Kalahari. I confini del paese a nord-est delimitano una stretta fascia di terra, nota come dito di Caprivi, che fu ottenuta dai tedeschi come sbocco verso il fiume Zambesi. L’aridità del territorio fa sì che buona parte dei fiumi siano a carattere torrentizio. I fiumi di maggiore entità si trovano solo lungo i confini: da nord a sud, i principali sono il Kunene, l’Okavango, lo Zambesi e l’Orange.

    Fiume Orange
    Dito di Caprivi un territorio della Namibia orientale, noto per i suoi confini estremamente innaturali che non tengono alcun conto di divisioni etnico-geografiche.

    Clima

    Il clima della Namibia va dal clima desertico a quello subtropicale, ed è generalmente caldo e asciutto, con precipitazioni scarse e variabili. L’aridità del clima deriva dalla fredda corrente del Benguela che causa la condensazione del vapore acqueo sull’oceano Atlantico, lasciando quindi arrivare sulla costa aria secca. Nel 2019, alcune parti della Namibia hanno affrontato una delle peggiori siccità degli ultimi sessanta-novanta anni, con piogge molto scarse e con la maggior parte del bestiame morto. Le autorità dichiarano lo stato di calamità naturale a maggio e chiedono aiuti internazionali: “I mezzi di sussistenza della maggior parte dei namibiani sono a rischio, soprattutto quelli che dipendono dalle attività agricole”, lamenta il primo ministro Saara Kuugongelwa-Amadhila.

    Città e popolazione

    La Namibia è uno dei tre Stati sovrani del mondo meno densamente popolati, con una media di circa 3,3 abitanti per km²; ha invece un tasso di crescita demografica relativamente elevato. Gran parte del territorio del paese è costituito dalle distese aride del deserto del Namib e del Kalahari. Fra le città più importanti, oltre alla capitale Windhoek (situata nel centro del paese) si possono ricordare i porti di Walvis Bay e Swakopmund, e le città di Oshakati, Grootfontein, Tsumeb Keetmanshoop.

    Windhoek

    Lingua e Etnie

    L’inglese è la lingua ufficiale del paese ma è madrelingua solo per il 6% dei bianchi; il tedesco, l’afrikaans e l’oshiwambo sono invece “lingue regionali riconosciute”. L’87,5% della popolazione è nero e appartenente ai ceppi linguistici bantu e khoisan. Metà degli abitanti della Namibia parla l’oshiwambo come madrelingua, ma l’afrikaans è comunque la lingua più compresa. Le lingue indigene vengono
    insegnate nella scuola primaria. Sia l’afrikaans sia l’inglese sono parlati principalmente come seconda lingua e utilizzati soprattutto a livello pubblico e istituzionale. Il tedesco è parlato specialmente nel Sud del paese. La prossimità geografica alla lusofona Angola ha determinato l’immigrazione di numerose persone parlanti portoghese. Nel 2011 i lusofoni in Namibia erano stimati intorno a 100 000, il 4-5% della popolazione totale. L’82% della popolazione appartiene a etnie del gruppo bantu, suddivisa in almeno undici etnie, tra cui predomina largamente l’etnia Ovambo (circa metà della popolazione, concentrata nel Nord del Paese). Altre etnie nere sono quelle del gruppo khoisan (San e Nama). La quota di bianchi è intorno all’8%, la più elevata dell’Africa subsahariana dopo quella del Sudafrica; si tratta soprattutto di tre gruppi principali: boeri, anglosassoni e tedeschi. Esistono anche minoranze olandesi, francesi e portoghesi. Vi sono infine due gruppi di origine mista, chiamati coloured e baster, che contribuiscono alla popolazione totale per un altro 8%. I bianchi e i gruppi di etnia mista parlano quasi tutti l’afrikaans e sono
    culturalmente simili ai gruppi corrispondenti sudafricani. Una minoranza di bianchi ha invece mantenuto la cultura e la lingua originale dei coloni tedeschi. Diversamente dal Sudafrica, non vi è insediata una popolazione significativa di origine asiatica.

    Politica

    Il Presidente è eletto con voto popolare ogni cinque anni. Il Primo ministro è nominato insieme con il suo gabinetto dal Presidente. Il parlamento è composto da due camere: il National Council (“Consiglio Nazionale”) e la National Assembly (“Assemblea Nazionale”). La National Assembly rappresenta il vero organo legislativo, mentre il National Council ha una funzione consultiva. Per l’elezione della National Assembly sono contemplati 107 distretti elettorali. Il principale organo giudiziario è la Corte Suprema, i cui giudici sono nominati dal Presidente su proposta della Judicial Service Commission.

    La SWAPO, che rappresentò il movimento principale durante il processo di indipendenza, e che ha completamente abbandonato le sue posizioni originali marxiste, è il primo partito del paese. Originariamente espressione specifica degli Ovambo, dagli anni ottanta ha perso questa connotazione accogliendo tra le sue file esponenti di tutte le etnie del paese, inclusi bianchi dei vari gruppi, specialmente di origine tedesca.

    Il secondo partito politico del paese è l’Alleanza Democratica di Turnhalle (DTA), fondato negli anni settanta come federazione di diversi partiti, inclusi partiti a carattere etnico come la Christian Democrat Union (CDU), a prevalenza coloured, e il Partito Repubblicano (RP) degli afrikaner.
    Le elezioni generali in Namibia del 2024 si sono tenute dal 27 al 30 novembre per il rinnovo della Presidenza e dell’Assemblea nazionale, la camera bassa del Parlamento del paese. Le elezioni hanno visto, nonostante una potenziale probabilità di mutamento del contesto politico, l’ampia riconferma dell’Organizzazione Popolare dell’Africa del Sud-Ovest (SWAPO), alla guida del paese sin dalla sua conquistata indipendenza dal Sudafrica nel 1989, che, tramite la vittoria già al primo turno delle presidenziali della sua candidata Netumbo Nandi-Ndaitwah (peraltro per la prima donna nella
    storia del paese ad esserlo stata), con ben il 58,07% delle preferenze.

    Netumbo Nandi-Ndaitwah

    Economia

    L’economia namibiana è fortemente legata (e per alcuni aspetti simile) a quella del Sudafrica. La principale attività economica è l’estrazione di minerali, che contribuisce per circa il 20% del PIL nazionale. Il paese è il quarto più importante esportatore africano di minerali non combustibili e il quinto produttore di uranio nel mondo. Una parte importante dell’estrazione mineraria riguarda, come nel vicino Sudafrica, i diamanti; altre produzioni importanti sono quelle di piombo, ferro, zinco, argento e tungsteno. Nonostante la sua importanza per l’economia nazionale il settore minerario dà lavoro solo al 3% della popolazione. Oltre la metà dei namibiani si dedicano all’agricoltura e all’allevamento di sussistenza; si coltivano principalmente mais e miglio e si allevano soprattutto capre e pecore. La produzione agricola comunque non copre il fabbisogno nazionale, che dipende al 50% dalle importazioni; si esporta invece la lana. Sebbene il reddito pro-capite sia in Namibia cinque volte quello dei paesi più poveri dell’Africa, la maggioranza della popolazione vive in povertà a causa della forte disoccupazione, della grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza, e della grande quantità di capitali che vengono investiti
    all’estero.
    La caduta dei prezzi delle materie prime e una persistente siccità hanno causato un calo del prodotto interno lordo (PIL) del paese nel 2017 e nel 2018 e un aumento della disoccupazione.

    Sport

    Lo sport nazionale della Namibia è il rugby. Conseguentemente all’indipendenza dal Sudafrica, nel 1990 si formò la Nazionale di rugby della Namibia, il cui esordio al Mondiale si è verificato nell’edizione del 1999.
    Fino all’indipendenza, i giocatori nativi della Namibia potevano essere convocati nelle file della rappresentativa sudafricana. Un esempio tra i più celebri è l’estremo Percy Montgomery, che è stato dei più forti interpreti al mondo del suo ruolo, nato nel 1974 a Walvis Bay e ritiratosi dalle competizioni nel 2009.
    Lo sportivo più importante a livello mondiale è sicuramente Frank Fredericks, velocista di assoluto livello mondiale capace di conquistare quattro medaglie olimpiche (tutte d’argento, due a Barcellona 1992 (prime medaglie olimpiche per la Namibia), e due ad Atlanta 1996 nei 100 e nei 200 metri piani) e quattro medaglie mondiali (oro a Stoccarda 1993, e argento a Tokyo 1991, Göteborg 1995 e Atene 1997, tutte nei 200 m piani). Dopo la fine della carriera agonistica dal 2004 è entrato a fare parte del Comitato Olimpico Internazionale.
    La laguna a sud di Luderitz è sede del più importante evento di Speed (gare di velocità per kitesurf e windsurf) al mondo. Gli organizzatori della prova hanno scavato un canale artificiale dove sono stati conseguiti i maggiori record di velocità a vela sull’acqua. Walvis Bay è invece la località dove è stato registrato il record di velocità assoluto per un mezzo nautico (65,45 nodi).

    La Namibia vince l’Africa Cup Frank Fredericks
    e si qualifica al Mondiale 2023,
    nel girone dell’Italia
    Frank Fredericks

    Arte

    Nel 2022 la Namibia ha partecipato per la prima volta alla 59ª Biennale di Venezia con un padiglione nazionale incentrato sulla mostra dell’artista Renn, dal titolo A Bridge to the Desert / Un ponte per il deserto, a cura di Marco Furio Ferrario. Ospitato sull’Isola della Certosa, con i suoi 20 ettari di percorso è stato il padiglione più esteso del 2022 e uno dei più estesi della storia della Biennale. La mostra ha presentato sculture e fotografie del progetto The Lone Stone Men di un artista che si è celato dietro allo pseudonimo Renn. Parte del padiglione sono stati anche due percorsi introduttivi: un muro di 140×2 metri tappezzato da foto del deserto del Namib di Roland Blum e l’installazione immersiva Seek to believe /
    Cercare per credere del duo artistico Amebe.

    Renn, The Lone Stone Men

    Cinema

    Girley Jazama

    In ambito cinematografico, in particolare nel XXI secolo, si è distinta la figura dell’attrice namibiana Girley Jazama, che ha ottenuto diversi riconoscimenti internazionali e che ha partecipato al film Der vermessene Mensch (2023), dove viene narrato il genocidio degli Herero e dei Nama, nell’attuale Stato della Namibia.

    Ecco 5 curiosità che (forse) non sapevi sulla Namibia:

    • La Namibia è stato il primo paese del mondo a citare la protezione dell’ambiente naturale nella propria Costituzione! Vi è infatti una grande attenzione per la protezione dell’ambiente e della fauna.
    • Il deserto del Namib è uno tra i più antichi della terra. È in gran parte incluso in aree naturali protette, tra cui il Namib-Naukluft National Park, il parco nazionale più esteso dell’Africa. Le sue dune, tra le più alte del pianeta, sono famose per le forme sinuose e i colori che cambiano in base all’ora: dal rosso intenso dell’alba all’oro di mezzogiorno, fino alle tinte arancio del tramonto. A dispetto di quanto s’immagina quando si pensa al deserto, il Namib ospita una varietà sorprendente di flora e di fauna che si sono adattate all’ambiente, tra cui l’oryx (resistente alla siccità) e la welwitschia mirabili, una pianta che assorbe l’umidità della nebbia mattutina generata dall’incontro tra l’aria fredda dell’Oceano e il caldo del deserto.
    • L’orice è una specie animale che vive in Namibia ed è una grossa antilope che è in grado di sopravvivere nel deserto, anche quando la temperatura corporea tocca il 45 gradi! Questo animale è infatti dotato di un sistema di raffreddamento del cervello che, grazie alla respirazione e alla circolazione sanguigna, fa sì che riesca a sopportare il calore dell’ambiente. A queste temperature tutti gli altri mammiferi muoiono.
    • La costa degli Scheletri è una zona situata lungo il tratto nord-occidentale del Paese, dove il deserto incontra l’oceano. Si è guadagnata il macabro nome in virtù dei relitti che si sono arenati sulle sue
      spiagge, cui si aggiungono le ossa di foche e balene che testimoniano le antiche pratiche di caccia e i cicli naturali della vita marina. Nonostante l’atmosfera inquietante, la Costa degli Scheletri è un’area di grande importanza ecologica: le sue acque contenenti nutrienti che ne sostengono la biodiversità.
    • Il meteorite più grande al mondo è qui! Sembra che il meteorite più grande mai caduto sulla Terra si sia schiantato a Gibeon, a sud della Namibia: più di 20 tonnellate di meteorite si sono disintegrate in migliaia di frammenti. Una parte di essi è custodita nel Museo di Geologia di Windhoek; tutto sommato pochi resti, considerando che le popolazioni locali sfruttarono i detriti per costruire lance, utensili e armi appuntite.

    di Sara Abate

  • Botswana: Il Cuore Silente dell’Africa Meridionale

    Botswana: Il Cuore Silente dell’Africa Meridionale

    Il Botswana, ufficialmente Repubblica del Botswana, è un paese che incarna al
    tempo stesso prosperità economica e conservazione culturale. Situato nell’Africa
    meridionale e caratterizzato da un territorio vasto e scarsamente popolato, il
    Botswana è spesso considerato “il segreto meglio conservato dell’Africa”.
    Un segreto che, tuttavia, merita di essere scoperto.

    Dalla Colonizzazione all’Indipendenza

    Il Botswana vanta la democrazia più duratura del continente africano, un fatto raro in una regione spesso scossa dall’instabilità politica. L’odierno Stato nacque dalle ceneri del Protettorato britannico del Bechuanaland (1885-1966), una mossa pensata per “proteggere” il territorio dalle mire espansionistiche dei boeri. La piena indipendenza fu raggiunta nel 1966, e con essa giunse una scoperta che avrebbe cambiato per sempre il destino del paese: enormi giacimenti di diamanti. Questa combinazione di libertà
    politica e risorse naturali ha permesso a questo Stato di costruire un’economia fiorente e un modello di governance stabile, rappresentando un’eccezione rispetto alla “trappola delle risorse” che affligge molti altri paesi ricchi di minerali.

    Popolazione e Identità

    Con una densità di popolazione tra le più basse al mondo (3,7 abitanti per km²), il Botswana ha saputo valorizzare questa caratteristica attraverso politiche orientate alla tutela ambientale. Il 17% del territorio è destinato a riserve naturali, un dato che supera di gran lunga il 10% raccomandato a livello internazionale. La maggior parte della popolazione vive nella parte orientale del paese, concentrata in villaggi agricoli o in città come Gaborone, Maun e Francistown. Il territorio è anche la casa dei San, i boscimani che abitano queste terre da oltre 22.000 anni. Nonostante le difficoltà, questo popolo ha conservato una straordinaria
    capacità di adattamento e sopravvivenza in uno degli ambienti più ostili del mondo.

    Lingue

    La lingua ufficiale è l’inglese, parlato da appena il 2,1% della popolazione. La lingua più parlata è il setswana (78,2%), che in base alla costituzione è la lingua nazionale. Seguono altri idiomi bantu, tra cui il kalanga (7,9%) e il sekgalagadi (2,8%).

    Religioni

    La religione predominante è il cristianesimo, che rappresenta il 71,6% della popolazione. I cristiani si dividono in protestanti (64,6%) e cattolici (7,0%). Il 20,6% non segue nessuna religione e il 6% confessa una religione indigena. Le altre religioni rappresentano l’1,4%, mentre lo 0,4% non è specificato.

    Un Paese di Tesori Naturali

    Il Botswana è un santuario per la biodiversità. Il Delta dell’Okavango, uno dei più grandi delta interni al mondo e Patrimonio dell’Umanità UNESCO; un vero paradiso naturale, popolato da elefanti, leoni, ippopotami e centinaia di specie di
    uccelli. Altro gioiello è rappresentato dalle Tsodilo Hills: un sito archeologico situato nella parte nord occidentale del Botswana, nel
    Distretto Nordoccidentale, poco distante dal confine con la Namibia e disposto su un gruppo di colline che si ergono improvvisamente dalle desolate pianure del Kalahari.
    L’iscrizione nella lista del Patrimonio Mondiale UNESCO avvenne nel 2001 ed è dovuta all’enorme significato spirituale e religioso per le popolazioni locali, nonché alle numerosissime testimonianze di insediamenti umani per un periodo di storia lungo almeno 100.000 anni. Infatti vi sono stati contati più di 4.500 esempi diversi di arte rupestre in un’area di circa 10 km² all’interno del Deserto del Kalahari.

    Economia

    Grazie a una gestione accorta delle proprie risorse, la Repubblica ha gestito con saggezza le sue risorse minerarie, sviluppando strategie efficaci per massimizzare i benefici, evitando la
    cosiddetta “maledizione delle risorse”, un paradosso economico e politico secondo cui i Paesi ricchi di risorse naturali (come petrolio,
    gas, minerali o diamanti) tendono a sperimentare una crescita economica più lenta, una maggiore instabilità politica e problemi sociali rispetto a Paesi con meno risorse naturali.

    I paesi ricchi di risorse spesso diventano troppo dipendenti dall’esportazione di queste ultime, trascurando altri settori economici come l’industria e l’agricoltura. I diamanti, scoperti poco dopo l’indipendenza, continuano a costituire il fulcro dell’economia, anche se il paese sta progressivamente diversificando investendo nel turismo, nell’agricoltura e nei servizi finanziari. La scoperta nel 2021 di un diamante da 1.098 carati, uno dei più grandi mai trovati, ha ulteriormente consolidato la posizione del Botswana come leader nel settore minerario.
    Fin dall’indipendenza, ha registrato uno dei tassi di crescita del reddito pro capite più elevati al mondo. Tra il 1966 e il 1999, l’economia ha registrato una crescita media annua del 9%, e nel 1994 è stato il primo paese a uscire dalla lista delle Nazioni Meno Sviluppate (LDC) dell’ONU.
    L’economia nazionale è oggi meno dipendente dal Sudafrica rispetto al passato, grazie anche all’apertura della superstrada transafricana nel 1998, che attraversa il Kalahari collegando l’Oceano Atlantico all’Oceano Indiano. Questo sviluppo infrastrutturale ha ridotto la necessità di utilizzare i porti sudafricani per il commercio. Oltre ai paesi vicini, i principali partner commerciali del Botswana includono Regno Unito, Stati Uniti e diverse nazioni europee. Nel 2019, il governo guidato da Mokgweetsi Masisi ha revocato il divieto di caccia agli elefanti, introducendo un sistema di permessi di caccia messi all’asta a imprese specializzate, che successivamente li rivendono con profitto ai cacciatori di trofei. L’Africa meridionale è diventata, quindi, una destinazione popolare per il turismo venatorio, in particolare tra i cacciatori statunitensi. Un turista può legalmente cacciare animali come antilopi o elefanti, all’interno di un sistema regolamentato da leggi che mirano a prevenire la caccia indiscriminata. Questo tipo di attività viene spesso promossa come un mezzo per raccogliere fondi destinati alla conservazione della natura. Tuttavia, il turismo venatorio è un tema controverso: da un lato, viene considerato utile per sostenere la protezione ambientale; dall’altro, è criticato perché percepito come una pratica che può mettere a rischio la fauna selvatica.

    Politica interna

    Al governo è in vigore un sistema multipartitico, anche se il Partito Democratico del Botswana (Botswana Democratic Party, BDP) ha storicamente mantenuto una posizione dominante. Questo partito ha un’identità fortemente nazionale ed è tradizionalmente privo di un orientamento ideologico specifico.
    Le elezioni generali in Botswana del 2024 si sono svolte il 30 ottobre per rinnovare l’Assemblea Nazionale, il parlamento del paese. Per la prima volta dall’indipendenza nel 1966, il Partito Democratico del Botswana (BDP) ha perso la maggioranza assoluta dei seggi, come previsto da sondaggi e proiezioni preliminari. Il BDP ha subito un crollo significativo nei consensi, principalmente a causa di una serie di problematiche economiche, scendendo al quarto posto con soli 4 seggi e perdendo il ruolo dominante nell’arco politico parlamentare. A emergere come forza principale è stato l’Ombrello per il Cambiamento Democratico (UDC), una coalizione di partiti di centro-sinistra guidata da Duma Boko, che ha conquistato 36 seggi, aggiudicandosi la maggioranza assoluta e il controllo del governo. Tra gli altri risultati di rilievo, si segnala la crescita del Partito del Congresso del Botswana (BCP), di orientamento socialdemocratico, che ha ottenuto 15 seggi, e il più moderato incremento del Fronte Patriottico del Botswana (BPF), populista, che ha raggiunto quota 5 seggi. Alcuni cambiamenti minori hanno completato il quadro di una tornata elettorale storica per il paese.

    Geopolitica e Politica Estera

    Nonostante le sue dimensioni contenute, questo Stato senza sbocchi sul mare, ha sempre giocato un ruolo di rilievo nella geopolitica della regione. È un membro attivo della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e si distingue per il suo impegno nella promozione dei diritti umani e nella tutela dell’ambiente. Inoltre, intrattiene solide relazioni con l’Unione Europea, in particolare nel settore del
    commercio dei diamanti. Il Sudafrica post-apartheid è stato a lungo il principale partner internazionale del Botswana, ma negli ultimi anni il paese ha progressivamente preso le distanze da questa alleanza tradizionale. Oggi, i principali scambi economici e culturali si svolgono con il Regno Unito e altri stati europei. Sul piano internazionale, adotta una posizione moderata in linea con quella africana sui principali temi globali. Partecipa attivamente a organizzazioni come le Nazioni Unite, il Commonwealth e l’Unione Africana, e si distingue per il dinamismo nei rapporti bilaterali, specialmente tra i paesi associati all’Unione Europea.

    Diritti umani

    Tra il 1997 e il 2002, il governo condusse tre diverse operazioni di sfratto ai danni dei Boscimani residenti nella Riserva Faunistica del Kalahari Centrale (CKGR). Nel 2002, i Boscimani avviarono un’azione legale contro il governo, accusandolo di averli sgomberati illegalmente dalla loro terra ancestrale. Nel 2006, al termine di quello che fu definito “il processo più lungo e costoso nella storia del Botswana”, la Corte
    Suprema stabilì che gli sfratti erano “illegali e incostituzionali”, riconoscendo il diritto dei Boscimani a vivere e cacciare all’interno della CKGR. Nonostante questa vittoria legale, i Boscimani che hanno cercato di tornare nella riserva segnalano di subire continue pressioni e intimidazioni. Attualmente, la maggior parte di loro è obbligata a richiedere permessi validi solo un mese per accedere alla CKGR, e molti sono stati arrestati, multati e, in alcuni casi, anche torturati per aver praticato la caccia. Survival International, organizzazione impegnata nella difesa dei diritti dei popoli indigeni, ha ripetutamente denunciato le
    azioni del governo del Botswana, accusandolo di voler impedire ai Boscimani di vivere e cacciare liberamente nella loro terra d’origine, compromettendo il loro stile di vita tradizionale e nel settembre 2013, ha deciso di promuovere un boicottaggio del turismo in Botswana. Una misura drastica, come spiegato dal direttore generale Stephen Corry, motivata dalle “persecuzioni continue subite dai primi abitanti del paese per mano del governo botswaniano”.

    Curiosità e Cultura

    La scrittrice più importante del Botswana è Bessie Head, insignita nel 2003 dell’Ordine della Ikhamanga in Oro, »Per il contributo straordinario alla letteratura e alla lotta per il cambiamento sociale, per la libertà e per la pace.». In When Rain Clouds Gather (1968), tra i suoi romanzi più noti, si narra la storia di Makehaya, che fugge dal Sudafrica e attraversa il confine diretta in Botswana, nella speranza di una vita più serena. I suoi libri, tra l’altro, prendono ispirazione dalla vita nei villaggi rurali e presentano eccellenti descrizioni della natura, sconfinata e romantica.

    La bandiera del Botswana simboleggia la convivenza
    pacifica tra i diversi gruppi etnici. L’azzurro
    simboleggia l’acqua, in particolare la pioggia, e deriva
    dal motto presente sullo stemma del Botswana: “Pula”
    che in lingua tswana significa “che piova!”.
    La banda bianca e nera simboleggia l’armonia razziale.

    di Sara Abate

  • Recensione libro:  LA MORTE NON MI HA VOLUTA: cento giorni, un milione di morti – Yolande Mukagasana

    Recensione libro: LA MORTE NON MI HA VOLUTA: cento giorni, un milione di morti – Yolande Mukagasana

    Il 7 aprile 1994, appena trent’anni fa, ebbe inizio una delle tragedie umanitarie più orribili del ventesimo secolo: il genocidio del Rwanda. Bastarono soltanto cento giorni per l’uccisione di oltre un milione di persone, la cui sola colpa fu quella di appartenere alla minoranza Tutsi. Tutto ebbe inizio quando un razzo colpì l’aereo su cui viaggiavano il presidente del Rwanda, Juvénal Habyarimana, ed il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, appartenenti entrambi alla maggioranza hutu. L’attacco, provocò la morte di entrambi i presidenti, e scatenò una catena d’odio inarrestabile, fomentata dai media che, nelle mani della propaganda politica contemporanea, contribuirono a creare una frattura incolmabile tra hutu e tutsi, considerati due gruppi etnici distinti ed in forte contrasto. In realtà, le teorie circa il duplice assassinio di stampo politico, sono molte e spesso contraddittorie. Infatti, mentre i media locali fecero ricadere la responsabilità dell’accaduto sui ribelli tutsi, secondo alcune ricostruzioni Habyarimana e Ntaryamira furono uccisi da una fazione estremista hutu, che non appoggiava le politiche moderate dei presidenti e le trattative di pace appena stipulate. Quel che è certo, è che da quel momento in poi, il cielo sopra Kigali divenne rosso sangue.

    Il libro “La morte non mi ha voluta: cento giorni, un milione di morti”, è la cruda testimonianza dell’autrice, sopravvissuta fortuitamente ai massacri. Yolande Mukagasana, soprannominata Muganga, ovvero “dottoressa”, infermiera tutsi che ha da sempre speso la sua vita nella cura dell’altro, ha visto la sua vita cambiare da un momento all’altro, vivendo sulla propria pelle un genocidio che le ha tolto tutto: la sua casa, la città dove abitava, suo marito, ed i suoi amatissimi figli, che invano invoca per tutta la durata del romanzo, come un’eco dolorosa destinata a perdersi nel vuoto. Mukagasana, infatti, è una donna acculturata ed emancipata, che è riuscita con le sue sole forze ad aprire un piccolo ambulatorio in cui riesce a garantire quotidianamente cure medico-sanitarie a tantissimi pazienti ruandesi, attirando tuttavia su di sé le invidie di tantissimi cittadini di Kigali, in particolare hutu, che si acuiranno sempre più a seguito della morte di Habyarimana, rendendola bersaglio di una vera e propria caccia all’uomo da parte dei militari hutu. Ciononostante, la donna riesce a sopravvivere attraverso una complicata fuga, dapprima nella foresta, in punti strategici tra la più fitta vegetazione, e poi grazie all’aiuto di Emanuelle, un’amica hutu che rischia la vita con lei pur di aiutarla, vivendo per giorni impilata sotto ad un lavello, tra le tubature che immobilizzano il suo corpo smagrito e martoriato.

    Yolande pensa alla morte più e più volte, il dolore della perdita ed il senso di colpa per essere sopravvissuta alla sua famiglia e a milioni di donne e bambini, la spingono a desiderare costantemente di consegnarsi alla frontiera e lasciare che i militari facciano di lei ciò che vogliono. Tuttavia, una forza maggiore la spinge alla vita ed a lottare per essa. Yolande ha una missione: essere testimonianza viva, raccontare gli orrori che ha vissuto sulla propria pelle, essere voce per chi ormai non può più narrare quanto accaduto. Mukagasana riesce nel suo intento. La sua è una testimonianza cruda, che non risparmia dettagli cruenti degli orrori subiti dalla popolazione tutsi: bombardamenti, colpi di machete, infanticidi, stupri e torture sono onnipresenti in tutto il racconto. L’autrice riporta fedelmente quanto vissuto, con una lucidità disarmante.

    La lettura di “La morte non mi ha voluta” è uno scossone per le coscienze, anche quelle più sopite dai media che narrano le vicende del ’94 ruandese come una semplice guerra intestina, e non come ciò che effettivamente è stato: un genocidio. Mukagasana racconta minuziosamente di come, di nascosto, seguiva attraverso una radiolina le notizie quotidiane su Kigali e sul Ruanda e di come i media occidentali distorcessero la narrazione, presentando il Ruanda come un paese debitore delle armi che i paesi occidentali gli fornirono per massacrare i tutsi. La complicità dei paesi occidentali è dunque evidente ed innegabile: il genocidio celava degli interessi economici e coloniali che andavano ben oltre il Ruanda, ben oltre il continente africano. L’autrice-protagonista per sfuggire alle truppe hutu che stavano effettuando una vera e propria caccia all’uomo nei suoi confronti, deve affrontare innumerevoli pericoli: arriva perfino a doversi nascondere in casa del Colonnello Rucibiganga, un hutu vecchio e malato di un’infezione sessualmente trasmissibile, che la protegge sperando di ricevere in cambio dei favori sessuali. Yolande riesce a sfruttare ogni situazione a proprio favore, conservando un’incredibile lucidità anche nel dolore più profondo.

    La morte non l’ha voluta affinché diventasse testimonianza vivente dei massacri, degli eccidi e dei crimini commessi in Ruanda e affinché rivendicasse con una vendetta non violenta tutto ciò che il genocidio le aveva tolto: suo marito, i suoi figli, tutta la sua famiglia e non solo, la sua dignità di donna, lavoratrice, essere umano con la sola colpa di appartenere al popolo tutsi.

    Un popolo diventa razzista quando non riesce più a spiegarsi il proprio malessere”

    Afferma l’autrice, che ci fornisce così non solo un’analisi profonda delle radici del fenomeno del razzismo, ma anche un monito, affinché anche noi non cediamo alla tentazione della ricerca di un capro espiatorio ai mali del nostro tempo. La storia di Yolande, tuttavia, non è soltanto un racconto doloroso; benché la cornice storica e biografica sia tragica, tra le righe di questo capolavoro letterario traspare una grande testimonianza di coraggio e speranza. Yolande Mukagasana sconfigge la morte, è una donna coraggiosa al punto da riuscire a combattere per la vita anche quando tutto intorno a sé è distruzione, riuscendo a portare avanti degli ideali pur avendo perso ogni cosa. Ed è questo il vero fulcro di questo libro, che ci lascia senza parole ad ogni pagina. Un racconto di morte e distruzione, ma al contempo, un inno alla vita.

    A cura di Emilia Ruocco

  • Imazighen: resilienza e ricerca di libertà

    Imazighen: resilienza e ricerca di libertà

    Diritti cultura e libertà in gioco
    Di Daniele Serranò

    Chi sono gli Imazighen

    Spesso si associa il territorio del Nordafrica al mondo arabo; tuttavia, altrettanto spesso si ignora il fatto che, in origine, le popolazioni che abitavano questi territori niente avevano a che fare con esso. Parliamo infatti dei berberi o, meglio, utilizzando il termine proprio della loro lingua, gli Imazighen, insieme di più popolazioni autoctone dell’Africa Settentrionale con origine comune che da millenni abitano un’area vastissima e diversificata (dalla costa mediterranea ai territori subsahariani del Mali e del Niger).

    Dire che la storia degli Imazighen sia millenaria non è affatto un’esagerazione. Infatti, fonti egizie del terzo millennio a.C. attestano la presenza di popolazioni berbere. Tra queste, una in particolare, denominata Mashuash (più comunemente noti come Meshwesh o Meswesh), una tribù libica che nel Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069-664 a.C.) ebbe una tale influenza da dare il via ad una dinastia di faraoni. Durante il primo millennio a.C. nacquero diversi regni berberi, i quali iniziarono a venire a contatto con le emergenti potenze del Mediterraneo: dapprima i fenici, poi i greci ed i romani, aprendosi ad una stagione di reciproca influenza che delineerà le basi di una società mediterranea cosmopolita.

    Le popolazioni Imazighen

    Eredità berbera

    Nel corso della loro storia, gli Imazighen si sono trovati a venire a contatto con numerosi popoli, i quali, conquistando nuovi territori, annettevano le popolazioni che abitavano quei luoghi, così come le loro usanze ed i loro costumi. Gli Imazighen non fecero eccezione; anzi, riuscirono non solo ad inserirsi abilmente nei nuovi contesti sociali che si vennero a creare successivamente all’arrivo degli invasori, ma riuscirono a preservare e tramandare le usanze tipiche della loro cultura.

    Donna Amazigh sulla catena montiuosa dell’Atlante

    Non molti sanno che numerose figure di spicco nella storia dell’Occidente erano di origine berbera: scrittori come Terenzio ed Apuleio, santi cristiani come San Vittore, papi, e perfino imperatori. L’influenza berbera si mantiene anche nelle piccole abitudini alimentari quotidiane. Ne è la prova l’importanza che rivestono ancora oggi nel territorio del Nordafrica il consumo di preparati a base di frumento o orzo, quali il couscous (sempre più diffuso anche in Europa), e la bsisa, un preparato a base di orzo, cumino e fieno greco tipico di Libia e Tunisia.

    Bsisa cucinata
    Polvere di Bsisa
    Couscous

    Imazighen, libertà e lotte

    Un tratto tradizionalmente tipico della cultura berbera che affascina molti è l’essenzialità del loro modo di vivere: piccole abitazioni in materiali semplici che danno l’impressione di essere un tutt’uno con il paesaggio naturale circostante, niente arredi, nessuno di quei servizi basilari che per noi sono la normalità. Tutto ciò, agli occhi di chi è abituato ad un tipo di vita diametralmente opposta, dà un senso di libertà quasi romantico. Al giorno d’oggi però, questa visione romanticizzata e generalizzata si viene un po’ a modificare, in quanto non tutte le comunità berbere moderne vivono in condizioni così essenziali, e ci sono notevoli differenze tra comunità urbane e rurali.

    Questa idea di libertà è infatti legata, almeno concettualmente, alla cultura berbera. Basti pensare che lo stesso nome Imazighen significa letteralmente “uomini liberi”, una libertà per la quale ancora ci si sta battendo. La stessa bandiera vede al proprio centro la lettera neo-tifinagh “yaz”, che rappresenta i martiri per la causa berbera, simboleggiando la virtù fondamentale di questo popolo: la resistenza, la voglia di vivere, la voglia di libertà. Questa libertà, in parte, è stata riconosciuta a seguito delle politiche sociali di re Muhammad VI di Marocco, con il riconoscimento del Tamazight come lingua ufficiale nel 2011.

    Bandiera Amazigh: adottata nel 1998 come bandiera ufficiale del popolo Amazigh.

    Mentre il Marocco ha fatto progressi significativi, la situazione varia considerevolmente da paese a paese. Le lotte per i diritti linguistici e culturali degli Imazighen si estendono in diversi paesi del Nord Africa, con l’Algeria che rappresenta un caso particolarmente significativo in quanto la lotta è stata lunga e violenta. In questo paese, dove gli Imazighen costituiscono una significativa minoranza concentrata principalmente nella regione della Cabilia, la strada verso il riconoscimento è stata lunga e spesso tortuosa. La storia recente dell’Algeria è segnata da momenti cruciali come la “Primavera Berbera” del 1980 e la “Primavera Nera” del 2001, periodi di intense proteste che hanno visto gli Imazighen battersi con fervore per il riconoscimento della loro identità. Questi sforzi non sono stati vani: nel 2016, l’Algeria ha finalmente riconosciuto il Tamazight come lingua ufficiale nella costituzione. Tuttavia, come spesso accade quando si parla di diritti e libertà, il cammino non è terminato con questa vittoria sulla carta. Le sfide attuali riguardano l’effettiva implementazione di questo riconoscimento nella vita quotidiana, nell’amministrazione e nell’educazione.

    La resilienza degli Imazighen, quella stessa qualità che ha permesso loro di preservare la propria cultura attraverso millenni di dominazioni straniere, si manifesta anche in altri paesi del Nord Africa. In Libia, dopo decenni di repressione sotto il regime di Gheddafi, si assiste a una rinascita della cultura berbera. In Tunisia, seppur rappresentando una minoranza più esigua, gli Imazighen stanno facendo sentire la propria voce, con la fondazione di associazioni culturali che promuovono la loro eredità millenaria.

    Anche nei territori più a sud, come Mali e Niger, le comunità Tuareg, fiere rappresentanti del mondo berbero, lottano per la propria autonomia e il riconoscimento dei propri diritti, sfidando confini tracciati da potenze coloniali che poco avevano a che fare con le realtà etniche e culturali del territorio.

    In tutti questi contesti, le sfide sono molteplici e complesse. Dalla standardizzazione linguistica all’implementazione dell’insegnamento della lingua e cultura berbera nelle scuole, dalla maggiore presenza nei media nazionali al riconoscimento costituzionale, gli Imazighen continuano a battersi per preservare e promuovere la loro identità unica.

    Questa lotta per i diritti linguistici e culturali degli Imazighen ci ricorda, ancora una volta, l’importanza di preservare la diversità culturale che caratterizza il bacino mediterraneo. Come figli di questo mare che ha visto il passaggio di innumerevoli popoli, abbiamo il dovere di riconoscere e celebrare queste antiche radici che ancora oggi nutrono il ricco mosaico delle nostre società. La resilienza degli Imazighen, la loro instancabile ricerca di libertà e riconoscimento, dovrebbe essere d’ispirazione per tutti noi, un monito a non dimenticare mai il valore della propria identità e l’importanza di lottare per preservarla.

  • Giornata internazionale della donna afrodiscendente

    Giornata internazionale della donna afrodiscendente

    La giornata internazionale delle donne afrodiscendenti nasce nel 1992, quando nella Repubblica Domenicana, le donne nere di 32 paesi dell’America Latina e dei Caraibi, si riunirono per trovare nuove strategie di lotta per la parità dei diritti, contro le discriminazioni razziali e di genere. I risultati di questo incontro, sono stati di fondamentale importanza, non solo perché diede visibilità all’impegno delle donne nere per la parità di genere, ma anche per sottolineare la necessità di una lotta trasversale ed intersezionale, che non si limitasse alla difesa dei diritti di una singola minoranza, ma che prendesse in considerazione tutti i tipi di discriminazione. A partire da questo evento, fu istituita la giornata internazionale delle donne afrodiscendenti, una giornata al contempo di celebrazione e commemorazione.

    Ma a cosa serve questa ricorrenza? È un’occasione di rivendicazione delle proprie origini e della propria identità collettiva, come donne della diaspora, ed individuale, perché ciascuna identità costituisce un unicum irripetibile che non può essere semplicemente omologata ad un qualsiasi gruppo di appartenenza. Essa ci invita anche alla riflessione su cosa significhi essere una donna afrodiscendente in Italia, oggi, quali difficoltà e quali opportunità nello sviluppo personale e professionale si incontrano e non solo: ci spinge a ripensare i nostri bias cognitivi che dividono un “Noi” da “gli Altri”, ci fa vedere la cultura come una produzione della società, e come tale, in continua evoluzione.

    Ad oggi, sembrerebbe che l’opinione pubblica stia gradualmente acquisendo una maggior consapevolezza sulle questioni di genere; tuttavia ancora troppo spesso si dimentica il ruolo delle donne nere, diasporiche ed afrodiscendenti, che, al pari delle donne occidentali e bianche, si sono battute per ottenere giustizia sociale e parità. La giornata internazionale delle donne afrodiscendenti, ci mostra ancora una volta, la bellezza della diversità e dell’incontro tra differenze, il potere dell’unione e la forza della condivisione.

    di Emilia Ruocco

  • ʿĀshūrāʾ (عاشوراء)

    ʿĀshūrāʾ (عاشوراء)

    Che cos’è?

    Nel calendario islamico, che è basato sul moto della luna, il giorno di Ashura è il decimo giorno del mese di Muharram, il primo mese dell’anno nel calendario lunare (la parola Ashura deriva dalla parola “Asharah”, che significa dieci in arabo). ʿĀshūrāʾ è il giorno in cui Allah salvò il Profeta Musa e i figli di Israele dal Faraone. Si tratta di un evento celebrato nel mondo islamico in vari modi: infatti per i Sunniti questo evento consiste in un periodo di digiuno di due giorni, il 9 e il 10 di Muḥarram. Tale digiuno sarebbe un calco del digiuno ebraico dello Yom Kippur, che cade nel decimo giorno del primo mese ebraico di Tishri, e il Profeta Mohammad l’avrebbe esteso anche al 9 per marcare una differenza rispetto alla celebrazione ebraica.

    Invece per gli Sciiti, oltre al motivo precedente, cioè che ʿĀshūrāʾ è il giorno in cui Allah salvò il Profeta Musa e i figli di Israele dal Faraone, si aggiunge la commemorazione del martirio dell’imām al-Ḥusayn ibn ʿAlī e di 72 suoi seguaci ad opera delle truppe del califfo omayyade Yazīd I. La strage avvenne il 10 del mese di Muharram dell’anno 61 dell’Egira, e il lutto per l’evento, presso gli sciiti, dura 40 giorni.

    Come si festeggia in quel giorno?

    In quel giorno si festeggia soprattutto nei paesi nordafricani distribuendo ai bambini dei regali. In Marocco i grandi commercianti del paese distribuivano ai bambini, donne e giovani dei regali in quel giorno e i grandi mercati si riempiono di commercianti di frutta secca e dolci per festeggiare. Inoltre, i bambini girano per le strade indossando delle maschere, come nel carnevale occidentale.

    Aspetti sociali della ʿĀshūrāʾ

    La celebrazione della ʿĀshūrāʾ va oltre il significato religioso, assumendo importanti risvolti sociali che rafforzano i legami comunitari. Questo giorno diventa un’occasione per promuovere la solidarietà all’interno della comunità musulmana, principalmente attraverso la distribuzione di cibo e regali, che crea un senso di unità e cura reciproca.

    La ʿĀshūrāʾ svolge anche un ruolo educativo fondamentale, offrendo l’opportunità di trasmettere ai più giovani la storia e i valori dell’Islam, perpetuando così le tradizioni da una generazione all’altra. È un periodo in cui molti musulmani intensificano le loro attività caritatevole, rivolgendo particolare attenzione ai meno fortunati della società.

    In alcune comunità, questo giorno è visto come un momento propizio per la riconciliazione, incoraggiando la risoluzione dei conflitti e il riavvicinamento tra

    amici e familiari. Per le minoranze musulmane in paesi non islamici, la celebrazione della ʿĀshūrāʾ assume un’importanza particolare come mezzo per affermare e preservare la propria identità culturale e religiosa.

    Infine, in alcuni contesti, questa ricorrenza può diventare un’opportunità per il dialogo interreligioso e lo scambio culturale con altre comunità, promuovendo la comprensione reciproca e il rispetto tra diverse fedi.

    Tutti questi aspetti sociali contribuiscono a rafforzare il tessuto sociale delle comunità musulmane, promuovendo valori universali come la compassione, la generosità e l’unità, che vanno oltre il significato puramente religioso della celebrazione.

    di Eman Saleh

  • Eid al Adha: cos’è e perché si festeggia

    Eid al Adha: cos’è e perché si festeggia

    L’Eid al adha (عيد الأضحىا), che letteralmente significa “festa del sacrificio” è una ricorrenza di pertinenza islamica che si celebra ogni anno circa due mesi dopo la fine del Ramadan. Non è possibile definire una data precisa per questa festa perché le festività islamiche si attengono al calendario islamico che segue le fasi lunari, pertanto questa festa ogni anno ricade in un giorno diverso, proprio come avviene con il Ramadan. Detta anche Eid al kbir “عيد ﺍﻟﻜﺒﻴﺮ” ovvero “festa grande”, l’Eid al adha è insieme all’Eid al fitr “عيد الفطر” (ovvero la festa di fine Ramadan) una delle festività più importanti per i musulmani. Con l’Eid al Adha si ricorda l’episodio di radice abramitica (e dunque comune anche all’Ebraismo e al Cristianesimo) in cui Dio mise alla prova la fede di Abramo chiedendogli di sacrificare suo figlio Ismaele (il racconto coranico su questo è discorde con il racconto genesiaco della Bibbia secondo cui, invece, il figlio ad essere stato prova di sacrificio non fu Ismaele, bensì Isacco, particolare questo di cruciale importanza da un punto di vista ermeneutico, o almeno teologico e dottrinale, perché da questa differenza deriva tutta una serie di conseguenze dottrinali concatenate che concernono i rapporti e i significati anagogici che ruotano attorno alla figura di Sara, moglie legittima di Abramo, simbolo della Promessa come sottolinea la lettera ai Galati, e Agar, schiava e compagna illegittima di Abramo).

     

     Secondo il racconto, Abramo, alla richiesta di Dio, si recò sul monte Moriah (evento, questo, che risalirebbe a circa 4000 anni fa) per sacrificare Ismaele quando improvvisamente, proprio quando stava per compiere il sacrificio, venne fermato da Dio attraverso l’Arcangelo Gabriele che gli indicò un ariete da immolare come sacrificio al posto di Ismaele. Racconto, questo, pregno di significati di cui la misericordia di Dio e la sottomissione (o fede) di Abramo ne sono solo alcuni.

    Tuttavia i musulmani festeggiano questo giorno proprio in ricordo di questo episodio al cui centro sembra ruotare l’importanza della perpetua sottomissione dei fedeli alla volontà di Dio.
    Durante l’Eid i musulmani sacrificano un animale che secondo la Sharia “شريعة‎”, ossia la legge islamica, deve essere un caprino, un bovino, un ovino o un camelide. Solitamente si tratta di capri adulti e tuttavia la Sharia prescrive che debba necessariamente trattarsi di una specie adulta e fisicamente integra tra queste appena citate. Spesso le famiglie iniziano a procurarsi l’animale già diverse settimane prima e lo sistemano in uno scantinato o in uno spazio della casa più o meno adatto, eh già, il tutto viene fatto in maniera piuttosto… domestica.

    Il sacrificio avviene in una specifica modalità: nel lasso di tempo compreso tra la fine della preghiera del mattino e l’inizio della preghiera del pomeriggio, l’animale scelto viene abbattuto con la recisione della giugulare da parte di un uomo adulto in stato di purità legale e dopo aver pronunciato un takbir, ovvero un’espressione atta ad indicare l’assoluta grandezza e superiorità di Dio. Fatto ciò, viene lasciato defluire il sangue (come vuole sempre qualsiasi tipo di macellazione halal), la carne viene scuoiata e divisa in più parti, alcune delle quali destinate ai più bisognosi. Con questa carne si aprono le danze ai piatti più prelibati, i cui immancabili protagonisti sono gli spiedini arrosto. In occasione di questa festa si preparano diverse pietanze, ci si veste per bene e i bambini ricevono dei regali, spesso delle piccole somme di denaro chiamate Eidiyat “ عيديات”

    Naturalmente questa festività come elemento religioso si inserisce in un contesto culturale che la ingloba, tuttavia: paese che vai, usanza che trovi! I festeggiamenti tradizionali dell’Eid al adha possono divergere un po’ a seconda del paese in cui ci si trova.
    I festeggiamenti durano circa tre giorni e quest’anno l’Eid al adha inizierà il 16 giugno e terminerà il 18 giugno.

    L’associazione ASDA di Napoli augura a tutti i musulmani un felice Eid al adha! عيد سعيد

    Curiosità e approfondimenti:

    – Il web è pieno di video che documentano come in queste settimane i bambini siano soliti fare amicizia e spesso affezionarsi all’animale a cui poche settimane dopo diranno addio.
    -Abbiamo detto che l’Eid al adha ricorre in memoria di un evento di matrice abramitica e dunque comune (oltre all’Ebraismo) anche al Cristianesimo, ma perché i cristiani non festeggiano l’Eid al adha?
    Come accennavo nell’articolo, c’è una differenza nel racconto dell’episodio che conterrebbe la risposta a questa domanda. Nel racconto del Genesi, come ho già detto, il figlio di Abramo che stava per essere sacrificato era Isacco e non Ismaele. Isacco, secondo la storia, sarebbe il figlio nato dal matrimonio legittimo tra Abramo e Sara, mentre Ismaele sarebbe il figlio che Abramo ebbe da Agar, schiava egiziana, dopo che Sara non poté più dargli figli a causa della sterilità. Ora, per capire bene cosa stiamo dicendo, ci viene in soccorso un passo della Lettera ai Galati che leggeremo con attenzione:

    Ditemi, voi che volete essere sotto la legge; non ascoltate la legge? Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla libera. Ma quello dalla schiava secondo la carne è stato generato, quello invece dalla libera secondo la promessa. Queste cose sono allegorie. Quelle infatti sono le due alleanze:l’una è del monte Sinai, che genera a schiavitù, e questa è Agar. Agar è dunque il monte Sinai, in Arabia, ed è nella linea della Gerusalemme di ora, che è schiava insieme con i suoi figli. Mentre la Gerusalemme di lassù è libera, e questa è la nostra madre. Sta scritto infatti: Rallegrati, sterile che non partorisci, prorompi e grida, tu che non hai doglie, poiché sono molti i figli della derelitta, più di quelli di chi ha marito. Ma voi, fratelli, a modo di Isacco siete figli della promessa. Ma, come allora, colui che fu generato secondo la carne perseguitava quello secondo lo spirito, così anche adesso. Ma che dice la Scrittura? Scaccia la schiava e il suo figlio, perché il figlio della schiava non erediterà con il figlio della libera. Per cui, fratelli, non siamo figli di una schiava, ma della Promessa.” [Lettera ai Galati 4, 21-31]

    Ebbene, la chiave è in quest’ultima proposizione “non siamo figli della schiava, ma della Promessa”, il lavoro filologico di chiave allegorica ci spiega che “la schiava” indicherebbe la schiavitù dei fedeli che ancora soggiacciono al giogo della Legge, quei fedeli cioè, che credono che la relazione con Dio sia una relazione di sottomissione e obbedienza che debba passare sotto il dominio di precise regole e leggi. “La Promessa”, invece, sarebbe la promessa che Dio (secondo i cristiani) avrebbe fissato per gli uomini: la salvezza.
    La promessa della salvezza, che è l’apice dell’alleanza tra Dio e gli uomini e che percorre tutta la Bibbia dall’Antico al Nuovo Testamento, consiste e si realizza con la vita, morte e risurrezione di Cristo: unico vero sacrificio (secondo i cristiani).
    La lettera di Paolo di Tarso agli ebrei è chiara in questo: con Cristo “non c’è più bisogno di offerta” “né olocausti né sacrifici” poiché Egli ha detto “non vi chiamo più servi ma amici”. C’è una sorta di capovolgimento di prospettiva: mentre nell’Islam la distanza tra Dio trascendente e l’uomo vede uno iato, una cesura, nel Cristianesimo la Promessa (con la venuta di Cristo, la sua morte e risurrezione) prevede una sorta di tensione dall’alto verso il basso (quindi da Dio verso l’uomo) che riempie quel vuoto che poteva essere riempito solo e soltanto da Dio, come segno di infinito amore dal creatore al creato. E’ Dio, secondo il Cristianesimo, che si è sacrificato per gli uomini in un sacrificio che vanifica tutti gli altri e che lascia meditare sul fatto che Dio non abbia bisogno dei nostri sacrifici, ma siamo noi, in quanto imperfetti e peccatori, ad aver bisogno della sua misericordia.
    L’adha, il sacrificio dei cristiani è Cristo, ecco perché non ha senso per i cristiani sacrificare un ariete. Potremmo dire che l’Eid al Adha dei cristiani è la Pasqua.

    di Martina Cuomo

  • Kwame Nkrumah: una breve biografia

    Kwame Nkrumah: una breve biografia

    Kwame Nkrumah: una breve biografia

    di Aly Diallo

    Nato il 21 settembre 1909 nell’antica Costa d’oro (ex colonia inglese), attualmente Ghana, dot. Kwame Nkrumah, indicato talvolta anche con lo pseudonimo di ‘’osagyefo’’ il ‘’redentore’’ fu il primo presidente della Repubblica del Ghana (1960-1966). E’ stato un politico rivoluzionario e figura di spicco nella storia della decolonizzazione e del panafricanismo.

    Diplomato ad Accra, nel 1935 andò negli Stati Uniti per studiare economia alla Lincoln University of Pennsylvania e nel 1945 legge a Londra.  Durante il suo soggiorno inglese Kwame Nkrumah partecipa alla quinta conferenza panafricana di Manchester, in qualità di segretario, divenendo rapidamente l’uomo chiave del movimento panafricanista.  Nel 1947 decide di ritornare nella sua terra d’origine con l’obiettivo di sottrarre il suo paese al giogo coloniale, ed entrò dunque in politica.

    Giovane e carismatico viene subito cooptato dal partito dominante del paese la United Gold Coast Convention (UGCC). Non perse tempo e organizzò subito una campagna pacifista (alla Ghandi) intesa a mettere in difficoltà l’amministrazione britannica. Alcuni esempi sono: boicottaggio dei prodotti europei, scioperi sempre più frequenti, rallentamento economico, ecc.

    La data del 28 febbraio 1948 segnò una svolta nella storia del Ghana. Gli ex soldati stavano manifestando pacificamente, e soprattutto senza armi, quando l’esercito inglese aprì il fuoco uccidendone più di 60 persone causando anche centinaia di feriti. Sospettato di aver orchestrato tale manifestazione, fu arrestato tutto il personale della dirigenza del partito (UGCC), Nkrumah compreso. Le notizie del suo arresto non fecero altro che peggiorare la situazione del paese, al punto tale da costringere il governo coloniale a varare un piano che lo porterà verso l’indipendenza.

    Dopo la scarcerazione Nkurumah creò il proprio partito, il ‘’Convention People’s Party’’ (CPP), vincendo subito le elezioni legislative. Sarà allora nominato primo ministro dal governatore inglese il 5 marzo 1952. Quattro anni dopo, invece, viene finalmente fissata una data per l’indipendenza che sarà il 6 marzo 1957.

    Kwame Nkrumah divenne il primo presidente ed il padre fondatore della nuova repubblica che ribattezzò Ghana. Nel giorno dell’indipendenza tenne un discorso fondamentale, facendo capire che non si sarebbe fermato con l’acquisizione dell’indipendenza del suo paese, ma che tutti i suoi pensieri erano invece rivolti agli altri paesi africani che non erano ancora stati liberati. Secondo lui, infatti, l’indipendenza del Ghana non avrebbe avuto senso finché gli altri paesi non fossero stati liberati dal giogo coloniale. Non a caso Nkrumah è considerato anche uno dei padri fondatori dell’OUA (Organizzazione dell’Unità Africana), creata nel 1963.

    Dopo l’indipendenza, Nkrumah ha subito posto in essere una politica economica molto resiliente e ambiziosa, mirata a diversificare l’economia del paese, molto dipendente dall’esportazione del cacao, e a consentirgli di evolversi e di superare i suoi precedenti limiti. Diminuì il potere dei capi tradizionali, l’istruzione primaria e secondaria di primo grado fu resa obbligatoria e gratuita nel 1962, caratteri che si estesero poi anche alla scuola superiore nel 1965.

    Professatore della parità di genere, fece adottare delle disposizioni legislative nel 1959 e nel 1960 per creare seggi riservate alle donne, cercando inoltre di spingere lo stato a facilitare l’ingresso delle donne nelle università e in alcuni settori specializzati, come la medicina e il diritto.  

    Come in molti paesi africani post coloniali, anche in Ghana l’istituzione del partito unico ha acuito le distanze tra il popolo e il loro leader. Considerato troppo radicale per l’Occidente in piena guerra fredda, Nkrumah divenne allora sempre più impopolare e isolato tra quelle masse lavoratrici che lo avevano portato al potere.

    Il 24 febbraio 1966, mentre era in viaggio ufficiale in Vietnam su invito di Ho Chi Min, in Ghana fu attuato un colpo di stato guidato dal colonnello Emmanuel Kwasi Kotoka. Il parlamento fu sciolto e il CPP fu bandito. Nkrumah trovò rifugio in Guinea, dove passerà il resto della sua vita. Il 27 aprile  morì poi di cancro a Bucarest in Romania, dove si recò per curarsi.

    Come tutti i grandi personaggi della storia, anche la figura di Nkrumah è stata oggetto di dibattito, ma per molti rimarrà un visionario, uno dei primi ad aver visto la forza che poteva rappresentare un’Africa unita, che sarebbe potuta finalmente diventare una potenza economica indipendente ed autonoma, e non più un semplice fornitrice di materie prime per il ricco Occidente.

    In un suo discorso del 1961 ci viene svelata la logica della sua visione sullo stato dell’Africa, ossia, il ‘’panafricanismo’’: “Divisi, siamo deboli. Unita, l’Africa potrebbe diventare, e per sempre, una delle più grandi forze di questo mondo. Sono profondamente e sinceramente convinto che con la nostra saggezza ancestrale e la nostra dignità, il nostro innato rispetto per la vita umana, l’intensa umanità che è la nostra eredità, la razza africana, unita sotto un governo federale, emergerà non come l’ennesimo blocco pronto a mostrare la sua ricchezza e la sua forza, ma come una Grande Forza la cui grandezza è indistruttibile perché costruita non sul terrore, sull’invidia e sul sospetto, né conquistata a spese degli altri, ma basata sulla speranza, sulla fiducia, sull’amicizia, e diretta al bene di tutta l’umanità“.

    We are africans not because we are born in Africa, but because Africa is born in us

    (Siamo africani non perché siamo nati in Africa, ma perché l’Africa è nata in noi).

    Dot. Kwame Nkrumah

     

  • Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    Ramadan: cos’è e perché i musulmani lo osservano

    di Martina Cuomo

    Nel calendario islamico, che funziona basandosi sul moto della luna, Ramadan “رمضان‎” è il nono mese, ed è il mese in cui i musulmani osservano il digiuno “ﺻﻮﻡ”, come prescritto dal Corano e da uno dei cinque pilastri dell’Islam:

    • Attestazione di fede   الشهادة
    • Preghiera     الصلاة
    • Elemosina   الزكاة
    • Digiuno      الصوم
    • Pellegrinaggio (alla Mecca) الحج

    “O voi che credete, vi è prescritto il digiuno come era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto. Forse diverrete timorati; Digiunerete per un determinato numero di giorni. Chi però è malato o è in viaggio, digiuni in seguito altrettanti giorni . Ma per coloro che a stento potrebbero sopportarlo, c’è un’espiazione: il nutrimento di un povero. E se qualcuno dà di più, è un bene per lui. Ma è meglio per voi digiunare, se lo sapeste! È nel mese di Ramadàn che abbiamo fatto scendere il Corano, guida per gli uomini e prova di retta direzione e distinzione.” (Corano, sura al Baqara)

    Secondo la tradizione islamica, in questo mese, Muhammad ricevette la rivelazione del Corano, motivo per cui questo mese è rivestito di sacrale importanza per l’intera comunità islamica. La cadenza annuale del Ramadan dipende dalle fasi lunari, dunque ogni anno ha inizio in una data diversa; quest’anno il Ramadan inizierà sabato 2 aprile e terminerà lunedì 2 maggio. Il digiuno è una prescrizione di fede obbligatoria per tutti i musulmani eccetto per le persone malate per le quali il digiuno peggiorerebbe le condizioni di salute, per le donne in gravidanza o in allattamento, i bambini prima della pubertà, e per gli anziani. Ai viaggiatori e alle donne durante il mestruo è concessa un’interruzione temporanea che può essere poi recuperata al termine del Ramadan.                                                                                                               Il digiuno va osservato dall’alba “سحور” al tramonto “إفطار “ (scanditi da orari ben precisi) e consiste nella completa astensione da fumo, bevande (sì, anche l’acqua!) e cibo di qualsiasi tipo, da comportamenti e pensieri peccaminosi, da bestemmie, menzogne, calunnie, rapporti sessuali e azioni violente (ad eccetto di quelle compiute per difesa). 

    A un dato momento del tramonto, c’è l’Iftar, il momento in cui viene interrotto il digiuno per poter bere e mangiare fino al momento del Suhur, ovvero il momento dell’alba del successivo giorno di digiuno, quindi, ricapitolando:                        dall’alba al tramonto si digiuna, e dal tramonto all’alba si mangia e si beve.             La tradizione vuole che il digiuno sia spezzato iniziando con un numero dispari di datteri, a ricordo di come si dice facesse il profeta Muhammad, e un bicchiere d’acqua. Ogni paese, poi, in base alle proprie tradizioni culinarie, prepara le sue pietanze più prelibate in occasione di questo mese speciale. Molti paesi arabi, iniziano a prepararsi per il Ramadan già diverse settimane prima, in Marocco, in Tunisia e in Algeria, ad esempio, si iniziano a preparare dolciumi e deliziosi biscotti che richiedono molto tempo di preparazione. Vi consiglio di provare “Shebbakiya” tipici dolci marocchini simili alle Cartellate calabresi, una vera delizia!

    Dunque, leccornie a parte, come abbiamo visto, il Ramadan investe sia la sfera psicologica e mentale che quella fisica, toccando anche bisogni primari dell’uomo come la fame e la sete, immergendolo in un’esperienza d’incontro con sé stesso, la comunità, e secondo la credenza, Dio.

    E’ interessante osservare come il Ramadan tocchi in qualche modo tutti e quattro gli altri pilastri dell’Islam ravvivandone il senso. Digiunare, infatti, secondo l’Islam, stimola il fedele a riflettere sulle cose importanti della vita, ad esempio sulla condizione dei poveri che non possono bere e mangiare come invece parte di loro fa nella normalità e questo ricorderebbe l’importanza dell’elemosina. Ancora, durante il Ramadan, il fedele è attivamente impegnato nella preghiera, oltre alle cinque preghiere consuetudinarie, infatti, è consigliata la lettura integrale del Corano entro i trenta giorni di Ramadan, ed esiste una forma “straordinaria” di preghiera che si chiama Tarawih “تراويح” e si recita da un’ora e mezza dopo il tramonto a poco prima dell’alba. La vicinanza alla preghiera accresce nel fedele il desiderio della visita alla Mecca, luogo di Pellegrinaggio e ultimo pilastro dell’Islam che dev’essere realizzato almeno una volta nella vita laddove le condizioni economiche e di salute lo permettano. Ma soprattutto, il Ramadan, dirige la riflessione sulla propria condotta di vita, e dà al credente possibilità di redenzione, il che lo metterebbe in cammino verso il riequilibro del suo rapporto con Dio e con ciò in cui crede come dettato dalla sua attestazione di fede “شهادة” : “Non vi è divinità al di fuori di Dio (Allah) e Muhammad è il suo profeta”. 

    A proposito di redenzione, esiste, secondo la tradizione islamica, una notte speciale, detta “لَيْلَةُ الْقَدْرِ‎” ossia “la notte del destino”, che cade in uno tra gli ultimi dieci giorni del mese di Ramadan (quest’anno dovrebbe cadere venerdì 29 aprile), notte in cui il Corano sarebbe stato rivelato a Muhammad attraverso l’arcangelo Gabriele e in cui, secondo i detti del profeta Muhammad:

     “Chiunque preghi Laylatul Qadr con fede e sincerità, gli saranno perdonati tutti i suoi peccati” (Bukhari e Muslim)

    La notte del destino è migliore di mille mesi” (Corano, surat al Qadr)

    Il Ramadan lascerebbe i fedeli di fronte a quelle poche ed essenziali cose della vita: la preghiera, la buona condotta, la condivisione dei propri beni, lo stare in famiglia.. e tutto ciò immette quasi di forza il fedele in un esercizio di concentrazione su sé stesso, come in una forma di autodisciplina in cui è chiamato a ricomporsi e ricompattarsi per riuscirne purificato. L’aspetto della purificazione è fondamentale, il digiuno del Ramadan funge come una sorta di ricarica necessaria del fedele, come un appuntamento puntuale di riassesto della fede dalla fugacità della vita

    Al termine dei trenta giorni di Ramadan c’è “عيد الفطر” “Eid al fitr”, la festa che segnerebbe la fine del Ramadan e l’inizio del nuovo mese lunare, Shawwal.

    L’associazione ASDA augura a tutti i musulmani un buon Ramadan!